Papa Francesco in Colombia, cosa troverà? Le risposte dell'Operazione Colomba

Logo del viaggio del Papa in Colombia
Foto: El Papa en Colombia
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Dal 6 all’11 settembre papa Francesco visiterà la Colombia, toccando le città di Bogotà, Villavicencio, Medellín e Cartagena de Indias, che è la città custode della memoria di san Pietro Claver e in cui sono stati firmati gli accordi di pace tra il governo e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC).

Nonostante il premio Nobel per la pace al presidente Santos, papa Francesco troverà una Colombia ben lontana dall’essere pacificata, come testimoniano anche le esperienze dei volontari italiani dell’ "Operazione Colombia" della comunità ‘Papa Giovanni XXIII’.

La comunità è presente nello Stato dal 2009, a sostegno della Comunità di pace di San José de Apartadò che ha scelto di resistere in maniera nonviolenta al conflitto armato. La presenza di volontari impedisce, mantenendo accesi i riflettori dell’attenzione internazionale, l’acuirsi delle violenze, come aveva affermato qualche mese fa Giovanni Paolo Ramonda, responsabile generale della comunità ‘Papa Giovanni XXIII’: “Non lasceremo mai nell’oblio il ricordo di tutte quelle donne e quegli uomini che con la loro vita hanno pagato la nostra scelta di resistenza civile, pacifica e non armata, e non esitiamo a chiedere pubblicamente a tutti gli attori armati di rispettare i nostri spazi di vita e di lavoro comunitario”.

ACI Stampa ha parlato con Alessandra Zaghini, coordinatrice dell’ ‘Operazione Colomba’ in Colombia. 

Che situazione troverà il Papa in Colombia? 

Difficile dirsi, sicuramente per quello che viviamo noi ogni giorno nel nostro piccolo, non un paese in pace. Nonostante le Farc siano giunte nel novembre scorso a un accordo con il Governo, nel paese sono presenti oltre l’ELN, numerosi gruppi neo paramilitari che da subito hanno occupato tutto il territorio un tempo sotto controllo delle FARC. Tali gruppi non sono, come li descrive il Governo, semplici criminali legati al narcotraffico, ma veri e propri eserciti perfettamente armati e strutturati per controllare interi villaggi e la popolazione civile che in essa vi abita, obbligandola alla coltivazione della coca e intervenendo sul controllo della compra vendita dei terreni, costringendo i contadini a scontrarsi per l’occupazione del territorio perché in nessun modo trova giustizia il piano del governo sulla ‘restituzione della terra’ la cui unica certezza sarà la consegna di milioni di ettari di terreno alle imprese multinazionali e transazionali, mentre ai poveri sarà concesso poco e nulla. Inoltre non si arrestano gli omicidi dei difensori dei diritti umani, leader sociali e indigeni la cui cifra è vertiginosamente cresciuta da dopo la firma degli accordi. Secondo i dati più recenti riportati dal ‘Programa Somos Defensores’ nei primi 6 mesi del 2017 sono già stati uccisi 52 difensori dei diritti umani.

Cosa ha prodotto il processo di pace con le Farc?

Da un lato sicuramente la fine degli scontri armati tra questo gruppo e l’esercito, il disarmo di gran parte delle FARC (si deve ricordare che non tutti i Fronti hanno accettato l’accordo per cui non si sono smobilitati) e la possibilità del ritorno alla vita civile per molti ex guerriglieri (sempre che lo Stato riesca a garantirgli l’incolumità e porre fine agli omicidi selettivi da parte dei gruppi neo paramilitari come denunciato da più fonti), ma dall’altro lato bisogna anche dire che l’enorme enfasi data agli accordi di pace dai media, come in parte era giusto fare, ha coperto con una coltre di falsità la situazione reale che si vive nel paese e mascherato l’obiettivo principale dello Stato e dei suoi partner internazionali: l’accaparramento e lo sfruttamento della ricchissima terra colombiana da sempre al centro degli interessi e del conflitto colombiano.

Quale ruolo ha la Chiesa nel Paese?

Dipende a quale Chiesa si fa riferimento. C'è una parte della Chiesa colombiana che da sempre cammina e si muove al fianco e a sostegno dei poveri, del campesinado e della società civile colombiana sostenendola nelle sue lotte e nelle sue rivendicazioni di verità e di giustizia. Una Chiesa ben rappresentata da figure come quella di padre Javier Giraldo, gesuita che fin dalla sua nascita è al fianco della Comunità di Pace di San Josè de Apartadò oppure dell’attuale vescovo di Apartadò, mons. Hugo Torres, che denuncia il pericolo rappresentato dalla presenza paramilitare nella sua diocesi. Ci sono i membri della Commissione Interecclesiale di Giustizia e Pace che, il 3 e 4 settembre a Bogotà, con un atto pubblico chiederanno perdono a Dio e alle vittime del conflitto colombiano per le responsabilità e le connivenze della Chiesa colombiana nella violenza del passato. Ma c'è anche la Chiesa più conservatrice, a cui fa riferimento il giornalista Cristiano Morsolin, in un suo articolo uscito sul Faro di Roma, quando scrive: ‘Malgrado gli   incontri precedenti che hanno caratterizzato ogni viaggio del Papa in America Latina, in Ecuador, in Bolivia,   in Paraguay, in Messico, la potentissima Conferenza Episcopale colombiana, é riuscita a bloccare l’incontro del Papa con i movimenti sociali, le organizzazioni popolari che da 50 anni lottano per la difesa dei diritti   umani e costruiscono pace’; questa parte della Chiesa tenta di impedire l’incontro del Papa con le vere vittime del conflitto e, soprattutto, con chi sta denunciando a rischio della vita le ingiustizie.

Quale attività svolgete in Colombia voi volontari?

Operazione Colomba è il Corpo Nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII. Dal 2009 siamo presenti in Colombia nella Comunità di Pace di San Josè di Apartadò, una comunità formata da contadini che da 20 anni resistono in maniera nonviolenta di fronte allo scempio della guerra tra Stato, Farc e gruppi paramilitari, continuando a rivendicare verità e giustizia per le morti e le violenze subite. Operazione Colomba realizza un accompagnamento integrale svolgendo attività di protezione, monitoraggio ed accompagnamento ai suoi membri, leader e difensori dei diritti umani. Dal 2014 inoltre è iniziata una nuova collaborazione con la Commissione Interecclesiale di Giustizia e Pace. Da allora Operazione Colomba scorta anche i membri della Commissione e i loro accompagnati in regioni come Valle del Cauca, Meta e Chocó.

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