Nespoli dal Papa. “Impossibile da lassù non pensare a qualcosa di più grande”

Papa Francesco incontra gli astronauti della ISS53, Vaticano, 8 giugno 2018
Foto: Vatican Media / ACI Group
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Una tuta spaziale, con il suo nome Jorge Mario Bergoglio e la bandiera argentina, che diventava una tuta da Papa con la mantellina bianca, dove c’era invece la bandiera della Santa Sede e il nome di Papa Francesco: è il regalo per Papa Francesco degli astronauti della 53esima spedizione della Stazione Spaziale Internazionale, stamattina in udienza privata con le loro famiglie. 

Papa Francesco ha chiesto loro se hanno portato delle Bibbie nello spazio, le figlie di Paolo Nespoli, l’italiano, colui che per lingua e per cultura ha guidato l’incontro, si sono fatte firmare delle Bibbie e hanno regalato un disegno, l’atmosfera era familiare. “Ci sono anche degli ortodossi tra noi, ma hanno voluto ugualmente partecipare a questo incontro”, ha sottolineato Nespoli.

La missione è durata da agosto a dicembre, coprendo due spedizioni, e Papa Francesco ha dialogato con loro il 26 ottobre 2017. Solo tre di loro hanno partecipato a tutti i quattro i mesi di missione. Tra questi, proprio Nespoli, che ha anche un curioso primato: era nell’equipaggio con il quale si collegò Benedetto XVI il 21 maggio 2011.

Paolo Nespoli, cosa si prova ad essere l’unico al mondo ad essere stato intervistato da due Papi?

Non so neanche come poter interpretare questa cosa, non ci avevo nemmeno pensato. Posso dire che noi riteniamo un onore poter dialogare con il Papa. Quando ci è stato riferito di questa possibilità, abbiamo parlato tra noi: di sei persone dell’equipaggio, tre sono cattolici, due ortodossi, uno battista. Ma tutti hanno voluto partecipare, con entusiasmo.

Perché questo entusiasmo condiviso?

Il Papa rappresenta per tutti noi una parte dell’umanità. La parte più teologica, più filosofica, non quella meramente scientifica. Ma dallo spazio ci si rende conto di come questa parte filosofica sia estremamente importante: non saremmo umani se non la avessimo. Per noi scienziati parlare con il Papa è andato proprio a colmare quel vuoto. È stato bello!

Quando si è nello spazio, si pensa mai all’esistenza di Dio?

Posso rispondere a livello personale: quando sono a 400 chilometri dalla Terra, mi viene da farmi delle domande. Da un lato, ti rendi conto di essere arrivati in un posto dove in teoria l’essere umano non dovrebbe essere, e viene da pensare che forse noi stessi siamo Dio. Dall’altro lato, ti vedi intorno, e guardando lo spazio viene difficile pensare che sia tutto frutto di un risultato casuale, che non ci sia non dico una mente, ma un disegno molto più grande di noi. Alla fine, lo spazio ti aiuta a pensare, a riflettere. A me personalmente non ha dato una risposta precisa. Però sicuramente andare nello spazio mi ha fatto crescere.

Lei è credente?

Io sono cresciuto in un paesino cattolico, la mia famiglia era cattolica come lo erano tutti i miei compaesani. Più avanti ho cominciato a farmi delle domande. Oggi, ho difficoltà a rispondere ad una domanda così diretta. Devo ammettere, alla fine, di essere credente, e allo stesso tempo di continuare a farmi domande. Però, insomma, è impossibile non pensare che non ci sia un disegno superiore quando si è davanti allo spazio infinito.

Quale è la percezione della terra dallo spazio?

Da 400 chilometri, la prospettiva è completamente diversa. Non si vedono più i confini, e si comprende come questo mondo sia una nave in viaggio nell’universo. Si percepisce che il mondo è allo stesso tempo delicato e in equilibrio. Si nota che noi umani stiamo avvinghiando la terra, siamo dappertutto, la stiamo cambiando, non capendo neanche come la stiamo cambiando. E può darsi che, se non stiamo attenti, anche le condizioni che ci permettono di vivere su questo pianeta cambino.

È un mondo fragile?

Il mondo da lassù rivela una parte fragile, ma a pensarci bene il mondo non è fragile per se stesso: è la nostra presenza sul mondo che è fragile. Dobbiamo stare attenti a non cambiare queste condizioni, perché altrimenti spariremmo dal mondo. Tra l’altro, la terra ha una vita di una durata che è incomprensibile per noi umani: sono miliardi di anni, mentre la nostra vita dura lo spazio di qualche decina di anni. Nel caso dovessimo distruggere tutto, alla terra ci vorrebbero solo qualche milione di anni per ricominciare tutto, che in proporzione sono un paio dei nostri secondi. La domanda è: ci saremo noi quando tutto sarà ricominciato?

È noiosa la vita sulla Stazione Spaziale Internazionale?

Non è una vita noiosa, perché si lavora sempre. Il tempo astronauta è molto prezioso e molto costoso, e c’è un team di pianificatori che lavorano alacremente e fanno in modo di produrre una programmazione giornaliera che permette a sei astronauti presenti in un posto molto piccolo e complesso di lavorare continuamente su cose diverse senza intralciarsi l’un l’altro, per arrivare a fine giornata con il massimo fatto.

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