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La rinuncia di Benedetto, ci vuole un grande coraggio a riscoprire il senso del limite

L'emozione di dieci anni fa e la logica della rinuncia interpretata "a caldo"

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Ripropongo ai lettori di Aci Stampa un mio testo dell'11 febbrario di 10 anni fa. 

Ci vuole un grande coraggio a riscoprire il senso del limite. E ci vuole umiltà. La notizia che lunedì 11 febbraio 2013 si è diffusa con la velocità del fulmine, le dimissioni del Papa, è sembrata a molti uno scherzo. Telefoni che squillano, e mail, sms, chat impazzite.

Benedetto XVI si dimette dal 28 febbraio alle 20.00. Pazzesco, inaudito. Eppure no, era molto più prevedibile di quanto si potesse immaginare. Non abbiamo saputo leggere i segni, a cominciare da quando, ancora Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, aveva detto che Papa Giovanni Paolo II avrebbe fatto bene a dimettersi negli ultimi mesi della sua vita. Lo avevamo dimenticato. Poi a novembre del 2010 esce un libro intervista di Benedetto XVI “ Luce del Mondo”. Ci sono tanti temi, compreso quello delle dimissioni. Ma in modo chiarissimo. Non per paura, o davanti alle difficoltà , “davanti ai lupi” come aveva detto all’inizio del Pontificato. “Quando il pericolo è grande non si può scappare. Ecco perché questo sicuramente non è il momento di dimettersi” diceva il Papa nell’estate del 2010.

Lo scandalo degli abusi sessuali del clero era al suo massimo livello di mediaticità, nella Chiesa si sentivano strani scricchiolii. No, non si poteva lasciare. E poi le vicende dei lefbreviani, e quella difficile attuazione del Concilio che , dopo anni di entusiasmi, aveva portato a profondi ripensamenti. C’è anche chi racconta che negli anni il teologo Joseph Ratzinger avesse perso non dico la fede ma la speranza. Era stato Luigi Giussani a ridargli la gioia della vita nella Chiesa. Ratzinger il Pessimista? Per certi aspetti forse si, o meglio Ratzinger il realista che sa che oggi il compito di un Papa è riportare Dio al centro della storia, nel cuore dell’ uomo. Tanto realista da comprendere di non potercela fare. Una serena presa di coscienza. Georg Ratzinger, il fratello sacerdote più grande, dice che lo sapeva da mesi. La salute che non permetteva viaggi lunghi, la difficoltà a camminare per l’ artrosi all’anca, i problemi di circolazione, e forse altro che non sappiamo.

Certo è che Benedetto XVI non vuole che gli ultimi giorni della sua vita siano gettati in pasta alle tv. Come fu per Giovanni Paolo II. E negli ultimi mesi, questo si , si vedeva, stava mettendo a posto tutte le cose. Le nomine, il concistoro, le decisioni di governo lasciavano pensare alla preparazione alla fine del pontificato. Ma nel modo consueto e naturale. Niente di inatteso del resto per un uomo di quasi 86 anni.

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Invece no. Il Papa che alcuni volevano conservatore e clericale ha compiuto il più moderno e laico dei gesti. Un gesto che insegna alla modernità il senso del limite. “ Quando un Papa giunge alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, mentalmente e spiritualmente di svolgere l’incarico affidatogli, allora ha il diritto e in alcune circostanze anche il dovere di dimettersi.” Lo diceva nel 2010, lo ha fatto un paio di anni dopo, e forse lo avrebbe fatto anche prima se non ci fosse stato da sistemare anche la triste vicenda del tradimento del suo assistente di camera.

Chiusa anche questa vicenda sul soglio di Pietro, deve aver pensato Ratzinger, serve un uomo più giovane e forte, che possa mettere in atto quella riforma del ministero petrino e della Curia stessa che Benedetto XVI non ha la forza di concludere per ovvi motivi di salute e di età. Non vuole, Benedetto XVI che si governi a suo nome. Magari ha anche avuto paura di diventare un povero vecchio manovrato da altri. Del resto se il diritto canonico prevede le dimissioni del pontefice un motivo ci sarà. E oggi il martirio dell’umiltà, del nascondimento, la dimensione di Nazaret sono forse i più diffcili da capire in un società che immagina solo l’efficenza e la esposizione mediatica. Il Papa non è un superstar aveva detto in un discorso alla Curia all’inizio del Pontificato, non è un vip, un mito, ma è un servo dei servi. E servire a volte significa anche rinunciare.

Si, siamo tutti ancora storditi da questa decisione. Ma del resto lo saremmo stati ancora di più se Benedetto XVI fosse morto all’improvviso. E anzi ora abbiamo la consolazione di pensare che ancora, potremmo avere i suoi scritti. Non sappiamo come saranno i prossimi mesi. E anche la solita rincorsa ai papabili oggi ha poco senso. Se valeva un certo identikit immaginando la fine consueta di un pontificato, oggi si deve immaginare un identikit diverso. Perché il prossimo Papa governerà sapendo che a pochi metri dal Palazzo Apostolico il teologo Ratzinger, vescovo emerito di Roma, prega per lui e la Chiesa, ma è anche disponibile ad ascoltarlo.

 

ARTICOLO PUBBLICATO SU KORAZYM.ORG L'11 FEBBRAIO 2013