San Giovanni Paolo II, i suoi seminaristi e il Concilio Vaticano II

I ricordi del Papa negli incontri con i giovani del Seminario Romano e alla scuola di Caterina da Siena

Giovanni Paolo II al Seminario Romano nei momenti più privati
Foto: "Aucti Fiducia Tui"San Giovanni Paolo II al Seminario Romano - LEV
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Oggi la Chiesa celebra la festa liturgica di San Giovanni Paolo II, Papa perché Vescovo di Roma, uomo del Concilio che ha sviluppato quell’insegnamento senza tradirlo. E come vescovo di Roma aveva una cura speciale per il “suo” Seminario, il Romano Maggiore, quello dove si formano i sacerdoti romani che dovrebbero essere un modello per gli altri seminari. 

Per questo il Papa polacco ogni anno, come molti suoi predecessori, si recava ogni anno a festeggiare la festa della Madonna della Fiducia a San Giovanni con i ragazzi e gli educatori. Un pomeriggio sereno, la messa, oppure un oratorio, e poi la cena lontano da ogni formalità.

Nel 1996 la visita avvenne il 17 febbraio. L’oratorio di Marco Frisina aveva reso più intensa l’atmosfera ed era dedicato a Santa Caterina da Siena.

E quell’anno Giovanni Paolo II, ispirato proprio dalla figura della Santa, offre una riflessione sul Concilio Vaticano II: “C’è una felice convergenza tra il carisma di Caterina e, diciamo così il carisma del Vaticano II, che potremmo definire passione per Cristo e, in lui, per il mistero della Chiesa.”

Giovanni Paolo II ricorda la visita di Paolo VI al Seminario il 2 dicembre 1965, sei giorni prima della solenne chiusura. L’incoronazione dell’immagine della Madonna della Fiducia e il Concilio stesso furono la base della sua visita. Definì gli insegnamenti del Concilio come “codice di rinnovamento della vita ecclesiastica, destinato a far sentire la sua corroborante autorità in ogni settore della Chiesa, anche, in modo particolare, nei seminari”.

Trenta anni dopo però che cosa ne era di quel “codice” soprattutto in seminario?

Il Papa inizia chiedendo ai giovani di ripartire dai testi,  la "lezione" del Concilio nella sua integralità, nella varietà e complementarietà dei suoi documenti. Tra questi i decreti "Optatam Totius" sulla formazione sacerdotale e "Presbyterorum Ordinis" sul ministero e la vita dei presbiteri vi sono naturalmente più familiari. Quest’ultimo, in particolare, conserva una fortissima carica spirituale e pastorale”.

Ma Giovanni Paolo II va oltre e si ferma a meditare sulla Chiesa, sulla ecclesiologia del Concilio. E lo fa alla scuola di Santa Caterina da Siena con “il suo amore per Cristo e per la Chiesa” e che “si ritrovò a svolgere una parte da protagonista nella vita ecclesiale del suo tempo. E io ho pensato anche: "Cosa mi dice, cosa mi dice Caterina: devo viaggiare di più o di meno . . .?". E la risposta mi è venuta: "Sì, viaggiare puoi, ma non trasferire mai la sede, la Santa Sede, da Roma... viaggiare sì. Ma sempre tornare…!".

Con l’aiuto di Maria che nel “Seminario Romano, Maria è sinonimo di "fiducia", di abbandono confidente e responsabile alla volontà di Dio. Alla sua materna protezione affido ciascuno di voi: vi ottenga ella un appassionato amore per Cristo, per servire la Chiesa sulle vie della nuova evangelizzazione” aggiunge il Papa. 

Dopo la cena, al termine della quale viene portata al Papa una torta con scritto 50 per ricordare il cinquantesimo di sacerdozio di Giovanni Paolo II che sarà il 1° novembre di quell’anno, arriva una testimonianza personale, tutta da riascoltare: “Le mie prime tre Messe le ho celebrate nella Cappella sotterranea della Cattedrale del Wawel a Cracovia. In questi cinquanta anni, dodici anni sono stato sacerdote, prete diocesano, vice-parroco per tre anni, poi docente di filosofia a Cracovia e a Lublino e poi anche cappellano degli studenti universitari a Cracovia. Con questa missione sono legate molte memorie, molti ricordi.

Dopo dodici anni l’Arcivescovo mi chiese: allora che cosa vuoi fare? Vuoi fare il cappellano o vuoi studiare? Vuoi fare la tesi di abilitazione? Allora io ho detto che la Diocesi aveva investito in me per gli studi a Roma e quindi dovevo continuare. E ho fatto questa tesi di abilitazione, così si chiamava allora, su Max Scheler. Ho cominciato ad insegnare a Cracovia e a Lublino.

Dopo dodici anni sono diventato Vescovo ausiliare di Cracovia, poi Vicario Capitolare, alla fine Arcivescovo Metropolita: ho servito l’Arcidiocesi di Cracovia per vent’anni. A Roma sono da diciassette anni, anzi questo è già il diciottesimo anno di Pontificato”.

E poi la sua esperienza di seminario: “ è stata molto atipica: almeno la metà degli anni della teologia li ho passati da operaio nella fabbrica. È stata una buona esperienza. Ricordo sempre come gli operai che lavoravano con me erano molto buoni, potevo anche studiare durante il tempo di lavoro. Poi quando i tedeschi hanno abbandonato Cracovia si poteva cominciare il Seminario e l’università. Allora i miei anni da seminarista sono un po’ specifici: due anni nella fabbrica, poi più o meno due anni nel Seminario di Cracovia, poi ancora due anni qui giù per fare la laurea nel Collegio Belga a Roma”.

E aggiunge: “Anche se uno è Vescovo, è Cardinale, è Papa, la cosa più importante sempre è che ogni giorno celebra l’Eucaristia. E anche il fatto che può confessare. Questo è importantissimo. Quando si segue l’esempio del Santo Curato d’Ars, Giovanni Maria Vianney, si vede quanto importante è il confessionale. Per questo devo dire che le mie possibilità sono molto ridotte, ma sempre qualche cosa ci rimane”. E svela che anche Giovanni Paolo II si lasciava lo spazio per essere confessore. E conclude da buon vescovo ricordando: “ Domani c’è la visita della parrocchia: la 245ma, allora non è tanto male”.

 

 

 

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