Letture, una anglo indiana che diventa cattolica Rummer Godden

I romanzi cattolici dettati dall'esperienza di vita

La copertina del libro
Foto: Bompiani
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Una bambina abbandonata, una città appena uscita dalla guerra e ancora piena di ferite – anche fisiche – lasciate da bombe e lutti, una donna di mezza età che si sente inutile, con una vita invisibile agli occhi di tutti: nel cuore di queste desolazioni fiorisce un giardino, strappato con determinazione, quasi con ferocia, alle macerie e alle proibizioni. Un giardino che cresce all’ombra di una chiesa diroccata, sotto gli occhi della statua di Maria Vergine con il suo Bambino.

Se si dovesse riassumere la storia raccontata nel romanzo “Nella città una rosa”, di Rumer Godden useremmo queste espressioni, scegliendone i personaggi-chiave e i luoghi in cui si dipana questa storia. Una bambina, una donna di mezza  età, la Madonna, un giardino, una chiesa in rovina, una metropoli, Londra, che faticosamente tenta di risollevarsi dopo la guerra. Ma chi è l’autrice? 

Intanto ricordiamo che stiamo parlando di questo romanzo recentemente ripubblicato dalla casa editrice Bompiani, il quale racconta appunto le peripezie di una bambina di Londra, Lovejoy, cresciuta senza padre, con una madre sempre assente “per lavoro” che praticamente ha abbandonato alle cure di una coppia senza figli, nella Londra dei primi anni Cinquanta. La bimba non ha niente e nessuno a cui aggrapparsi, con cui sentirsi meno sola. Finché le viene in mente di creare un giardino segreto tutto per sé. E dove trovare il luogo adatto per far crescere i suoi fiori e le sue piantine? Ecco un fazzoletto di terra incolta che le appare nei suoi vagabondaggi, insieme all’unico ragazzino che le rivolge qualche attenzione, Tip Malone, di famiglia irlandese e cattolica, che conosce la chiesa in rovina proprio per il fatto di appartenervi come parrocchia. La messa e gli altri riti si celebrano in una specie di baracca, in cui per la prima volta in vita sua Lovejoy incontra lo sguardo di una Madre celeste. E da quello sguardo non si allontanerà più, anche se ci sarà un violento gesto di ribellione. Una storia per bambini? No, piuttosto una storia “di bambini” che parla a tutti. Scritta con grande delicatezza, con una intrinseca vena poetica, ma anche con realismo, un modo di parlare dei piccoli che è stato definito “preciso e non sentimentale”. 

E torniamo alla questione certo non secondaria: chi è Rumer Godden. Si tratta di una scrittrice oggi quasi  dimenticata, autrice di grandi libri, da cui sono stati tratti anche film celebri. La Godden è nata in Inghilterra nel 1907, precisamente nel Sussex, ma fin da molto piccola vive in India e vi trascorre gran parte della sua giovinezza, al punto da autodefinirsi scrittrice anglo-indiana.

 Nel 1920 torna in patria, per frequentare la scuola, studiando anche per diventare maestra di ballo. A Calcutta, nel 1925,  infatti decide di aprire una scuola di danza per bambini inglesi e indiani, una scuola tenuta aperta  per vent'anni insieme alla sorella Nancy. Nel frattempo, non abbandona il suo primo, vero, grande amore, quello per la scrittura, e così nasce  il suo primo best seller, “Narciso nero”, divenuto poi un film in cui recitano star di prima grandezza.

Dopo un matrimonio infelice durato otto anni, si trasferisce nel 1942 nel Kashmir insieme alle due figlie, stabilendosi all'inizio in una house boat. Sono anni di “duro lavoro, di miseria e di solitudine>” come la scrittrice stessa li ha definiti. Compreso  un misterioso incidente per un tentato avvelenamento che doveva colpire lei e le figlie, avvenimento traumatico che la spinge a  tornare a Calcutta. 

Nel 1949 ritorna in Gran Bretagna e qui si stabilisce definitivamente. Finisce dunque questa lunga stagione della sua vita in bilico tra due mondi, tra India e Inghilterra, due culture, due modi di concepire la vita che, com’è successo ad altri autori, rendono probabilmente più instabile la sua esistenza ma più ricca la sua esperienza umana e di conseguenza la sua scrittura. Nel 1950 comincia ad avvicinarsi sempre più  al cattolicesimo a cui si convertirà ufficialmente nel 1968. Una scelta  che ha ripercussioni  pratiche nella sua creatività:  molti dei suoi romanzi contengono ritratti di religiosi, preti e suore. Del resto, questo accade anche nelle sue prime opere, soprattutto in “Narciso nero”, ambientato appunto in un convento di religiose in India, per la precisione ai  piedi dell’Himalaia.  Ne viene tratto un film pluripremiato, diretto da Michael Powell ed Emeric Presseburger  e interpretato da una star del calibro di Deborah Kerr. Un altro romanzo della Godden, “Il fiume”, ispirerà un ennesimo capolavoro cinematografico diretto dal grande Jean Renoir. 

Rumer Godden è morta l'8 novembre 1998 all'età di 90 anni. Una vita complicata – senza contare che da bambina è sopravvissuta a una caduta che le lesionò gravemente la spina dorsale, e da adulta, oltre al già citato tentativo di avvelenamento,  alla morte di un figlio – lei si è sempre sentita un po’ fuori posto. Anche per questo, forse, è stata capace di raccontare con tanta empatia la solitudine e il senso di estraneità. Che non sono però “l’ultima parola”. Come scrive nella prefazione ad una riedizione del 1993 di “Nella città una rosa”, rievocando gli anni Cinquanta in cui era tornata a vivere a Londra, le tante difficoltà vissute e anche i numerosi errori compiuti, sostiene di essere arrivata a credere “che niente va mai sprecato; dagli errori, o attraverso gli errori può spuntare qualcosa di prezioso: nel mio caso il seme di un altro romanzo”, appunto il futuro “Nella città una rosa”. E proprio il romanzo testimoni un'altra importante scoperta, che la conversione illuminerà fino in fondo: la salvezza è nell’amore, nell’amicizia,  nell’essere vicini a chi è ultimo.  

 

 

Rumer Godden, Nella città una rosa, editore Bompiani, pp.407, euro 16

 

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