Vogliamo una vita normale: il grido dei religiosi in Siria

La veglia di preghiera a San Pietro per la pace in Siria
Foto: CNA
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“Vogliamo una vita normale come ogni altra vita normale”. È la richiesta, per certi versi disarmante, che suor Monique Tarabeh, siriana, delle suore del Buon Pastore, ha portato alla conferenza internazionale promossa a Roma dalle rappresentanze presso le Nazioni Unite di Passionists International, Congregation of Saint Joseph, Augustinians International e Vincentians sul tema: “Religiosi e migrazioni nel XXI secolo: prospettive, sfide e risposte”.

Quella di suor Monique è una delle tante testimonianze e riflessioni che hanno animato questa due-giorni di approfondimento a livello locale e globale su uno dei temi epocali che interpellano istituzioni internazionali sia governative che ecclesiali.

L’obiettivo dell’incontro - che ha radunato a Roma un centinaio di religiosi, religiose, ma anche laici ed esperti del settore - era quello di promuovere una migliore comprensione dell’intero fenomeno migratorio e l’impatto sul mondo d’oggi, specialmente nel contesto dell’attuale situazione europea. Inoltre, si è cercato di individuare percorsi di impegno e solidarietà più efficaci e condivisi. Forte l’appello da parte di molti a intensificare il lavoro di rete tra congregazioni, associazioni e organismi, sia nei Paesi di origine che in quelli di transito e destinazione dei migranti. La rete rappresenta certamente una delle modalità più fruttuose per non disperdere energie, competenze e risorse e per dare maggiore impulso al lavoro già straordinario che queste realtà svolgono. Basti dire che, solo in Italia, circa 23 mila persone (quasi un quarto dei profughi presenti nel Paese) sono accolte in parrocchie, comunità religiose, monasteri e santuari.

Particolare preoccupazione è stata espressa per il gran numero di minori - coinvolti nei flussi migratori e spesso non accompagnati - e per le migliaia di giovani donne specialmente nigeriane (più di 4.000 sbarcate nel 2015) che rischiano di finire nelle reti di sfruttamento della prostituzione.

A questo proposito, è stata molto toccante e illuminante la testimonianza di Blessing, vittima di tratta e costretta a vendere il suo corpo in Italia. Blessing è riuscita a ribellarsi ai suoi sfruttatori, nonostante le minacce, e oggi sta provando faticosamente a ricostruirsi una vita, grazie alla sua determinazione e al supporto di religiose che operano da molti anni in questo ambito.

Anche Weis, giovane somalo, fuggito dalla devastazione del suo Paese e dalla minaccia dei terroristi di Al Shabaab, racconta il suo calvario di otto anni tra Italia e Olanda, tra i mille ostacoli della burocrazia e dell’incoerenza delle politiche europee, sempre accompagnato da un sentimento di solitudine e sofferenza per la lontananza forzata dal suo Paese e soprattutto dai suoi cari.

"È sempre più necessario - ha insistito padre Emeka Xris Obiezu, rappresentante di Augustinians International presso le Nazioni Unite - in questo mondo sempre più complesso e di fronte alla sfida epocale delle migrazioni pensare globalmente e agire localmente, anche in termini di lobbying e advocacy. Per portare le voci delle vittime e di chi lavora al loro fianco a tutti i livelli di attenzione, dalle amministrazioni locali all’Onu, al fine di influenzare anche le decisioni operative, tenendo sempre al centro l’attenzione alla persona e il rispetto della sua libertà e dignità".

 

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