La Santa Sede: “Compassione e indignazione per le condizioni dei rifugiati”

Bandiera delle Nazioni Unite
Foto: da Flickr
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Le condizioni di così tanti esiliati genera “compassione e indignazione,” ma la comunità internazionale deve andare oltre i sentimenti, applicare una rete di solidarietà, studiare nuove soluzioni per l’accoglienza dei rifugiati. L’arcivescovo Silvano Maria Tomasi, nunzio permanente della Santa Sede presso l’Ufficio ONU di Ginevra, lo sottolinea nell’intervento del 24 giugno alla 63esima riunione del Comitato per l’Alto Commissario ONU per i rifugiati.

Il concetto chiave è quello del “dovere di proteggere,” la linea diplomatica elaborata dalla Segreteria di Stato vaticana che si è esplicitata in una serie di discorsi del Cardinal Pietro Parolin, Segretario di Stato, durante la sua visita al quartier generale delle Nazioni Unite a New York, nel settembre del 2014. Il dovere di proteggere si applica all’ambiente, ai cristiani perseguitati, e anche ai rifugiati.

Il cui numero è drammaticamente cresciuto. L’arcivescovo Tomasi cita i dati dell’Alto Commissario ONU per i rifugiati (UNHCR): nel 2014, 42,500 persone in media ogni giorno diventano rifugiati, richiedenti asilo o sfollati, mentre più di 60 milioni di persone, per una varietà di ragioni, sono costretti a lasciare le loro case, “il più alto numero dalla Seconda Guerra Mondiale,” lamenta l’Arcivescovo Tomasi.

Certo, la situazione genera “compassione e indignazione,” ma la comunità internazionale “deve andare oltre le emozioni e tradurre il suo dovere di proteggere in azione. Questa è la vera prova di solidarietà,” afferma l’Osservatore.

Il quale poi delinea in percorso in più passaggi. Il primo, “una attitudine ad accettare (i rifugiati) che deve partire dagli stessi confini,” perché “in questo periodo di circostanze sconcertanti, siamo chiamati a una solidarietà straordinaria, e in particolare a politiche di insediamento generose e un maggiore impegno alla condivisione di responsabilità.” In più, ci sono richiedenti asilo che “non sono protetti da strumenti giuridici esistenti.”

L’arcivescovo Tomasi non lo dice esplicitamente, ma quando parla di “responsabilità condivise” si riferisce anche alla difficile situazione degli immigrati a Ventimiglia, respinti della Francia, o alla situazione dei profughi Rohingya, in fuga dal Myanmar, rimasti tra le acque di Indonesia e Malaysia e Thailandia senza poter approdare in alcun dove – per loro, Papa Francesco ha fatto un appello durante un recente Angelus.

Il secondo passo delineato dall’Osservatore Permanente è quello di creare “nuove forme legali di protezione.” Tra queste “un maggiore uso di visti umanitaria, l’incoraggiamento di finanziamenti a partire dalle comunità mandati da individui e famiglie, l’apertura di canali legali di passaggio in modo che i richiedenti asilo non debbano rischiare le loro vite in barche pericolanti o passaggi di confine mortali o abbiano da pagare somme esorbitanti per raggiungere un sicuro approdo dove chiedere protezione.”

Chiede, la Santa Sede, di andare oltre un approccio “orientato solo sul tema della sicurezza,” perché questo “trascura due fatti importanti,” ovvero che i richiedenti asilo non sono un problema, ma persone umane che sono loro stesse vittime viventi di tragedie che li hanno forzati all’esilio;” e che “il bene comune si estende oltre i confini nazionali di un singolo Stato.”

Il nunzio concede che le città confinanti con “Stati falliti, o Stati in guerra, portano il peso più grande di prendersi cura dei rifugiati che hanno accolto nei loro territori.” E per questo chiede alla comunità internazionale ancora una volta di “prendersi sulle spalle collettivamente la responsabilità di assistere le vittime di molti conflitti in corso.”

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