L'amore e l'autorità di Pietro. III Domenica di Pasqua

La pesca miracolosa
Foto: pubblico dominio
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Il brano evangelico di questa domenica ci presenta un’altra apparizione di Cristo risorto. Pietro e alcuni apostoli, dopo la morte di Gesù, sono tornati ad esercitare il loro antico mestiere: quello di pescatori. Si realizza, così, la profezia di Cristo: Ecco, verrà l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto proprio (Gv 16.32). La pesca è stata infruttuosa, ed è a questo punto di massima depressione che appare Gesù sulla riva del Lago il quale impartisce un ordine: Gettate la rete dalla parte destra della barca”. Non lo riconoscono, ma sembra uno che conosce il mestiere meglio di loro e, dunque, obbediscono. Ed ecco la rete si riempie di 153 grossi pesci e non potevano più tirarla a riva.

Che cosa insegna a noi questo episodio?

La resurrezione di Cristo sembra non avere prodotto alcun cambiamento nella storia dell’umanità. Gli apostoli, dunque, sono in crisi ed insieme cercano di fare qualcosa per superare le difficoltà. E’ un invito per noi a “non buttare la spugna” quando nel nostro impegno apostolico non si vedono frutti o non si hanno consolazioni, ma a perseverare nel bene. La perseveranza consente al Signore di mostrarsi, di farsi vedere. E in effetti, il Signore, al mattino, appare, già è presente, già c’è. Sul Lago di Tiberiade.

I 153 grossi pesci mostrano quali risultati si possono raggiungere con l’aiuto del Signore. L’esperienza che gli apostoli hanno vissuta serve per educarli a prendere coscienza che il successo della pesca non deriva dalla loro fatica, ma dall’obbedienza alla parola del Risorto. Gesù aveva detto che una volta elevato da terra avrebbe attirato a sé tutte le genti, ebbene la Chiesa è inviata a tutto il mondo “a pescare” per dare compimento a queste parole del suo Sposo e Signore. La fatica degli apostoli a tirare a riva la rete ricorda che la missione incontra resistenza, persecuzione, incomprensioni, ma tutto viene superato dalla presenza di Gesù.

Cristo risorto rivolge a Pietro, per tre volte, una domanda nella quale è possibile leggere una simbolica cancellazione del triplice rinnegamento dell’apostolo e quindi la sua riabilitazione dopo la caduta. Il Signore risorto chiede a Pietro: “Simone di Giovanni, mi ami più di costoro?”. Ma: “Chi sono costoro?”. Non dobbiamo dimenticare che Gesù ha davanti a sè anche il discepolo amato e, pertanto, una simile domanda suona per lo meno strana. Ecco perché alcuni studiosi ritengono che la traduzione più aderente al testo potrebbe essere: “Simone di Giovanni, ami me più di queste cose?”. “Queste cose” sono le cose che Pietro ha fatto fino a quel momento con tanto impegno e cioè il suo mestiere di pescatore al quale era ritornato.

Gesù in definitiva chiede a Pietro di non anteporre nulla all’amore per Lui. E la risposta dell’apostolo non si fa attendere: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene”. L’amore richiesto a Pietro è, prima di tutto, amore per il Signore, e non esplicitamente per il gregge. E’ un amore di dedizione totale e di servizio esclusivo per Cristo. Quanto più vivo è in lui l’amore per il divino Maestro tanto più perderà d’importanza la propria persona e tanto maggiore sarà il suo impegno a condurre i discepoli a Gesù e a tenerli uniti a Lui.

Dopo la triplice confessione di amore Pietro riceve il triplice ordine di custodire e avere cura delle pecore. Gesù affida quelli che ama a uno che lo ama e la cura pastorale di Pietro per il gregge è la dimostrazione dell’amore che ha per Cristo.

Che tipo di autorità possiede Pietro in quanto pastore?

Anche se Pietro viene incaricato di prendersi cura del gregge, non deve dimenticare che esso è formato dai “miei agnelli” e dalle mie pecore”. A Cristo il Padre ha affidato il gregge e nessuno glielo può togliere. Esse rimangono sue anche quando ne affida la cura a Pietro.

Scrive Ambrogio: “Egli ci lasciò Pietro come vicario del suo amore” (In Lc.,X,175). E S. Agostino commenta: “Custodisci le mie pecore come mie, non come tue” (In Gv 123,5). Il gregge non diventa mai proprietà del pastore umano. Nessuno potrà mai prendere il posto di Gesù, nemmeno Pietro. Solo Cristo può usare l’aggettivo mie, anche se è Pietro che pasce le pecore (cfr. 1Pt. 5.2-4).

Dopo avergli affidato l’incarico Gesù promette a Pietro una ricompensa davvero singolare. Non gli assicura un premio in questo mondo, non gli garantisce la gloria terrena. Gli promette, al contrario, un cammino che lo porterà al martirio. Perché? Perché l’uomo raggiunge la perfezione quando “dà la vita per i suoi amici” (Gv 15.3), e tra questi il primo è Cristo stesso.

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