Tunisia, tre francobolli sui Papi africani

Una emissione speciale, con un timbro speciale, realizzato per la prima volta con le Poste Vaticane

Due dei tre francobolli emessi in onore dei Papi africani
Foto: Poste tunisine
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È la antica Cartagine, la terra di Cipriano, Tertulliano ed Agostino, ma anche la terra di tre Papi. E la Tunisia, Paese oggi al 95 per cento musulmano, se ne è ricordata nel giorno di Natale, quando ha emesso una serie di tre francobolli raffiguranti i tre Papi di origine africana proveniente da Cartagine: Vittore I (189 – 199), Milziade (311 – 314) e Gelasio I (492 – 496).

La busta speciale del primo giorno di emissione aveva anche impresso il timro postale speciale, frutto della prima collaborazione della storia tra la Posta Tunisina e le Poste Vaticane. Le autorità tunisine hanno fatto sapere di esseer molto soddisfatte del progetto con il quale hanno voluto “sottolineare i principi e i valori di tolleranza, fratellanza, apertura e dialogo interconfessionale che la Tunisia ha promosso attraverso i secoli”.

I tre Papi celebrati dai francobolli sono: Vittore I, 14esimo vescovo di Roma dal 189 al 199, venerato come santo dalla Chiesa cattolica, della Chiese Ortodosse e dalla Chiesa copta, che lo conosce con il nome di Boktor; Milziade, 32esimo Papa, anche lui santo, che fu a capo della Chiesa dal 311 al 314; e Gelasio I, 49esimo vescovo di Roma, Papa dal 492 al 496, ultimo Papa di origine africana.

I rapporti tra Chiesa e Stato in Tunisia sono regolati da un modus vivendi, vale a dire l’accordo firmato nel 1964 tra la Santa Sede e la Tunisia sotto la presidenza di Habib Bourguiba. In precedenza, l’esercito francese era stato espulso dalla Tunisia e la Chiesa era vista come la “longa manus” della Francia, che era il potere coloniale, Per questo, furono confiscati i beni della chiesa. Una volta, c’erano 125 chiese in Tunisia. Oggi, ce ne sono solo quattro. Non ci sono vescovi tunisini, mentre un tempo erano 120. La Tunisia era la culla della cultura latina, ora non lo è più.

Non c’è un numero preciso di cristiani, perché sono in molti quelli che partono e altrettanti quelli che arrivano. Ma si conta ce ne siano tra i 15 e i 20 mila.

Il modus vivendi da comunque dei limiti alla Chiesa cattolica: non si può parlare di Vangelo con i tunisini, non si possono ricevere donazioni. Eppure è considerato un buon accordo, perché lascia alla Chiesa una certa libertà, dà alla Chiesa la certezza di poter restare, rimanendo entro certi limiti.

Si era registrato un picco di conversioni al cristianesimo alla fine del regime di Ben Ali, con le primavere arabe. Tra il 2011 e il 2016, più di mille persone avevano lasciato l’Islam e abbracciato il cristianesimo, anche se spesso si tratta di conversioni al pentecostalismo che molto hanno a che fare con gli aiuti materiali che le sette protestanti danno ai loro seguaci. Più complicato convertirsi al cattolicesimo, dato che la Chiesa chiede ai convertiti un tempo di preparazione per il battesimo che va dai 4 ai 5 anni.

Situazione difficile, insomma, per una delle più antiche terre cristiane, oggi terra di Islam, visitata nel 1996 da San Giovanni Paolo II. C’è una sola diocesi, a Tunisi, con sei parrocchie. Le relazioni diplomatiche sono state stabilite nel 1972, e il nunzio in Tunisia rappresenta la Santa Sede anche in Algeria, e risiede ad Algeri.

Per tutte queste ragioni, l’emissione dei tre francobolli sui Papi africani ha un suo impatto. Rappresenta una Tunisia che ancora riconosce di essere stata cristiana. E una ricerca di radici che potrebbe (perché no?) portare a un rifiorire del cristianesimo a Tunisi e dintorni.

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