Sofia Novelli e l'arte sacra, la bellezza comunica nel movimento

L'artista che ha illustrato il manifesto per la Giornata della Comunicazioni sociali

Il quadro di Sofia Novelli
Foto: CEI
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Quest’anno il messaggio per la 55^ giornata mondiale delle comunicazioni sociali, che si celebra domenica 16 maggio, è dedicato al vedere, ‘Comunicare incontrando le persone dove e come sono’, che prende avvio dal vangelo di san Giovanni, ‘Vieni e vedi’, ed il Papa invita ad ‘uscire dalla comoda presunzione del ‘già  saputo’ e mettersi in movimento’: “Desidero quindi dedicare il Messaggio, quest’anno, alla chiamata a ‘venire e vedere’, come suggerimento per ogni espressione comunicativa che voglia essere limpida e onesta: nella redazione di un giornale come nel mondo del web, nella predicazione ordinaria della Chiesa come nella comunicazione politica o sociale. ‘Vieni e vedi’ è il modo con cui la fede cristiana si è comunicata, a partire da quei primi incontri sulle rive del fiume Giordano e del lago di Galilea”.

Per comprendere meglio tale messaggio abbiamo intervistato la giovane artista Sofia Novelli, che ha realizzato il manifesto di questa giornata, ex studentessa e docente di pittura della Scuola dell’Arte Sacra di Firenze, chiedendole di raccontarci da dove è nata l’ispirazione del manifesto per la giornata delle comunicazioni sociali:

“Dopo aver letto le parole del Papa ed essermi soffermata in particolare sul ‘vieni’ e sull’incontrare le persone ‘dove e come sono’, ho sviluppato una prima idea sulla quale mi sono confrontata con altri artisti della Scuola di Arte Sacra, con i quali avevamo creato una sorta di gruppo di lavoro. L’idea è stata poi perfezionata grazie a costanti scambi con artisti e docenti e ad alcuni suggerimenti dei responsabili del manifesto”.

In quale modo l’arte può comunicare la bellezza alle persone?

“L’arte, e in particolare l’arte sacra, ha il dovere di comunicare la Bellezza di Dio e lo può fare se l’artista si pone con la sua opera a servizio di Dio e degli altri, se si fa strumento nelle sue mani, cercando ogni giorno di guardarsi attorno con occhi pieni di stupore per le cose più semplici. 

Senza questo passaggio la sua produzione rimane autoreferenziale e si limita ad una mera espressione di sé, ‘un comunicare che non comunica’”. 

In quale modo l’arte può comunicare Dio?

“Comunicare Dio non è semplice e probabilmente avere la pretesa di riuscirci con le proprie forze è del tutto illusorio; l’arte comunica Dio se Dio vuole essere comunicato e se l’artista si apre a Dio e si lascia ‘usare’ come strumento. Per far questo l’artista deve fargli spazio prima di tutto nella sua vita, cercando di vivere il mistero del Dio fatto Uomo, e riportando nella sua opera questo incontro quotidiano, non senza il filtro inevitabile delle sue debolezze e delle sue imperfezioni”. 

Perché ha scelto di frequentare la Scuola di Arte Sacra di Firenze?

“Sono arrivata alla Scuola perché volevo imparare a dipingere bene, e ci sono rimasta dopo essermi innamorata dell’Arte sacra. Ciò che mi ha attratta è scoprire la dimensione del servizio, quanto il dipingere opere di arte sacra possa aiutare la comunità e il singolo a pregare e quanto questo in fondo trascenda dalla bravura di chi esegue l’opera, proprio perché l’opera diventa mezzo. Questa dimensione dell’artista-‘servo’, non l’avevo mai considerata, era qualcosa di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza; non sapevo che essere artista, cosi, fosse possibile. 

Ricordo perfettamente il giorno in cui feci il mio primo passo in quella direzione: ero andata ad Ischia assieme all’allora direttore della Scuola, Giorgio Fozzati, per consegnare un’opera realizzata nella Bottega della nostra Scuola. Mi trovavo nella piazza della Chiesa quando mi raggiunse Giorgio con aria gioiosa e mi invitò ad entrare in chiesa. Davanti all’opera che avevamo posizionato vicino all’altare in attesa dell’inaugurazione che ci sarebbe stata in serata, vidi una signora che, con sguardo fisso sul dipinto era raccolta in preghiera;  un minuto dopo si fece il segno di croce e poi uscì. Quel ricordo è stato l’inizio di un cambiamento radicale nella mia vita personale ed artistica”.

Cosa significa oggi essere una pittrice di arte sacra?

“Il mio ricordo di prima risponde in parte a questa domanda. Bisogna tornare all’essenza dell’arte sacra, cioè a quello che davvero è il suo obiettivo, il servizio. Il mondo delle immagini attorno a noi è complesso e tutto sembra essere stato già visto e fatto per questo penso che oggi, forse, sia molto più efficace usare un linguaggio visivo che aiuti le persone ad incontrare Dio in modo più semplice e chiaro”. 

 

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