Ornaghi: "Per Benedetto XVI università luogo di produzione di autentica cultura"

Il Prof. Lorenzo Oranghi con Mons. Giuseppe Scotti
Foto: Luca Caruso Fondazione Ratzinger
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“Università senza umanistica? Gli impulsi di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI”.  E’ il tema su cui si è incentrato il terzo incontro promosso dalla Fondazione Ratzinger che ha visto protagonista il Professor Lorenzo Ornaghi già Ministro per i beni culturali nel governo Monti ed ex Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

“È un tema molto complesso ma di straordinaria attualità - ha esordito Ornaghi - e l'intera produzione teologica di Ratzinger fa di lui uno dei più grandi interpreti della cultura occidentale. Rileggendo i vari discorsi sul mondo accademico di Joseph Ratzinger vediamo qual è l’immagine di università che ha in mente: luogo di produzione della ricerca scientifica, cioè di autentica cultura. Su questo crinale corrono le sorti future dell’Europa: la cultura non è soltanto una rete di idee, ma produce fatti, orienta comportamenti, contribuisce a creare atteggiamenti individuali e collettivi”.

Secondo l’ex ministro Benedetto XVI vede nell’università un “luogo di produzione della ricerca scientifica, cioè di autentica cultura”. La preoccupazione principale di Ratzinger è che “la ragione si rinserri in una scienza, o più spesso in una pseudo-scienza, che si occupa solo di ciò che è quantificabile, misurabile, che si rannicchi in una forma di pseudo-scienza che viene soppesata e valutata in base alla sua reale o pretesa utilità sociale. Se vogliamo invece bloccare il rischio di declino del pensiero e della cultura occidentali, bisogna allargare la ragione, perché la ragione allargandosi riesce ad abbracciare l’intera, complessa realtà, non un suo frammento”. Pertanto “allargandosi la ragione incontra la fede, che costituisce la migliore garanzia dell’unità del sapere ed è la premessa indispensabile dell’umanesimo. Solo promuovendo questa fondamentale unità del conoscere dell’uomo, noi riusciamo a cogliere fino in fondo non solo la ricchezza ma anche l’attualità dell’umanesimo. Se l’umanesimo scomparisse dall’orizzonte della ricerca scientifica, la ricerca davvero si immiserirebbe, riducendosi soltanto a ciò che è misurabile o che si ritiene socialmente utile. Se la cultura dell’Europa disseccasse le sue radici umanistiche, questa cultura sarebbe sempre più incapace nell’interpretare le tendenze di fondo delle trasformazioni in atto e nel cercare di orientarle, sarebbe soltanto succube, e persone singole, grandi collettività, popoli anziché protagonisti della storia, soggetti rilevanti del divenire storico, diventerebbero soltanto oggetti o comprimari del tutto irrilevanti”.

“La grande sfida dell’università - ha aggiunto il Professor Ornaghi - non è conservare quello che si ha già, ma fare in modo che l’umanesimo risponda anche alle sfide della ricerca scientifica, in campo medico e in tutti i campi. Questo credo che possa contribuire a spiegare l’importanza che un umanesimo continuamente coltivato, consapevole di se stesso e della propria forza, abbia dentro le università”.

Secondo Papa Ratzinger - ha concluso Ornaghi - “le università hanno non solo la forza di contribuire ad arrestare il declino della cultura e del pensiero occidentali, ma si trovano in una stagione storica che sarebbe particolarmente felice per questo lavoro”. 

Benedetto XVI suggerisce due impulsi: “ragionevolezza e minoranze creative. La ragionevolezza impedisce che la precaria pace tra valori che si ritengono tutti uguali tra di loro e che magari sono invece contrapposti e contraddittori, sprofondi nel disordine dell’intero sistema sociale. Il secondo impulso proviene dall’espressione minoranze creative, che ispirate dall’umanesimo cercano di orientare i cambiamenti in corso. Non sono il residuo di vecchie maggioranze, ma un elemento vitale, genuinamente umano, che ricompare quando l’ordine complessivo della società si inceppa. Allorché la forma dell’ordine si dissolve, o in modo violento, o per invecchiamento, questi elementi sopravvivono e subito dopo si ricompongono in una nuova figura. E io credo che sia molto più importante la formazione di minoranze creative, piuttosto che l’apparente, transitorio consenso delle masse”.

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