L’ “Economia del sì” domani da Papa Francesco

Alcuni attori dell'Economia di Comunione incontrano la stampa, Roma, 1 febbraio 2017
Foto: AgenSIR
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Papa Francesco ha denunciato con forza l’attuale sistema economico. Ha detto più volte che questa economia “uccide”, ha detto no alla cultura dello scarto, ha detto no all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria, ha chiesto meccanismi e processi orientati in una migliore distribuzione delle risorse. “Sono tutti no giustissimi – dice l’economista Luigino Bruni – ma domani, da Papa Francesco, noi vogliamo portare l’economia del sì.”

Luigino Bruni parla alla vigilia dell’incontro che 1100 attori dell’Economia di Comunione avranno con Papa Francesco, in Aula Paolo VI. Un incontro che arriva al culmine di una cinque giorni intensa, per festeggiare le “nozze d’argento” di questo modello economico con la società, e guardare sfide nuove.

L’economia di comunione ha già avuto un riconsoscimento importante con l’enciclica Caritas in Veritate, che la cita in un intero paragrafo, e nasce sulle scorte dell’ottimismo economico della Centesimus Annus di Giovanni Paolo II che però si univa al mondo delle diseguaglianze sociali. Un mondo che Chiara Lubich toccò con mano in Brasile, arrivando a San Paolo e vedendo dall’aereo quella “corona di spine” delle favelas che circondavano la capitale.

Oggi, il Brasile è uno dei luoghi dove l’Economia di Comunione ha trovato più sviluppo: sono tre le cittadelle presenti sul territorio. “L’Economia di Comunione non è sganciata dalla città – spiega Luigino Bruni – ma piuttosto deve nascere insieme ad una ‘città nuova’.”

L’idea è questa: di fondare imprese che non abbiamo come solo fine il profitto, ma la condivisione del profitto. Non si tratta di creare realtà imprenditoriali fuori dal mercato. Si tratta piuttosto di umanizzare il mercato.

E così, i profitti di ogni impresa vengono divisi in tre parti, di cui “solo una resta all’interno dell’azienda”, spiega Luigino Bruni. Le tre parti vanno per lo sviluppo dell'azienda, per la formazione culturale, e per l'aiuto agli indigenti. Gli utili sono messi in comunione e destinati agli scopi dell’Economia di Comunione, ed è questa la “divisa” dell’Economia di comunione. “E’ un progetto che nasce già blobalizzato – racconta Luigino Bruni – perché ha subito una vocazione internazionale. E succede che il mondo si rovescia. Che le prime imprese africane, che prendevano gli aiuti, ora sono in grado di dare loro stesse aiuti”.

Secondo l’ultimo rapporto di Economia di Comunione pubblicato, nel biennio 2014-2015 “Gli utili condivisi dalle aziende nel 2015 ammontano a 1.613.345 Euro, di cui 1.169.640 versati a Economia di Comunione e 443.705 sotto forma di prestazioni in natura o spesi per i poveri o la formazione all’interno dell’azienda o nel territorio ad essa circostante”, un incremento del 28 per cento rispetto all’anno precedente.

Si legge ancora nel rapporto che “ai poveri viene dedicato il 50% degli utili delle aziende e tutto il contributo di chi partecipa al progetto senza essere imprenditore, pari quest’anno 404.943 Euro; le risorse a disposizione degli aiuti di emergenza e dei progetti per i poveri quindi ammontano in questo esercizio a 989.763 Euro”. Questi aiuti sono stati indirizzati “ per il 27% al vitto, per il 21% a spese mediche, per il 13% a spese per l’abitazione, per il 25% alla scuola e per il 14% a creare posti di lavoro. Quest’ultimo ammontare è raddoppiato rispetto a quello dell’anno precedente e le risorse non ancora assegnate andranno ad accrescere quest’ultima voce”.

Nonostante la crisi, il modello sembra davvero in grado di creare una economia nuova. Ma come si mette in relazione con i movimenti popolari del Sudamerica, cui Papa Francesco guarda con grande attenzione, avendo loro dedicato ben tre discorsi tutti centrati sul superamento dell’esclusione degli ultimi dall’economia?

“Noi – risponde Luigino Bruni - nasciamo come un progetto popolare, abbiamo una cultura popolare. Ma abbiamo una natura imprenditoriale. Il Papa ha in mente l’auto-organizzazione dei poveri, secondo una categoria che noi chiameremmo ‘social business’”.

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