Misericordiae vultus, raccontare la colpa per raccontare la misericordia

La stola dei missionari della misericordia
Foto: CNA
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Parte da Dostoevskij la riflessione che P. José Granados dcjm, Vicepreside e ordinario di Teologia dogmatica al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi sul matrimonio e la famiglia, Università Lateranense, ha proposto al Convegno Misericordia Vultus  promosso dallaPenitenzieria Apostolica nelle festa della Divina Misericordia. “Poniamo al centro, con convinzione, il sacramento della riconciliazione” (MV 17). Raccontare la misericordia, questo il tema che il teologo ha spiegato usando l’approccio di “ Delitto e castigo”: raccontare la colpa per raccontare la misericordia.

“Oggi- spiega Padre Granados- non mancano certamente i malintesi sulla misericordia. Davanti ad essi è doveroso domandarsi: qual è il carattere specifico della misericordia nel cristianesimo? Come si differenza essa dalla tolleranza (oggi vicina all’indifferenza) e dalla compassione? Per rispondere, la fede non ci propone innanzitutto una definizione di misericordia ma, per così dire, un suo racconto concreto, anzi, una sua pratica, per cui arriviamo a vivere il suo giusto senso: mi riferisco al sacramento della Penitenza”.

Ci sono tre momenti nel percorso concreto della Divina Misericordia ad iniziare con la confessione: “Infatti, anche se questo momento avviene dopo un processo di dolore per il peccato e di ricerca del perdono, la confessione è l’elemento più visibile, quello che si trova al centro del segno”.

Perché “il fatto che il peccatore possa raccontare il suo peccato è ormai un segno di liberazione”. Ecco quindi che “la misericordia non si limita a tollerare il male che abbiamo causato. Questo sarebbe troppo poco. La misericordia ci ricorda la nostra bontà originaria e, in questo modo, opera in noi una rigenerazione: ci permette di nascere di nuovo; ci reintegra alla vita secondo l’alleanza con Dio”.

Dalla confessione si passa alla contrizione, che “vuol dire rompere la forma di vita isolata del soggetto e adottare un’esistenza relazionale, capace di riconoscere l’origine e il destino in altri, di scoprire la propria identità donata, condivisa, chiamata a consegnarsi ad altri. È possibile allora raccontare la storia in modo relazionale, intrecciata alla storia dei nostri: questo succede nella confessio, dove si vede tutto a partire dalla gratitudine per il dono e la promessa ricevuta. Ecco perché Sant’Anselmo può proporre quest’etimologia: cor contritum, cum gratia tua tritum”.

Si arriva così alla soddisfazione, ma “sembrerebbe, secondo una mentalità diffusa, una negazione della misericordia. Soddisfazione vuol dire, infatti, una riparazione del danno, una devoluzione di ciò che, con il peccato, si è tolto. Non si istaura con essa la logica della giustizia, contraria alla gratuità misericordiosa?”.

Ma bisogna capire che cosa significa davvero soddisfazione. Spiega Padre Granados: “La soddisfazione implica, certamente, il restauro di un equilibrio che il peccato ha rotto. Tuttavia, San Tommaso chiarifica che si tratta di una soddisfazione propria dell’amicizia: è in questione la giustizia di un’alleanza, non la mera giustizia vendicativa

. Ciò che si esige è, allora, che si ritorni alla logica dell’amicizia reciproca; che l’uomo voglia, secondo la sua capacità, corrispondere al dono di Dio, accoglierlo e farlo fruttificare in sé. La soddisfazione, da questo punto di vista, è strettamente legata alla misericordia, in quanto in ambedue è in questione l’amicizia tra Dio e gli uomini”.

C’è poi da non dimenticare che il ministro stesso della Confessione è segno di misericordia “non è un semplice spettatore passivo, che si limita ad agire in modo meccanico. Al contrario, egli partecipa, con causalità strumentale, nel conferire il sacramento; anzi, essendo uno strumento umano, deve partecipare con la sua umanità libera”.

E allora “ è essenziale la capacità del sacerdote di aprire al penitente una strada, fatta di piccoli passi, che porti alla rigenerazione. Inoltre, il confessore non offre questo cammino come lo farebbe uno spettatore che guarda solo dal di fuori. Al contrario, il sacerdote partecipa della sofferenza del penitente (a partire dalla sua fatica nel raccontare e anche, eventualmente, partecipando alla soddisfazione), perché accetta di accogliere su di se anche il peso di quella storia”. E conclude il teologo, si rinnova sempre “l’appello alla Chiesa per accompagnare gli uomini in questo cammino di rigenerazione, perché possano capire che il racconto di vita di Gesù può essere anche, questa è la misericordia, il loro racconto”.

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