Papa: “Siamo chiamati sempre ad annunciare la novità dell'amore del Signore”

Il Papa celebra il Giubileo dei Catechisti
Foto: Daniel Ibanez/ ACI group
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“In questo Giubileo dei catechisti, ci è chiesto di non stancarci di mettere al primo posto l’annuncio principale della fede: il Signore è risorto. Non ci sono contenuti più importanti, nulla è più solido e attuale. Ogni contenuto della fede diventa bello se resta collegato a questo centro, se è attraversato dall’annuncio pasquale”. Cosi Papa Francesco apre la sua omelia nella Messa per il Giubileo dei catechisti.

Sono giunti a Roma, da tutto il mondo in più di 15.000 per la celebrazione sul sagrato della Basilica in Piazza San Pietro, portando a questo Giubileo della misericordia la loro testimonianza di fede.

Francesco nella sua omelia commenta la lettera di Paolo a Timoteo in cui viene spiegato “il comandamento”, ciò che è essenziale per la fede: l’annuncio del Cristo Risorto che si collega ad un comandamento nuovo di Gesù: “che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi”.

“È amando – afferma il Papa -  che si annuncia Dio-Amore: non a forza di convincere, mai imponendo la verità, nemmeno irrigidendosi attorno a qualche obbligo religioso o morale. Dio si annuncia incontrando le persone, con attenzione alla loro storia e al loro cammino. Perché il Signore non è un’idea, ma una Persona viva: il suo messaggio passa con la testimonianza semplice e vera, con l’ascolto e l’accoglienza, con la gioia che si irradia. Non si parla bene di Gesù quando si è tristi; nemmeno si trasmette la bellezza di Dio solo facendo belle prediche. Il Dio della speranza si annuncia vivendo nell’oggi il Vangelo della carità, senza paura di testimoniarlo anche con forme nuove di annuncio”.

Poi Francesco commenta il Vangelo odierno, l’uomo ricco che non si accorge del povero Lazzaro: “Questo ricco, in realtà, non fa del male a nessuno, non si dice che è cattivo. Ha però un’infermità più grande di quella di Lazzaro, questo ricco soffre di una forte cecità, perché non riesce a guardare al di là del suo mondo, fatto di banchetti e bei vestiti”.

“Non vede con gli occhi – dice Francesco ai catechisti - perché non sente col cuore. Nel suo cuore è entrata la mondanità che anestetizza l’anima. La mondanità è come un “buco nero” che ingoia il bene, che spegne l’amore, perché fagocita tutto nel proprio io. Allora si vedono solo le apparenze e non ci si accorge degli altri, perché si diventa indifferenti a tutto. Chi soffre questa grave cecità assume spesso comportamenti “strabici”: guarda con riverenza le persone famose, di alto rango, ammirate dal mondo, e distoglie lo sguardo dai tanti Lazzaro di oggi, dai poveri e dai sofferenti che sono i prediletti del Signore”.

Francesco spiega come l’unico a guardare Lazzaro “scartato e trascurato” dal mondo è Gesù e fa notare come il povero abbia un nome, Lazzaro, mentre il ricco no. "Chi vive per sé non fa la storia", dice a gran voce il Papa, che lo ripete più volte: "Il cristiano che vive per sé non fa la storia".

Nell’ultima parte della sua omelia Papa Francesco spiega un altro contrasto della parabola odierna: “La vita di quest’uomo senza nome è descritta in maniera ostentata: tutto in lui reclama bisogni e diritti. Anche da morto insiste per essere aiutato e pretende i suoi interessi. La povertà di Lazzaro, invece, si esprime con grande dignità: dalla sua bocca non escono lamenti, proteste o parole di disprezzo”.

“Non siamo profeti di sventura che si compiacciono di scovare pericoli o deviazioni – ammonisce il Papa- non gente che si trincera nei propri ambienti, emettendo giudizi amari sulla società, sulla Chiesa, su tutto e tutti, inquinando il mondo di negatività. Lo scetticismo lamentevole non appartiene a chi è familiare con la Parola di Dio. Chi annuncia la speranza di Gesù è portatore di gioia e vede lontano, perché sa guardare al di là del male e dei problemi. Al tempo stesso vede bene da vicino, perché è attento al prossimo e alle sue necessità”.

“Il tempo per soccorrere- conclude infine Francesco - è tempo donato a Gesù, è amore che rimane: è il nostro tesoro in cielo, che ci procuriamo qui sulla terra”.

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