La Monaca di Monza morì in odore di santità? Seconda parte

La monaca di Monza secondo Giuseppe Molteni
Foto: Musei Civici di Pavia
Facebook Twitter Google+ Pinterest Addthis

Sconda Parte: I delitti 

L'amante
Per suor Virginia i vent’anni furono certamente un’età importante. Dopo l’incarico municipale ebbe, per la sua serietà e vita esemplare, l’incarico di maestra delle educande ospiti al monastero e da questo fatidico anno comincia la sua sventurata storia. Suor Virginia era severa e mal sopportava anche la minima levità da parte delle ragazze. Un giorno, passando per caso lungo un corridoio con le finestre sul giardino, vide una delle sue educande, una certa Isabella, intrattenersi attraverso una grata al di là della mura di cinta, con un giovane, Giovanni Paolo Osio. Virginia non esitò a riprendere duramente la ragazza per la sua sconvenienza, ricordando al giovane che con la sua scelleratezza profanava quel luogo sacro. Isabella, subito dopo l’accaduto, venne rimandata nel mondo e fatta sposare. L’episodio sarebbe finito così se, l’anno successivo, non fosse stato ucciso a Monza il responsabile tributario della città, Giuseppe Molteno, già amico della famiglia de Leyva. Suor Virginia ne provò un profondo dolore. Il movente non fu mai chiarito, ma dell’omicidio venne accusato Giovanni Osio. Chi poteva salvarlo dalla forca era proprio suor Virginia, “Signora”, come abbiamo già accennato, di Monza. Lei sola poteva decidere la sua sorte. Il giovane, ancora libero sulla parola, aveva capito di non essere indifferente alla religiosa e con alcuni stratagemmi cercò di attirare la sua attenzione. Virginia, che ancora manteneva tutti i freni morali della sua casata e della sua condizione di religiosa, non esitò a denunciarlo, ma il giovane riuscì a fuggire dalla città e per un anno fece perdere le proprie tracce. Come abbiamo detto, era tra le facoltà di Virginia, come “Signora” di Monza, poter confermare un arresto o prosciogliere un accusato. Si disse, in seguito, che a commuovere Virginia, affinché fosse concessa la remissione della pena del giovane assassino, furono le lacrime della madre andata in convento per difendere la causa del figlio.

In realtà la monaca, già dai fatti accaduti tra la giovane Isabella e Osio, aveva cominciato, pur se segretamente, a sbirciare al di là del giardino nella proprietà adiacente abitata proprio dalla famiglia del giovane, nella speranza di rivederlo. Il giovane venne graziato e nel 1598, ormai al sicuro dalla legge, non dimenticò la bella “Signora” che era intervenuta per lui e in qualche modo voleva ringraziarla. Cominciò a inviarle, in gran segreto con la complicità di alcuni amici e di due suore all’interno del monastero, delle lettere appassionate scritte però da un suo amico, un ex prete, Paolo Arrigoni. Alle lettere, seguirono insistenti le richieste per un appuntamento che non trovarono, però, alcuna risposta. Finalmente, un giorno, in maniera del tutto inaspettata, Giovanni Osio ricevette la risposta tanto attesa che il Manzoni sottolineò nel suo romanzo con la celebre frase “…e la sventurata rispose ”; prosegue lo scrittore che essa “In que' momenti, provò una contentezza, non schietta al certo, ma viva”. Ogni remora era venuta a cadere anche per la morte improvvisa del padre. Ora non ha più nessun vincolo, neanche con Dio, come si giustificò durante il processo, avendo fatto una professione di fede solo per ubbidienza alla famiglia.

I delitti
Così, nel Natale di quell’anno, Giovanni Osio, entrò per la prima volta all’interno del monastero con la complicità di due suore che avranno, come vedremo, un ruolo assai importante nella vicenda. Fu proprio in quella prima visita che i due ebbero il loro primo rapporto sessuale. Nel processo suor Virginia denunciò che la sua debolezza era da iscriversi a un maleficio d’amore che le era stato fatto proprio dal suo amante. Questi incontri non passarono inosservati e qualcuno accennò il tutto alla Madre Superiora, ma la cosa non ebbe seguito. Si fece intendere all’anziana monaca che ciò era dovuto perché suor Virginia era la madre spirituale del Giovanni Osio che voleva farsi, niente meno, che cappuccino. Ma gli incontri non erano proprio spirituali: nel 1602 Virginia rimase incinta e partorì una bimba nata purtroppo morta. Il cadaverino fu consegnato al padre per disfarsene. L’"incidente” lasciò Virginia assai turbata. Comprese che il rapporto che aveva instaurato era qualcosa di sacrilego, infernale. Si sentiva in preda ai demoni della lussuria e in un momento di disperazione tentò addirittura il suicidio. Fu fermata sulla soglia dell’abisso, come racconterà lei stessa, dall’immagine della Madonna di Loreto che era proprio nel giardino. Purtroppo era solo una parentesi. La relazione continuò a durare, nonostante i ripetuti sforzi di Virginia di sottrarsi a questo turpe rapporto, ma la natura fu sicuramente più forte e l’"incidente” si rinnovò appena due anni dopo. L’8 agosto, rimasta nuovamente incinta, partorì un'altra bambina, ma questa volta viva: sarà legittimata dallo stesso Osio nel 1606 con il nome di Alma Francesca Margherita. Egli disse di averla avuta da una certa Isabella da Meda, ma tutti a Monza, sospettavano la verità.

Non avendo più alcun pudore, Virginia uscì più volte dal monastero per recarsi in casa di Osio e poter vedere così la piccola Alma. C’è però un giallo in questa già intricata storia. Virginia avvertiva con istinto materno che quella bambina che le facevano vedere non era in realtà quella che lei aveva partorito; alcuni segni dimostravano che aveva ragione, ma certo nella sua condizione non poteva far valere questi dubbi. L’anno successivo al secondo parto, venne in visita al monastero l’arcivescovo di Milano, Federico Borromeo, che non si accorse, almeno sembra, di nulla di ciò che accadeva in quella comunità religiosa. Assegnò, com’era solito, a ogni monaca la propria penitenza e fu particolarmente esigente proprio con suor Virginia imponendole digiuni e flagellazioni. Questa visita del cardinale cominciò a segnare la vita della monaca. La crisi di coscienza che cominciava a nascere nel cuore di Virginia, l’allontanamento di Osio che già guardava altrove altre “prede”, avevano creato una strana situazione di pace e di serenità. Ormai la monaca pensava che la follia dei sensi fosse sopita per sempre e che avrebbe potuto riprendere il suo cammino monastico. Purtroppo, però, nel monastero, tra le converse che dovevano diventare professe, c’era una certa Caterina, la quale, a detta di tutte le monache, non era adatta alla vita religiosa, sia per il suo carattere scorbutico che per i furti che perpetrava all’interno dell’istituto. Un giorno, per le tante gravi mancanze, venne punita in maniera esemplare con la reclusione in una cella di penitenza su istanza di suor Virginia. La giovane reclusa si ribellò a questa detenzione che riteneva ingiusta, e la sua rabbia si scatenò proprio contro la nostra monaca. Sapendo cosa era successo nel monastero tra suor Virginia e Osio, minacciò di denunciare tutti a monsignor Pietro Barca, canonico di Sant'Ambrogio, in visita proprio l’indomani al monastero. Non c’era tempo da perdere. Virginia, con le due suore sue complici da sempre, presa dal panico comunicò ciò che stava avvenendo al suo amante il quale, senza esitare, entrò nella cella di Caterina e la uccise con tre colpi alla testa; poi prese con sé il cadavere, facendone scempio e gettando la testa in un fitto bosco. Per evitare troppe domande, praticò anche un buco nel muro di cinta facendo credere all’ispettore ecclesiastico e alle monache che quella pazza di Caterina era fuggita dal monastero. Nessuna delle monache credette alla fuga, ma per timore di suor Virginia o per quieto vivere, non esternarono ciò che in cuor loro sospettavano.

A questo punto, però, ciò che succedeva al di là del muro delle benedettine divenne a conoscenza di tutti in città, ma la “Signora” e Osio facevano ancora paura e nessuno fiatò. Qualcuno che si lasciò sfuggire qualcosa rischiò, infatti, la vita, come il fabbro Cesare Ferrari che fu ucciso nella sua bottega, tra l’esecrazione e i sospetti dell’intera comunità. A questo punto rischiava anche l’ex prete, Paolo Arrigoni, che aveva ordito tutta la tresca tra i due amanti e che aveva aiutato il giovane Osio a scrivere le lettere alla monaca. L’uomo sapeva troppo, doveva morire, ma in un sussulto di carità Virginia non permise di portare avanti il piano delittuoso. Ormai però lo scandalo non poteva più essere taciuto e, grazie a lettere anonime ben circostanziate, Giovanni Osio fu arrestato e condotto a Pavia. Nessuno sa se l’arresto fosse dovuto ai delitti o alla relazione con Virginia. In questo frangente, il giovane assassino commise un grave errore. Senza ancora sapere di cosa lo si accusava si dichiarò innocente degli omicidi e della relazione con Virginia. La stessa imprudenza la commise anche Virginia che in una lettera al Governatore di Milano si dichiarò innocente dei delitti e della relazione con Osio. Due errori che gli amanti pagheranno duramente.

(continua)

Prima parte 

Testo pubblicato su: 

Wall street journal Magazine

 

 

Ti potrebbe interessare