Sinodo per l’Amazzonia, padre Buffon: “La Chiesa a fianco delle popolazioni indigene”

Il francescano, professore di Storia della Chiesa, si interroga sulle sfide del Sinodo speciale sulla Regione Panamazzonica. Che avrà, per lui, un valore universale

Padre Giuseppe Buffon, tra gli esperti dell'Assemblea Speciale del Sinodo per la Regione Panamazzonica
Foto: assisiofm
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Si parte dall’Amazzonia, ma si lancia un segnale a tutto il mondo. Si parte da un Sinodo speciale, ma si guarda anche al valore che può avere per la Chiesa universale. Le sfide restano quelle di sempre: evangelizzare, promuovere il bene comune, fare formazione.

Lo spiega ad ACI Stampa padre Giuseppe Buffon, francescano, che Papa Francesco ha chiamato tra gli esperti del Sinodo. Insegna storia della Chiesa presso la Pontificia Università Antonianum, dove è decano della Facolta di Teologia, e ha appena scritto un libro “Perché l’Amazzonia ci salverà” (Edizioni Terrasanta). Partiamo da qui.

Perché l’Amazzonia può essere un punto di partenza per parlare di sfide globali?

L’Amazzonia interroga la crisi globale da vari punti di vista: quello climatico, quello dell’approvvigionamento dell’acqua potabile, quello culturale. Ma l’Amazzonia interroga il resto del mondo anche per l’aspetto dell’equilibrio delle risorse e dalla proprietà collettiva della terra. Gli indigeni in Amazzonia portano un approccio alla terra particolare: le popolazioni indigene sono quasi immerse nella terra, convivono con la terra. Noi abbiamo perso il senso di meraviglia nei confronti della terra.

Papa Francesco ha cominciato l’enciclica sulla “Cura della Casa comune” con il “Laudato Si” di San Francesco. Cosa direbbe San Francesco oggi, in un Sinodo speciale per la regione panamazzonica?

Francesco direbbe tante cose. Nel Cantico delle Creature, San Francesco usa le particelle “per” e “cum”, che non sono complementi di causa. Non stanno a significare che noi vediamo Dio perché vediamo gli alberi che sono belli o il cielo che è bello. Sono complementi agenti, strumentali. Stanno a significare che noi lodiamo Dio attraverso la bellezza del cosmo. E infatti San Francesco scrive che “Nullu homo ene digno te mentovare”, “nessun uomo è degno di menzionarti”. Vale a dire che l’uomo non avrebbe la dignità sufficiente per lodare Dio se non accompagnato nella lode alle creature. E questo si può applicare l’Amazzonia, che per secoli ha curato un ambiente di cui oggi beneficia tutto il pianeta.

In tutto questo parlare di ambiente, non c’è il rischio, in questa assemblea, di rendere ideologico l’approccio alla ecologia integrale, a discapito dell’evangelizzazione, che pure è un tema del Sinodo?

Siamo di fronte a pastori che sono preoccupati per le loro popolazioni, che sono immerse nell’ambiente. Ecologia integrale significa proprio che l’ambiente è parte delle persone e le persone sono parte dell’ambiente. Così, quando parlo di formazione e ministeri devo tenere conto delle popolazioni indigene, della loro cosmovisione, del modo in cui loro si immergono nella realtà. Oggi, queste popolazioni vivono una grande pressione del mondo industrializzato, da parte delle imprese estrattiviste. E allora, come non parlare di politica quando ci sono migliaia di persone oggi minacciate perché difendono l’ambiente, che è casa comune e non solo un elemento di superficie?

A volte, però, sembra che la preoccupazione sociale prenda il sopravvento su tutto…

Non separerei la dimensione sociale da quella strettamente dottrinale. Non considererei la dottrina sociale della Chiesa come un figlia minore. L'ecologia integrale ci insegna a considerare l'integralità di un tutto superiore alla somma delle parti: il tutto è connesso. Se le persone muoiono e sono minacciate, il vescovo che vede questo sangue come può non difenderle? Non sono martiri per la fede, sono martiri in senso traslato: martiri che difendono un territorio che è casa comune, ripeto, e che per gli indigeni è importante, parte della loro famiglia. Come fa un vescovo a celebrare l’Eucarestia ricordando il sacrificio di Cristo senza ricordare il sacrificio di queste persone?

Si parla molto delle peculiarità dei popoli indigeni. Ma come vanno evangelizzate queste popolazioni?

L’evangelizzazione va sviluppata con percorsi di formazione appropriati. Bisegna ripensare la formazione, e in particolare ripensare la formazione degli stessi indigeni, per pensare ad un presbiterato che nasca all’interno della stessa comunità indigena. In fondo, anche in Europa Gregorio Magno inventò la predicazione contadina quando si rese conto che il sistema romano e greco non funzionava più. La Chiesa si ripensa sulla base della realtà geografica. E non dobbiamo dimenticare che si tratta di un Sinodo speciale, che fa riferimento a un territorio fondamentale per la Chiesa. E allora anche la cura dell’ambiente deve essere parte della formazione dei nuovi presbiteri.

Si tratta, come ha detto, di un Sinodo regionale. Avrà valenza anche da un punto di vista universale?

Credo di sì. Abbiamo iniziato il Sinodo con una processione, a partire dall’altare della Confessione di Pietro, a testimoniare l’abbraccio della Chiesa universale alla Chiesa particolare. La stessa Eucarestia ci dimostra che il tutto sta nel frammento. Ci sono molti temi che emergono dal Sinodo e che hanno valore universale. Ad esempio, il tema dei giovani, che si sentono colpiti nella loro identità. Sono loro che possono trasportare l’identità tradizionale in questo mondo posseduto dalla tecnologia. I giovani hanno questa responsabilità, e la sentono, in Amazzonia come nel mondo occidentale.

Poi, c’è il tema delle industrie estrattive, che lavorano in Amazzonia, ma nascono nei Paesi industrializzati. Allora, per far sì che il paradigma cambi, ci sono Chiese locali di Amazzonia e Chiese locali del mondo occidentali che sonno chiamate ad essere interconnesse, e poi a riferirsi alla Chiesa universale che possa fare pressione sui grandi organismi internazionali, come le Nazioni Unite. La dimensione locale non può, insomma, prescindere dalla Chiesa universale.

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