Napolioni, il nuovo vescovo di Cremona saluta la sua San Severino

Il vescovo eletto Napolioni
Foto: Diocesi di Cremona
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Sabato 30 gennaio 2016 nella cattedrale di Cremona avverrà l’ordinazione episcopale di monsignor Antonio Napoleoni. Il neo vescovo a conclusione dell’incontro avvenuto a San Severino Marche, dove risiede il vescovo eletto, tra lo stesso, il vescovo di Camerino-San Severino, mons. Francesco Giovanni Brugnaro, ed il vescovo emerito e amministratore apostolico mons. Dante Lafranconi. Mons. Napolioni ha chiarito di non avere programmi già prestabiliti in vista del nuovo ministero, ma di essere pronto ad andare a Cremona desideroso di vivere insieme alla comunità diocesana il cammino sul quale il Signore l’ha indirizzato.

E nel messaggio ai fedeli della diocesi cremonese ha scritto una lettera in cui ha affermato che desidera ricevere l’ordinazione episcopale nella Cattedrale di Cremona dal vescovo Lafranconi: “Credo che tutti voi siate stupiti quanto me! Papa Francesco, il successore di Pietro, ha chiamato un parroco dall’antica Chiesa di Camerino-San Severino Marche per guidare nella carità la bella diocesi di Cremona. Sembra incredibile! Veramente la realtà è sempre superiore alle nostre idee, ai nostri schemi. Specie quando si lascia fecondare dalla fantasia dello Spirito, che sempre ama e guida la sua Chiesa, anche in questo tempo. Allora lo sconcerto umano può scomparire, e il dono della fede apre all’obbedienza, in un abbandono cordiale a quella che, per me e per voi, oggi è certamente la volontà di Dio”.

Monsignor Antonio Napolioni, nato a Camerino, in provincia di Macerata, l’11 dicembre 1957, è parroco da appena cinque anni di San Severino Vescovo, a San Severino Marche, oltre che dal 1991, vicario episcopale dell’arcidiocesi di Camerino. E’ stato ordinato sacerdote il 25 giugno 1983. Dopo la maturità classica e due anni di Giurisprudenza all’Università statale di Camerino, è entrato nel Seminario Regionale di Fano, dove ha compiuto studi classici. Poi la formazione accademica a Roma, alla Pontificia università Salesiana, con dottorato in Teologia e specializzazione in Pastorale giovanile e Catechetica. E’ stato direttore dell’Ufficio catechistico diocesano dal 1983 al 1993. Assistente ecclesiastico regionale Agesci dal 1986 al 1991, assistente nazionale Agesci dal 1992 al 1998, vicario episcopale per la Pastorale dal 1991 a oggi, vicerettore del Pontificio seminario regionale marchigiano Pio XI, ad Ancona, dal 1993 al 1998, rettore del medesimo seminario dal 1998 al 2010, direttore del Centro regionale vocazioni delle Marche dal 2006 al 2010, docente di Teologia pastorale e Catechetica nel Pontificio istituto di Pastorale della Pontificia università lateranense dal 1993 al 2001. Dal 5 gennaio 2005 è cappellano di Sua Santità.

Partendo dal motto scelto gli abbiamo chiesto di raccontarci il suo primo pensiero dopo l’annuncio della nomina: “Sui pensieri hanno prevalso i sentimenti, che definirei di ‘piccolezza amata’. Nonostante i tanti anni di servizio come Rettore del Seminario regionale abbiano autorizzato tanti, nel tempo, a pronosticarmi come vescovo di questa o quella diocesi marchigiana, la scelta di papa Francesco mi ha fatto proprio sentire la grandezza del compito, il mistero che vi si incarna, l’esigenza di un abbandono filiale alla volontà di Dio. Stupore accresciuto dal fatto che a tutto avrei potuto pensare tranne che a una diocesi così importante della Lombardia. Un trapianto che accetto di buon grado, con lo spirito scout di chi sa che alla fine di ogni percorso c’è sempre una nuova ‘partenza’”.

Cosa significa tenere lo sguardo fisso su Gesù?

“A partire dai giorni in cui ero tenuto a custodire nel segreto la nomina, prima del suo annuncio pubblico, nel mio intimo ho potuto sperimentare ancora una volta che Lui, il Signore risorto e vivo, è veramente l’unico soggetto in cui la realtà ecclesiale prende senso. Lui il protagonista della vocazione cristiana e sacerdotale. Lui il Vescovo e Pastore delle nostre anime. Lui il tutto della mia vita, nonostante tante distrazioni e fragilità, che a loro volta invocano la Sua misericordia. In Lui tutta la realtà diventa amabile, ogni incontro salvifico, tutto è grazia. Specie quando il cammino si fa pesante, a motivo del dolore, il Suo volto diventa l’unica sorgente di pace e di fiducia”.

Nella sua lettera alla nuova Diocesi ha citato Mazzolari: in questo tempo della misericordia cosa può dire il sacerdote cremonese ai giovani?

“Viviamo un tempo di paure e irrigidimenti che poco hanno a che fare con il Vangelo, che a sua volta non vuole giustificare irenismi e superficialità, davanti alla complessità che attraversiamo. Il prete che ci insegnato ad impegnarci ‘noi e non gli altri’, in nome di un’appartenenza a Cristo che rende fratelli universali e testimoni della Croce, custodisce una forte attualità. Andando a vivere in terra cremonese e padana, mi metterò sulle sue tracce, ascolterò i preti e i laici che hanno conosciuto don Primo, non come un archeologo che voglia studiarne il passato, ma come un amici credente che vuole riviverne, innanzitutto coi giovani, il segreto”.

Il patrono, sant'Omobono, può essere un esempio di un nuovo umanesimo?

“Confesso che ancora non ho approfondito tutto della Chiesa che il 30 gennaio riceverò come sposa bella da custodire e servire nella fede. Ho visitato informalmente la cattedrale ed ho pregato davanti all’urna del Patrono laico, testimone di carità concreta, costruttore di una comunità solidale. Imparerò dal mio predecessore e da tutti i cremonesi l’incisività della sua memoria spirituale e affido sin da ora a lui tutte le vocazioni di cui ha bisogno il Regno di Dio”.

Lei ha invitato i giovani a dialogare con la Chiesa: con quale linguaggio?

“Come Gesù ha parlato sempre il linguaggio dei propri interlocutori, credo che la Chiesa debba ascoltare anche i giovani, i loro mutamenti, i loro cuori, per dire il Vangelo con autentica vicinanza alle loro attese. Non si tratta solo di un aggiornamento linguistico o tecnologico, che pure ha il suo valore, quanto di una sapienza educativa e spirituale, in cui chi ha più passione per la vita, più sa vedere e raccogliere i semi di futuro che non mancano nemmeno nei ragazzi apparentemente più disastrati. E poi, non mancheranno le opportunità di incontro: negli oratori e nelle scuole, nei campi scuola e alla GMG, negli eventi e nella quotidianità, dove mi auguro di veder coinvolta sempre di più l’intera comunità educante”.

 

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