Missioni, direttore di ‘Popoli e Missione’ Gianni Borsa, invita alla fraternità

Un colloquio con il nuovo direttore della rivista nata per conto delle Pontificie opere missionarie

La copertina della rivista
Foto: www.missioitalia.it
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L’Ottobre missionario di quest’anno, sulla scia del tema precedente ‘Battezzati e inviati’, prosegue alla luce della parola biblica tratta dalla vocazione del profeta Isaia: ‘Eccomi, manda me!’ Papa Francesco, nel suo messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale di domenica prossima, ha scritto: “Questa chiamata proviene dal cuore di Dio, dalla sua misericordia che interpella sia la Chiesa sia l’umanità nell’attuale crisi mondiale… Siamo veramente spaventati, disorientati e impauriti. Il dolore e la morte ci fanno sperimentare la nostra fragilità umana; ma nello stesso tempo ci riconosciamo tutti partecipi di un forte desiderio di vita e di liberazione dal male. In questo contesto, la chiamata alla missione, l’invito ad uscire da sé stessi per amore di Dio e del prossimo si presenta come opportunità di condivisione, di servizio, di intercessione. La missione che Dio affida a ciascuno fa passare dall’io pauroso e chiuso all’io ritrovato e rinnovato dal dono di sé”.

Partendo da questo inizio del messaggio papale ‘Eccomi, manda me’ abbiamo chiesto a Gianni Borsa, nuovo direttore responsabile del mensile della Fondazione Missio ‘Popoli e Missione’, di spiegarci il motivo per cui il cristiano è chiamato alla missione: “Estendiamo il termine ‘missione’ e parliamo di ‘evangelizzazione’, ovvero il compito, bello e intenso, irrinunciabile, del testimoniare il vangelo nella vita di ogni giorno. Questa dovrebbe essere la missione di chi ha incontrato Gesù: condividere questa gioia, farla diventare progetto di vita che dà sapore alla vita”.

In quale modo la missione è risposta alla chiamata di Dio?

“La volontà e l’impegno di raccontare a ogni giovane, donna e uomo che incontriamo nella vita la ‘buona notizia’ è, in sé, risposta alla chiamata di Dio. E’, appunto, vocazione, che il cristiano laico cerca di portare in famiglia, nel lavoro, nella società, nella cultura, nella scuola, nella politica… Non si tiene la fede in un cassetto, neppure la si relega in sacrestia. E’ anche questo il senso di una ‘Chiesa in uscita’. Naturalmente la testimonianza cristiana deve essere rispettosa di ogni persona, delle altre fedi, della cultura e della società in cui si inserisce.

Rispettosa ma tenace, una fede ‘pensosa’, che sa misurarsi con le sfide del tempo che attraversa. E la missione ‘ad gentes’ è una parte rilevante, significativa, e altrettanto necessaria dell’evangelizzazione. Si tratta di stare, con generosità e umiltà, in mezzo a popolazioni e realtà lontane e diverse dalla nostra, entrando in punta di piedi e con rispetto, coniugando promozione umana e testimonianza verace del vangelo. Ancora oggi la missione in altre parti del mondo conserva attualità ed estremo valore.

Dai missionari abbiamo limpide espressioni di una fede che trasforma l’esistenza: la propria e, spesso, quella altrui. Ma occorre ricordarsi che anche noi siamo terra di missione. Anche la nostra Europa, la nostra Italia, hanno bisogno di ascoltare la Parola, di vedere gesti di carità, di misurare, incarnata nei credenti, la fede nel Signore. Il quale è il ‘motore’ della missione”.

Nel messaggio il Papa afferma che occorre capire ciò che Dio dice: “Capire che cosa Dio ci stia dicendo in questi tempi di pandemia diventa una sfida anche per la missione della Chiesa. La malattia, la sofferenza, la paura, l’isolamento ci interpellano. La povertà di chi muore solo, di chi è abbandonato a sé stesso, di chi perde il lavoro e il salario, di chi non ha casa e cibo ci interroga. Obbligati alla distanza fisica e a rimanere a casa, siamo invitati a riscoprire che abbiamo bisogno delle relazioni sociali, e anche della relazione comunitaria con Dio”. La pandemia può essere una ‘sfida’ alla missione della Chiesa?

“Certamente lo è. La pandemia Covid-19 segna l’umanità, diffonde timori, malattie, morte, povertà.

Al contempo sollecita risposte generose, innovative, tante volte efficaci. Il cristiano sta nella storia: dunque deve comprendere quale sia il contesto dell’annuncio, adeguandone le forme, il vocabolario. Oggi missione vuol dire soprattutto seminare speranza”.

Il tema scelto dalla Fondazione ‘Missio’ per questo mese missionario verte sulla fraternità, ‘Tessitori di fraternità’: ‘L’invio a cui il Signore ci chiama è una spinta a creare fraternità fra tutti gli uomini e abbiamo scelto questo tema proprio pensando alla volontà di Dio che tutti gli uomini siano una sola famiglia’. Come si può diventare ‘tessitore di fraternità’?

“Ce lo spiega Papa Francesco nella nuova enciclica ‘Fratelli tutti’, approfondendo il messaggio della Giornata missionaria mondiale. Facendoci carico del compito stesso della missione, rispondendo con il nostro ‘Eccomi, manda me’ laddove viviamo, nel segno della benevolenza verso ogni persona, nella capacità di ‘farsi prossimo’ verso chi è nel bisogno, nel riconoscere in ogni persona che incontriamo un fratello e una sorella da amare. Non ci nascondiamo che si tratta di un percorso ambizioso, non sempre facile: si tratta di vincere le nostre ritrosie, magari gli egoismi, le paure. Tutto questo è umano, potremmo persino dire comprensibile. Ma se non usciamo da noi stessi, dal nostro star bene, dalle nostre convinzioni, il vangelo non cammina. Tessitori di fraternità sono, oggi, i seminatori di speranza”.

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