San Giuseppe Cafasso, in carcere l'incontro con Dio

San Giuseppe Cafasso
Foto: Wikicommons
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Piccolo di statura, magrissimo e con un filo di voce da cui tuttavia si sentiva la grandezza dell'amore di Dio. Questa è la descrizione di Giusppe Cafasso, lasciataci da chi lo ha conosciuto: un grande uomo soprannominato, nella Torino del 1800, “il santo della forca”. Questo appellativo gli era stato dato perchè frequentava le carceri nuove di Torino per cercare di convertire ed aiutare i condannati a morte.

A quell'epoca le “carceri nuove “del Regno di Piemonte erano luoghi angusti, mal tenuti e soprattutto stracolmi di persone che vivevano in stato di avvilente abbandono sia civile sia religioso. Era difficile trovare un cappellano che volesse, di buon grado, trovarsi in quel posto. Ma non per don Giuseppe Cafasso che scelse di recarsi lì di sua iniziativa.

Il santo era nato a Castelnuovo d'Asti nel 1811 e morirà a Torino nel 1860. Fu ordinato sacerdote nel 1834 e trascorse la vita nel convitto ecclesiastico di Torino.

Padre spirituale di don Bosco, il giovane don Cafasso presto si fece amare da tutta la sua città non solo per le doti intellettuali – docente presso il seminario maggiore di Torino di teologia morale – ma anche per quell'afflato di dolcezza e serenità che sapeva infondere nelle persone che incontrava sulla sua strada e soprattutto nelle prigioni da lui assiduamente frequentate.

Raggiunse talmente il cuore dei suoi concittadini tanto che gli fu anche offerto di presentarsi alla Camera del Regno, ma Cafasso rifiutò: “nel giorno del giudizio il Signore mi chiederà se sono stato un buon prete e non un buon deputato”. Nessuno ribattè. Aveva ragione lui ed il mondo con le sue lusinghe fu vinto dalla sua più grande umiltà.

Papa Benedetto XVI lo ha additato a modello di fulgida vita sacerdotale.

Nella sua città passando per lo slargo Regina Margherita vi è una statua raffigurante un uomo abbracciato ad un piccolo sacerdote. Quel prete è Cafasso ma in quell'altro soggetto è facile scorgervi tutta l'umanità che, sofferente, si abbandona nelle braccia di un amico che gli vuole bene. E quell'amico è Dio in veste sacerdotale.

 

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