Patriarca Rai: "Cosa rimarrà del Libano?"

Patriarca Bechara Rai
Foto: Aiuto alla Chiesa che Soffre
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"Cosa rimarrà del Libano e della nostra cultura?". È quanto si domanda il patriarca maronita, il cardinale Béchara Boutrous Rai in una conversazione con Aiuto alla Chiesa che Soffre. Ricevendo la Fondazione pontificia nella sua residenza di Bkerke, in Libano, il porporato descrive le difficoltà e i pericoli legati alla presenza di oltre un milione e mezzo di siriani nel paese dei cedri. Una percentuale altissima rispetto agli appena quattro milioni e mezzo di abitanti.

Tale presenza non implica soltanto uno straordinario sforzo umanitario, ma potrebbe avere importanti ripercussioni sui rapporti interreligiosi. "La maggioranza dei profughi è costituita da sunniti – spiega il patriarca – che potrebbero essere facilmente sfruttati dai loro correligionari libanesi". Il prelato porta ad esempio l’esperienza vissuta dal Libano nel 1970, quando la presenza dei rifugiati palestinesi innescò la guerra civile. "A quel tempo i profughi palestinesi furono sostenuti dai sunniti libanesi. E quando lo scorso anno vi è stato un primo scontro tra l’esercito libanese e lo Stato Islamico, i militari sono stati attaccati dai sunniti libanesi. La presenza dei rifugiati è una bomba ad orologeria pronta ad esplodere. La guerra in Siria deve assolutamente finire, così che i profughi possano tornare nel proprio paese".

La presenza dei rifugiati ha pesanti ripercussioni anche in capo economico. "I profughi siriani hanno ovviamente bisogno di mangiare – afferma il patriarca – e così lavorano per un salario nettamente inferiore a quello dei libanesi. Analogamente i loro negozi hanno dimezzato i prezzi dei prodotti. Dinamiche queste che hanno indotto molti libanesi ad emigrare".

Anche la locale comunità cristiana soffre gravemente. «Molti fedeli stanno vendendo le loro proprietà per poi trasferirsi all’estero. Vi è il pericolo che il Medio Oriente si svuoti totalmente di cristiani. E l’Occidente deve comprendere la gravità della situazione».

Il porporato chiede espressamente ad Aiuto alla Chiesa che Soffre di diffondere informazioni e di favorire una maggiore conoscenza del dramma dei cristiani mediorientali, soprattutto tra i politici occidentali. "Devono capire che è necessario fermare la crisi in Siria. La comunità internazionale deve smettere di alimentare la guerra e abbandonare il commercio delle armi. I leader politici devono mettere da parte l’orgoglio e sedersi attorno ad un tavolo per trovare finalmente una soluzione». Il patriarca osserva inoltre come dietro a tale orgoglio si celino interessi economici, specie quelli legati al petrolio, e sottolinea la responsabilità delle nazioni arabe e occidentali nella creazione di gruppi jihadisti quali al-Qaeda, al-Nusra e Isis. «La nascita di queste fazioni è stata finanziata per servire gli interessi politici ed economici di diversi stati. Non si può certo credere che questi gruppi siano semplicemente piombati dal cielo. Ed ora sono divenuti un’arma rivolta contro il mondo intero".

Il porporato ritiene urgente trovare una soluzione politica alla crisi siriana, che si distingue da altri disordini e scontri verificatisi nella regione. "Perché Assad non è caduto come Mubarak in Egitto o Ben Ali in Tunisia? Perché la popolazione siriana è dalla parte del presidente". Per il patriarca è dunque imprescindibile un dialogo tra il governo siriano e l’opposizione. "Recentemente in Francia mi è stato fatto notare che i membri dell’opposizione non hanno alcuna intenzione di parlare con Assad. Ma quale altro interlocutore potrebbero mai avere?".

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