Papa Francesco ai vescovi in terra di missione: “La Chiesa ha bisogno di unione”

Papa Francesco saluta i nuovi vescovi in territorio di missione, cui ha indirizzato un discorso in occasione del loro incontro annuale, Sala Clementina, Palazzo Apostolico Vaticano, 8 settembre 2018
Foto: Vatican Media / ACI Group
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Quello del vescovo è un “ministero che mette i brividi” tanto è grande il “mistero che porta con sé” e che fa sì che il vescovo sia configurato come un buon pastore, che offre la sua vita e non vive per sé, e mette insieme, perché la Chiesa “ha bisogno di unione, non di solisti fuori dal coro o di condottieri di battaglie personali”, e il vescovo “non cerca il consenso del mondo” né vuole tutelare il suo buon nome, ma “ama tessere la comunione”. Così Papa Francesco delinea il profilo del vescovo incontrando i vescovi arrivati da ogni parte del mondo per il seminario di formazione per i vescovi in territori di missione organizzato dalla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli.

Il discorso di Papa Francesco è una sorta di linea guida per i vescovi di tutto il mondo, che sviluppa anche delle riflessioni fatte a Santa Marta. Papa Francesco in questi giorni è infatti più volte tornato sui giusti atteggiamenti da prendere, sviluppando l’idea di “conversione spirituale” che da sempre promuove. È un vademecum per i vescovi, chiamati ad esser pastori, a sfuggire gli atteggiamenti del “leaderismo”, a mettersi in ascolto e non cercare gloria personale, a non vivere il clericalismo, a rimanere radicato nel territorio superando la “tentazione” di “essere un vescovo di aeroporto” (cioè di stare spesso lontano dalla diocesi) e ad occuparsi in particolare di famiglie, seminari, giovani e poveri, di essere uomo della comunione e dell’annuncio. Un messaggio che non riguarda solo i vescovi in territorio di missione, ma che rappresenta, invece, l’idea di profilo di vescovo del Papa.  

Il seminario di studio per i vescovi in territorio di missione si tiene dal 1994, ed è organizzato dalla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, responsabile appunto dei vescovi in territorio missionario.

Vale la pena ricordare che sono molti i territori considerati ancora di missione da parte della Chiesa, e che a volte sono persino amministrazioni apostoliche all’interno di territori che invece già sono considerati evangelizzati, piccole “enclaves” sotto Propaganda Fide in un territorio in generale amministrato dalla Congregazione dei Vescovi.

Sono 74 i vescovi che si sono riuniti quest’anno, e provengono da 34 nazioni di 4 diversi continenti: 17 vengono dall’Africa, 8 dall’Asia, 6 dall’Oceania, 3 dall’America Latina.

Il Seminario dura dal 3 al 15 settembre, mentre il 10 luglio è previsto un incontro con i nuovi vescovi che stanno svolgendo in questi giorni un seminario analogo gestito dalla Congregazione dei Vescovi.

Chi è il vescovo per Papa Francesco? Non esiste “un modello standard, identico in tutti i luoghi”, dice il Papa, ma sottolinea che “il ministero del vescovo mette i brividi, tanto è grande il mistero che porta con sé”, perché “grazie all’effusione dello Spirito Santo, il vescovo è configurato a Cristo pastore e Sacerdote”, e quindi deve avere “i lineamenti del Buon Pastore e fare proprio il cuore del sacerdozio, ovvero l’offerta della vita”, non vivendo per sé, ma per “donare la vita alle pecore, in particolare a quelle più deboli e in pericolo”.

È il motivo per cui il vescovo è chiamato a nutrire “una vera e propria compassione” per quanti sono pecore senza pastore, e per gli scartati, ed è il motivo per cui il Papa chiede ai nuovi vescovi in terre di missione “gesti e parole di speciale conforto per quanti sperimentano marginalità e degrado”.

La risposta alla domanda “Chi è il vescovo?” è data, secondo Papa Francesco, dai tratti essenziali della preghiera, dell’annuncio e della comunione.

Il vescovo è uomo di preghiera, perché “davanti al tabernacolo che impara ad affidarsi e ad affidare al Signore”, consapevole che il seme matura sia quando dorme, che quando fatica. Non si tratta di devozione, ma di necessità – ammonisce Papa Francesco – non di un impegno tra tanti, ma di un indispensabile ministero di intercessione.

Il Pastore che prega “ha il coraggio di discutere con Dio per il suo gregge,” che “attivo nella preghiera, condivide la passione e la croce del suo Signore”, in un costante tentativo di assimilarsi a Gesù per diventare come lui “vittima e altare per la salvezza del suo popolo”. Perché – sottolinea Papa Francesco – “è facile portare una croce sul petto, ma il Signore ci chiede di portarne una ben più pesante sulle spalle e sul cuore: ci chiede di condividere la sua croce.

Il vescovo è poi anche “uomo dell’annuncio”, non “vive in ufficio, come un amministratore di azienda, ma tra la gente, sulle strade del mondo”, per portare “il suo Signore dove non è conosciuto, dove è sfigurato e perseguitato”, non si “compiace di comfort, non ama il quieto vivere e non risparmia le energie, ma si prodiga per gli altri, abbandonandosi alla fedeltà di Dio”, senza cercare appigli e sicurezze mondane. Se questo accadesse, “non sarebbe un vero apostolo del Vangelo”.

Papa Francesco poi si sofferma sullo stile dell’annuncio, che è “testimoniare con umiltà l’amore di Dio”, perché l’annuncio del Vangelo “subisce le tentazioni del potere, dell’appagamento, del ritorno di immagine, della mondanità”, fino a portare il rischio di “curare più la forma della sostanza, di trasformarsi in attori più che testimoni, di annacquare la parola di salvezza proponendo un Vangelo senza Gesù crocifisso e risorto”. I vescovi, però, sono chiamati ad evitare tutto questo, e ad essere piuttosto “memorie vive del Signore”, per “ricordare alla Chiesa che annunciare significa dare la vita, senza mezze misure, pronti anche ad accettare il sacrificio totale di sé”.

Infine, il vescovo è “uomo di comunione”, perché è vero che non tutti i carismi possono essere posseduti dal vescovo, ma è anche vero che ogni vescovo è chiamato ad “avere il carisma dell’insieme, cioè a tenere uniti, a cementare la comunione”.

La Chiesa, afferma il Papa, ha bisogno “di unione, non di solisti fuori dal coro o di condottieri di battaglie personali”, perché il pastore “raduna”, è “vescovo per i suoi fedeli, è cristiano con i suoi fedeli”, e “non fa notizia sui giornali, non cerca il consenso del mondo, non è interessato a tutelare il suo buon nome, ma ama tessere la comunione coinvolgendosi in prima persona e agendo con fare dimesso”.

E ancora: il vescovo “non soffre di mancanza di protagonismo, ma vive radicato nel territorio, respingendo la tentazione di allontanarsi di frequente dalla Diocesi e fuggendo la ricerca di glorie proprie”.

Il vescovo nemmeno – dice Papa Francesco - “si stanca di ascoltare. Non si basa su progetti fatti a tavolino, ma si lascia interpellare dalla voce dello Spirito, che ama parlare attraverso la fede dei semplici. Diventa tutt’uno con la sua gente e anzitutto col suo presbiterio, sempre disponibile a ricevere e incoraggiare i suoi sacerdoti”.

Il vescovo è chiamato a promuovere “con l’esempio, più che con le parole, una genuina fraternità sacerdotale, mostrando ai preti che si è Pastori per il gregge, non per ragioni di prestigio o di carriera”.

Papa Francesco invita i vescovi a non essere né “arrampicatori né ambiziosi”, a fuggire “il clericalismo”, perché questo “corrode la comunione”, come il Papa ha sottolineato nella lettera al Popolo di Dio con cui ha voluto dare un risposta agli abusi.

Papa Francesco chiede di “non sentirsi signori del gregge”, nemmeno se c’è l’esempio opposto, perché il popolo di Dio deve sentire i vescovi “come padri premurosi”, non deve avere atteggiamenti di sudditanza verso il vescovo. E Papa Francesco contesta le tendenze di “leaderismo”, il “mostrarsi uomini forti, che mantengono le distanze e comandano sugli altri.

Questo – spiega il Papa – “potrebbe apparire comodo e accattivante, ma non è evangelico”, in quanto “reca danni spesso irreparabili al gregge, per il quale Cristo ha dato la vita con amore, abbassandosi e annientandosi”.

Papa Francesco chiede dunque ai vescovi di essere “uomini poveri di beni e ricchi di relazione, mai duri e scontrosi, ma affabili, pazienti, semplici e aperti”.

Poi, il Papa indica i campi in cui impegnarsi: i vescovi devono avere a cuore le realtà delle famiglie, che “pur penalizzate da una cultura che trasmette la logica del provvisorio e privilegia diritti individuali, rimangono le prime cellule di ogni società e le prime Chiese, perché Chiese domestiche”; i seminari, che sono “i vivai del domani, e dove il vescovo è chiamato ad “essere di casa”, dando priorità al “discernimento vocazionale”; ai giovani, cui è dedicato il prossimo sinodo, che vanno ascoltati “anche quando sembrano infettati dai virus del consumismo e dell’edonismo”; e i poveri, perché “amarli significa lottare contro tutte le povertà, spirituali e materiali”.

Infine, Papa Francesco chiede ai nuovi vescovi di diffidare “della tiepidezza che porta alla mediocrità e all’accidia, che lui chiama “demon du midi”; della tranquillità che schiva il sacrificio; della fretta pastorale che porta all’insofferenza; dell’abbondanza di beni che sfigura il Vangelo”, e invita ad avere “una santa inquietudine per il Vangelo, la sola inquietudine che dà pace.”

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