Papa Francesco e le stanchezze dei sacerdoti

Papa Francesco soffia nelle ampolle degli olii santi durante la Messa del Crisma
Foto: @M.Migliorato/CPP
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La messa crismale non è parte del Triduo Pasquale, ma in un certo senso ne è la porta.  Ogni vescovo riunisce i sacerdoti della sua diocesi e benedice gli olii sacri che nell’anno serviranno per l’amministrazione dei Sacramenti. É come una vigilia, perché l’unico giorno di Pasqua che è il Triduo, inizia alla sera, e allora è bello che i sacerdoti siano con Gesù fin dal mattino, pronti ad accompagnarlo in questo insolito unico giorno. Lo fa anche il Papa, vescovo di Roma. Papa Francesco, come i suoi predecessori, sceglie San Pietro e non la cattedrale di San Giovanni per significare la universalità del papato.

Una omelia tutta rivolta ai sacerdoti quindi, e in particolare alle loro stanchezze. “La stanchezza dei sacerdoti! Sapete quante volte penso a questo: alla stanchezza di tutti voi? Ci penso molto e prego di frequente, specialmente quando ad essere stanco sono io. Prego per voi che lavorate in mezzo al popolo fedele di Dio che vi è stato affidato, e molti in luoghi assai abbandonati e pericolosi. E la nostra stanchezza, cari sacerdoti, è come l’incenso che sale silenziosamente al Cielo. La nostra stanchezza va dritta al cuore del Padre.”

Ma, spiega il Papa, non ci si può riposare in un modo qualsiasi dalla stanchezza per il peso pastorale “come se il riposo non fosse una cosa di Dio. Non cadiamo in questa tentazione. La nostra fatica è preziosa agli occhi di Gesù, che ci accoglie e ci fa alzare”. E questa è una chiave della fecondità sacerdotale.

Il Papa pone ai sacerdoti che affollano la basilica una serie di domande sul riposo, sulla preghiera, sulla capacità di chiedere aiuto, di non essere chiusi in se stessi, di affidarsi alla protezione dei santi.

Un lista lunga, cui il Papa risponde ricordando che un buon prete gioisce con chi è felice e piange con chi soffre, perché “Per noi sacerdoti le storie della nostra gente non sono un notiziario”.

Tanti tipi di stanchezza, dalla “ stanchezza della gente, delle folle” ma è  “stanchezza è buona, è sana. E’ la stanchezza del sacerdote con l’odore delle pecore…, ma con sorriso di papà che contempla i suoi figli o i suoi nipotini.” C’è “la stanchezza dei nemici”, perché il gregge va difeso dal “nemico” il demonio che “è capace di demolire in un momento quello che abbiamo costruito con pazienza durante lungo tempo. Qui occorre chiedere la grazia di imparare a neutralizzare il male”.  E poi “la stanchezza di sé stessi”  una “delusione di sé stessi ma non guardata in faccia, con la serena letizia di chi si scopre peccatore e bisognoso di perdono: questi chiede aiuto e va avanti. Si tratta della stanchezza che dà il “volere e non volere”, l’essersi giocato tutto e poi rimpiangere l’aglio e le cipolle d’Egitto, il giocare con l’illusione di essere qualcos’altro. Questa stanchezza mi piace chiamarla “civettare con la mondanità spirituale”.”

Il Papa conclude con la immagine della lavanda dei piedi: “Mi piace contemplarla come la lavanda della sequela. Il Signore purifica la stessa sequela, Egli si «coinvolge» con noi si fa carico in prima persona di pulire ogni macchia, quello smog mondano e untuoso che ci si è attaccato nel cammino che abbiamo fatto nel suo Nome” Perché infondo i sacerdoti devono “imparare ad essere stanchi, ma bene stanchi!”

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