La Santa Sede all’OSCE: “Non per la pace, ma per cercare una strategia di pace”

OSCE, apertura meeting di Alto Livello, Helsinki, 10 luglio 2015
Foto: OSCE
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Quaranta anni dopo la dichiarazione di Helsinki che ha dato vita all’OSCE (Organizzazione per la cooperazione e la sicurezza in Europa), la Santa Sede sottolinea l’importanza di quella risoluzione, che – nelle parole di monsignor Antoine Camilleri, sottosegretario per i Rapporti con gli Stati – “non aveva solo il mero obiettivo di una pace astratta, ma piuttosto quello di una strategia di pace.”

Una strategia, aggiunge, “fondata sulla sicurezza tra le nazioni, inspirata al rispetto della dignità umana in tutte le sue dimensioni e garantita da genuina cooperazione e solidarietà sociale.”

Camilleri parla dal Meeting Informale di Alto Livello che si è tenuto lo scorso 10 luglio. E le sue parole ripercorrono gli eventi di quegli anni, i lunghi negoziati che portarono alla firma della dichiarazione di Helsinki. Una dichiarazione cui la Santa Sede contribuì, inserendo – ad opera dell’allora mons. Achille Silvestrini, che era omologo di Camilleri per ruolo – il tema della libertà religiosa nei discorsi.

“Nel corso dei lunghi negoziati che hanno portato alla firma della Dichiarazione – afferma Camilleri – la Santa Sede ha insistito che una coesistenza ordinata degli Stati, il rispetto dei confini, il bando dell’uso della forza, la necessità di accordi sulle armi e la pacifica risoluzione dei conflitti non potevano essere superati dalla protezione della centralità della vita umana e dei suoi diritti.”

Non solo, “una cooperazione fondata sulla solidarietà e sussisidiarietà non può esser separata da un autentico rispetto per l’ambiente umano e naturale.” Un qualcosa che va oltre gli obblighi – afferma il “viceministro degli Esteri vaticano” - e guarda piuttosto al tipo di giustizia previsto nell’atto finale.

“Nel mondo di oggi, siamo consapevoli che quando gli Stati che partecipano violano la mutua fiducia,” queste violazioni “portano a indifferenza e a competizione politica, militare ed economica.” È così che il concetto di pace sviluppato ad Helsinki “viene indebolito,” e gli effetti si vedono nelle crisi irrisolte, nelle divisioni, nella diffusa discriminazione e l’ineguaglianza.

Da parte sua, “la Santa Sede è convinta che la dimensione della fede può contribuire, sia per individui e comunità, al rispetto della libertà di pensiero, alla ricerca di verità, alla giustizia personale e sociale e allo Stato di diritto.”

Oggi, il documento di Helsinki deve affrontare non solo il fatto che il rischio di conflitto è “anche più pericoloso,” ma anche il fatto che “la promozione dei diritti umani” si basa solamente su “interessi particolari e non il significato più ampio della dignità umana.” La proposta di inserire il tema della libertà religiosa da parte della Santa Sede, già nel 1973, riguarda proprio la necessità di andare oltre gli interessi particolari.

E così, il diritto alla libertà religiosa, che il Principio VII pone come “fondazione di ogni altro diritto umano,” è un tema che “deve essere riconsiderato nel presente contesto nazionale e internazionale, e si confronta con una cultura che sembra ritenere il credo e la dimensione religiosa come superflua, restringendo questi atti al culto o a riti permessi dalle autorità civili, limitando così la loro presenza nella sfera pubblica.”

Ma – afferma monsignor Camilleri – il processo di Helsinki ci “insegna che il diritto di cercare Dio, e perciò di trovare nella fede religiosa l’ispirazione per una condotta morale” non può essere “marginalizzato o escluso dalla vita sociale, nemmeno in nome della tolleranza o senza paura delle tendenze fondamentaliste,” perché “i credenti possono essere una risorsa positiva per la vita delle nostre società,” dato che “offrono una coscienza superiore che può guidare e assicurare il pluralismo, gli ideali democratici, la coesione sociale, la moralità pubblica e la giustizia effettiva.”

L’opposto di questo principio porta “alla discriminazione che oggi Cristiani di varie denominazioni subiscono, e che si può notare in un crescente numero di azioni e omissioni che portano a violenza, esclusione e intolleranza.”

Combattere l’intolleranza e la discriminazione contro i credenti – afferma con forza Camilleri – richiede “di eliminare leggi e regolamenti che limitano l’abilità dei gruppi religiosi di organizzarsi,” perché “queste leggi non interferiscono con aspetti di organizzazione ma impediscono loro a operare in aderenza alla loro visione sociale.”

Conclude il viceministro degli Esteri vaticano: “Oggi più che mai, l’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa deve essere un esempio di incontro tra differenti realtà e l’espressione di quel desiderio di unità tra le nazioni chiamate a vivere insieme in uno spazio geopolitico che, dalla sua area originale che si estende da Vancouver a Vladivostok, è ora chiamata ad espandersi oltre l’Europa del Sud, non in funzione di una passiva risposta ai movimenti migratori, ma piuttosto in modo da trovare il coraggio di pianificare il futuro.”

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