Warda: “Nell’Iraq liberato, chiese distrutte e fiducia da ricostruire”

L'arcivescovo caldeo Warda durante un incontro alla Stampa Estera
Foto: CNA Archive
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Bashar Warda, arcivescovo caldeo di Erbil, ha dovuto gestire nella sua terra l’arrivo improvviso di migliaia di rifugiati dalla piana di Ninive. E oggi, quando i villaggi cristiani sono stati liberati e anche la zona Est di Mosul è stata ripresa, può dire con forza: “Se ci sono ancora i cristiani in Iraq, è grazie alla solidarietà che abbiamo ricevuto”. Ma può anche osservare: “Nelle chiese semidistrutte delle zone liberate, possiamo vedere l’odio contro il cristianesimo”.

L’arcivescovo Warda parla ad un incontro organizzato da Aiuto alla Chiesa che Soffre, per raccontare la situazione in Iraq. E Aiuto alla Chiesa che Soffre ha avuto una grande parte nel sostenere i rifugiati in Iraq (il 46 per cento del sostegno economico è arrivato dalla Fondazione Pontificia). Ma c’è ancora bisogno di aiuto. E per questo Alessandro Monteduro, direttore della sezione italiana di ACS, parla di “un piano Marshall” per l’Iraq, e di un tavolo che coinvolga le chiese locali, le associazioni di carità, ma anche il governo iracheno. Tutti uniti per operare la ricostruzione.

Parlando con ACI Stampa, l’arcivescovo Warda spiega che “la situazione ora è molto cambiata rispetto ad un anno fa, tutti i villaggi sono stati liberati, anche la parte Est di Mosul, e questo significa più sicurezza”. Ma nota anche che “i villaggi sono distrutti, alcuni al 20 per cento, altri al 90 per cento, e proprio nei villaggi si può vedere l’odio contro i cristiani. Il 70 per cento delle chiese è stato bruciato”.

“In alcune chiese in cui abbiamo celebrato messa e dove ci sono bellissimi ricordi di prime comunioni o battesimi, ora si trova un vuoto dentro, è stato tutto rovinato”, racconta.

Ma rivendica con orgoglio anche il lavoro fatto per gli sfollati, arrivati praticamente all’improvviso, indifesi di fronte alla furia dal Daesh. “Avevamo sei campi per gli sfollati. Ora, grazie all’aiuto di Aiuto alla Chiesa che Soffre, dei Cavalieri di Colombo e della Conferenza Episcopale Italiana abbiamo potuto chiudere tutti i campi eccetto uno. Gli sfollati sono in case affittate, e sono fiducioso che possano rimanere nelle case in Erbil ancora per un po’”.

Riusciranno gli sfollati a tornare a casa? Risponde l’arcivescovo Warda: “Abbiamo fatto una inchiesta su 1600 famiglie, e in 1300 vogliono tornare. Abbiamo il dovere di aiutare gli sfollati, di cominciare una campagna per ricostruire. Devono essere create buone condizioni di vita, si deve garantire la sicurezza”.

E si deve garantire soprattutto la fiducia, perché in molti, ai tempi del segno “N” (nazareno) sulle loro case sono stati traditi dai vicini, musulmani con i quali condividevano tutto e che li avevano nonostante tutto denunciati. “Riconosco che la vita è cambiata rispetto al 2013 e la fiducia e cambiata – dice l’arcivescovo caldeo – ma non è la prima volta che una comunità cristiana è stata perseguitata. Possiamo cominciare una nuova comunità cristiana”.

Una comunità che nasce anche dall’impegno fatto dalla comunità cristiana in favore delle migliaia di sfollati musulmani, spinti anche loro fuori dai loro villaggi dalla furia dell’autoproclamato stato islamico e accolti dalla comunità cristiana ad Erbil e Duhok.

“Oltre 700 mila sunniti – specifica l’arcivescovo Warda - sono stati sfollati da Anbar e Falluja. La Chiesa ha contribuito ad aiutarli, anche se qualcuno di loro ha contribuito a rubare le case nella piana di Ninive”.

Per ora, si cerca intanto di garantire a tutti gli sfollati una vita dignitosa. Monteduro rimarca che ACS paga l’affitto di 1600 case nella diocesi di Erbil, e sottolinea che “l’obiettivo è di arrivare a pagare l’affitto per oltre 5 mila nuclei famigliari cristiani, finché per i cristiani non ci sarà sicurezza”.

Da parte sua, la chiesa caldea ha stabilito un comitato che si prenda cura della ricostruzione. “È tempo di ricostruire l’Iraq imparando dalla storia.”

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