Papa Francesco, 42 anni da gesuita

Piazza San Pietro, 8 aprile 2015 - Messa di Pasqua
Foto: © L'Osservatore Romano Foto
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L’unica biografia ufficiale di Papa Francesco si chiama “El Jesuita,” “Il Gesuita.” Titolo non casuale, scelto dallo stesso allora arcivescovo di Buenos Aires. Perché in fondo quello è Papa Francesco: un gesuita, permeato dallo spirito ignaziano, che si riflette in molti suoi gesti e iniziative. Dalla volontà di andare a pregare alla fine di ogni viaggio a Santa Maria Maggiore, lì dove Ignazio celebrò la sua prima Messa, al suo continuo accennare alla “Chiesa gerarchica;” dalla sua disciplina quasi militare della preghiera e del lavoro, fino alle sue sottolineature che si arriva all’umiltà attraverso l’umiliazione. E poi, i suoi discorsi sulla corruzione, profondamente permeati dallo spirito di Sant’Ignazio di Loyola.

Il legame al fondatore della Compagnia di Gesù c’è anche nella data scelta per il giorno della sua professione religiosa, una data tra l’altro comune nella compagnia del Gesù. Jorge Mario Bergoglio, divenne gesuita il 22 aprile 1973, 42 anni fa. E fu il 22 aprile 1542 Ignazio di Loyola e i suoi primi compagni pronunciarono a Roma la loro professione solenne dopo l'approvazione da parte di papa Paolo III del nuovo Ordine allora nascente.

Papa Francesco omaggiò il giorno della professione religiosa di Ignazio il 14 aprile 2013. Papa Francesco era a San Paolo Fuori Le Mura, a prendere possesso della Basilica, e volle soffermarsi proprio davanti l’immagine della Madonna davanti la quale il fondatore della sua congregazione pronunciò i primi voti.

Il legame con Ignazio era stato però certificato ancora prima, con la decisione di Papa Francesco di andare a pregare a Santa Maria Maggiore nel primo giorno da Papa. Proprio a Santa Maria Maggiore, Sant’Ignazio celebrò la sua prima Messa, nella notte di Natale del 1538.

Anche la scelta del nome Francesco può essere considerata un omaggio al fondatore dei gesuiti, Ignazio di Loyola utilizzò i francescani come un modello quando pensò di fondare la Compagnia del Gesù. Si racconta che una delle eredità francescane della compagnia è quella di far fare ai novizi un viaggio senza soldi, vivendo di quello che ci può procurare.

La spiritualità ignaziana si trova in ogni parola di Papa Francesco, e viene incredibilmente fuori nelle parole del Papa, e ancora prima dell’arcivescovo Jorge Mario Bergoglio. Un tema, in particolare, è caro a Papa Francesco proprio perché lo mutua da Ignazio di Loyola: il tema della corruzione.

È un tema di cui Papa Francesco parla spesso. Per lui, la corruzione è la “stanchezza della trascendenza”, ovvero l’essere stanchi di rivolgersi a Dio. Riecheggiano, in queste parole, quelle del suo primo Angelus, quando sottolineò come “Dio non si stanca mai di perdonarci, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono”. Ma vi si può trovare anche la perfetta continuità con quello che Papa Benedetto XVI ha sempre con lucida chiarezza denunciato: quando l’uomo si dimentica di Dio il peccato diventa un modo normale di vivere. E’ questo il male della corruzione, di quell’allontanamento da Dio che Ratzinger vedeva nella cultura e Bergoglio denuncia nell’animo di ogni uomo.

D’altronde, da sempre Bergoglio si chiede da sempre cosa sia un cuore corrotto. Per lui, la corruzione non è un fatto socio politico. Quella ne è piuttosto una conseguenza. Papa Francesco va più a fondo. Guarda all’animo umano, sempre pronto a negare la verità, sempre pronto a permettere alla frivolezza di prendere il sopravvento sulla severità spirituale. Quella stessa severità che predicava Sant’Ignazio, con quella precisione che portò Italo Calvino a scegliere alcuni degli esercizi come punto di partenza per una delle sue Lezioni Americane, il suo ultimo libro, pubblicato postumo. Quella stessa filosofia che c’è alla base degli scritti di Ignazio sulla corruzione dell’anima.

Papa Francesco ha assorbito fino in fondo il rigore e la severità di Ignazio, e nelle sue meditazioni – Papa Francesco non ha mai pubblicato libri sistematici, ma piuttosto raccolto meditazioni – questo si nota. Perché Papa Francesco parla continuamente di una necessità dell’esame di coscienza, e la volontà di dare ad ogni cosa il loro nome, anche ai peccati, in maniera dura ed esatta.

Da qui, viene però anche la visione di Papa Francesco. La visione di una Chiesa inclusiva e apostolica, che non si arrocca su se stessa e che non è autoreferenziale. Anche questa, una visione che si può dire essere profondamente radicata nell’animo gesuita. Come se il gesuita, dopo essere stato tanto severo con se stesso, non possa che rivolgersi all’esterno con misericordia, per non fare all’altro ciò che ha fatto a lui.

 

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