La storia di Agata, quando la fede diventa poesia

Agata Cesario
Foto: savutoweb.it
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Dedicare un piazza ad una poetessa sembra un evento banale, ma diventa invece un vero richiamo di spiritualità se la poetessa è una di quelle persone che tutto hanno dato per la educazione dei ragazzi, culturale e spirituale.

Questa mattina Cellara, paesino vicino Cosenza, celebra propio una di questi eroi del quotidiano Agata Cesario, “una persona meritevole di essere ricordata per le cose che ha fatto e per le cose che ha lasciato” come ricorda il sindaco di Cellara, Mario Caferro.

Insegnante, pittrice e scrittrice, Agata è mancata giovanissima agli affetti della famiglia e della stessa Comunità. Agata era nata a Cellara, piccola realtà del Savuto situata a due passi da Cosenza dove, conclusi gli studi universitari, aveva iniziato il percorso di docente che, successivamente, l’avrebbe vista impegnata a San Giovanni in Fiore e a Roma. Donna di carattere e spiccata sensibilità, fortemente attratta dalle cose della natura, appassionata di microstoria e umanesimo cristiano, sapeva dipingere e scrivere poesie di forte impatto emotivo.

Nascono le raccolte:  ‘Spazi infiniti’ (Premio alla Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri) e‘Verso un’alba novella’ (con prefazione della critica letteraria Maria Luisa Spaziani). Agata va alla casa del Padre il 16 maggio 1989, ma di lei resta un’opera intensa anche in campo pedagogico come: ‘Orientamenti di pedagogia e didattica’ e storico ‘Una pagina di storia calabrese: Cellara attraverso i secoli’.

Alla cerimonia di Cellara, partecipano autorità civili, religiose e militari, il vescovo di San Marco-Scalea, mons. Leonardo Bonanno, il preside dei Cavalieri del Santo Sepolcro di Gerusalemme di Cosenza, Aldo Scarpelli, e , naturalmente, i familiari. La targa sarà scoperta dal figlio di Agata, Carmine Cesario, maresciallo dei Carabinieri. 

Ecco una delle sue poesie più suggestive dedicate a Maria:

 

Madre della Croce

Al canto del gallo

si sono voltati a guardare

chi aveva tradito.
Le ombre degli ulivi raccolti
si strinsero in un tenero abbraccio.
Le madri raccoglievano i figli
cantavano ancora le nenie,
melodie sepolte nella casa di pietra
che lo vide fanciullo.
“Non lo abbiamo visto passare”
Risposero in coro.
I sassi arroventati
sopportavano i gemiti.
Pronta la madre raccoglieva
le lacrime ed il sangue.
Fu un lungo patire
quando il tempio squarciato
gridava vendetta.
È lontano il tempo
che, tu, madre,
salisti il Calvario:
la strada è un lungo lamento,
c’è chi inciampa per l’ultima volta,
chi cerca orizzonti troppo lontani,
chi s’abbandona agli angoli, stanco.
Ma vedremo qualcuno seguirci per via?
Tenendoci per mano
vinceremo il furore
e ti faremo ghirlande
con i fiori sparsi
sul nostro cammino.

 

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