La pandemia non ferma la festa del Transito di San Leopoldo Mandic a Padova

Senza assembramenti e nel rispetto delle misure sanitarie di sicurezza la preghiera al santo che protegge i malati di tumore

San Leopoldo Mandic
Foto: www.leopoldomandic.it
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Sono arrivati un po' alla volta, distanziati, come dettano le norme ancora in vigore, a causa del virus che non è stato sconfitto. Ma nonostante tutto i fedeli sono numerosi, nella calda, anzi bollente serata di fine luglio, accolti dalle preghiere e dallo stridio delle cicale nei giardini del convento di Padova, qui dove  è vissuto a lungo ed è morto san Leopoldo Mandic, il piccolo frate amato e venerato da milioni di persone in tutto il mondo.

La ricorrenza del transito di San Leopoldo è una festa molto sentita e in genere, tra la sera del 29 luglio e la giornata del 30 luglio, nel convento c’è un via vai continuo di fedeli. Quest’anno la festa è ben diversa, i fedeli sono meno numerosi, ma il fervore se possibile, è anche più acceso. Lo sottolinea anche padre Flavio Gusella, rettore del convento: “Questa sera e domani vogliamo celebrare la nascita al cielo di padre Leopoldo, avvenuta 78 anni fa. In piena seconda guerra mondiale. Tanti pericoli e preoccupazioni riempivano anche allora il cuore della gente, abituata ad accorrere per ogni tipo di necessità a colui che era stato per Padova, per circa trent’anni, rifugio sicuro e fonte di conforto e consolazione. Tuttavia, dal 30 luglio fino al 1° agosto, giorno dei funerali, una folla enorme, che si sentiva orfana e smarrita, volle venerare e vedere per l’ultima volta il volto amato del caro padre cappuccino”. Ed è un triste parallelo, tra questi giorni e quelli in cui padre Leopoldo, come tutti lo chiamavano allora e lo chiamano ancora oggi, ha lasciato questa terra:  “Anche noi, nella ricorrenza di questo anniversario, vogliamo invocare il suo aiuto per depurare la nostra vita dalle scorie che si sono accumulate in questo tempo di paura e di tensione, per ossigenare il nostro corpo, la nostra vita, la nostra anima, liberandoci dall’aria viziata che è entrata in noi. E per rafforzare la nostra fiducia in Dio e la nostra speranza”.

Vengono ripercorsi, attraverso testimonianze lette, passo dopo passo, assieme a padre Gusella, inserite nella celebrazione liturgica, (che si può seguire anche in streaming e con una diretta tv) gli ultimi mesi del santo, la malattia, il ricovero all'ospedale di Padova (dove comunque  continuava a confessare) e poi la sofferenza, vissuta  in silenzio e in preghiera, provocata dal terribile il tumore all'esofago.

Davanti ai fedeli diventa vivido il ricordo di quella mattina del 30 luglio 1942 con “Padre Leopoldo che si alzò alle 5 del mattino per prepararsi, un'ora e mezza prima della celebrazione della messa, percorrendo con grande fatica i pochi passi che separavano la sua celletta dove continuava a confessare i fedeli, fino alla cappella dell'infermeria del convento>. Entrambi questi luoghi non sono stati toccati dal bombardamento sulla città del 14 maggio 1944,  che invece ha distrutto  la chiesa e buona parte del convento.

San Leopoldo proprio all'inizio del 2020 è stato proclamato patrono dei malati di tumore. Poi è arrivato il virus che, come ricordato  durante la celebrazione, “ha stravolto la vita di tutti a livello personale e sociale, religioso ed economico”. Non è stato possibile celebrare per i frati di padre Leopoldo la novena e la festa del 12 maggio, ma la preghiera e le attestazioni dei fedeli sono continuate e continuano ininterrottamente.

Rievochiamo, con le parole lette durante la celebrazione, proprio gli ultimi istanti di vita del Padre: “Ricevette il sacramento dell’unzione degli infermi dal vicario del convento p. Marcellino di Cartigliano, accogliendo in maniera incondizionata la volontà di Dio. Seguì perfettamente conscio fino all’ultimo e con calma tutte le preghiere. Arrivò poi il superiore del convento che recitò per tre volte l’Ave Maria e una Salve Regina. Negli ultimi istanti, racconta un testimone, il suo volto divenne straordinariamente luminoso ed è da ritenere che abbia avuto qualche visione soprannaturale. Sperava ancora di riprendersi in modo da poter celebrare già quella mattina la santa messa, ma non fu possibile a causa di un nuovo malore. Padre Leopoldo ripeté lentamente, con voce sempre più fioca, parola per parola, la Salve Regina e appena ebbe detto: “O Clemente o Pia, o Dolce vergine Maria”, si sollevò e tenendo le mani rivolte verso l’alto, quasi andasse incontro a qualcosa, spiccò il volo verso la patria celeste”.

In molti, alla lettura di questa testimonianza, non trattengono le lacrime. E poi, per tutta la sera e dopo la celebrazione, una fila si snoda davanti alla tomba del santo, il cui corpo è esposto alla venerazione dei fedeli. Così sarà anche per tutto il giorno dopo, il 30 luglio, e in questi giorni del weekend,  nonostante il calore sempre più soffocante e  le partenze per le sospirate vacanze, anche se quest’anno sono fatte  in tono minore. Ed è quello che succede anche ogni domenica, ci sono file per partecipare alle messe mattutine, tanto che molti devono restare fuori, nel sagrato e tanti altri devono proprio rinunciare a partecipare, “accontentandosi” di ascoltare la messa in differita, per così dire, mentre passeggiano nei chiostri, o visitano i luoghi in cui è passata la vita del padre, sostando davanti alla statua che ne riproduce la fragile e commovente figura. Il convento padovano  dei frati cappuccini non ha mai cessato, neanche in questi giorni difficili, così come era ridotto ad un cumulo di macerie, in quel terribile 1944, di attrarre i fedeli, che al loro santo confidano, come succede quasi un secolo, le loro pene, i dolori, le speranze.

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