Finanze vaticane, ma non solo: la professionalità contro la vocazione?

Angelo Paletta posa con il suo libro, Management per Ecclesiastici
Foto: www.angelopaletta.com
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L’ingresso in Vaticano delle costose società di consulenza esterna nella prima fase della prosecuzione della riforma finanziaria targata da Papa Francesco ha riportato sotto i riflettori un tema dirimente: la professionalità e la professionalizzazione della finanza sanno essere al servizio della Chiesa, intendendo per Chiesa non solo la Santa Sede ma anche gli enti religiosi?

Una risposta a questa domanda la dà il libro “Management per ecclesiastici”, di Angelo Paletta. Il libro è molto tecnico, ed è giusto che sia così. Perché insegna agli ecclesiastici ad entrare in confidenza con temi come quello del “pareggio di bilancio”, o della “valuta” che spesso sono stati croce e delizia delle amministrazioni. In fondo, fino a metà degli Anni Ottanta, anche l’Istituto per le Opere di Religione redigeva bilanci molto sommari, non strutturati come quelli di adesso.

La questione, però, non è tecnica. La Santa Sede è chiamata moralmente ad aderire agli standard internazionali, per dare un buon esempio di onestà e trasparenza come dalla parabola del “fidelis dispensator et prudens”, non a caso titolo del motu proprio con cui Papa Francesco ha cominciato la sua grande riforma dell’economia vaticana.

Come può allora un libro “tecnico” riuscire a soddisfare la domanda iniziale? Perché incornicia tutta la teoria e la pratica dell’amministrazione all’interno di quelle norme di diritto canonico o provenienti dai diritti vaticani che raccontano la filosofia che sta alla base delle scelte economiche degli enti ecclesiastici.

Si scopre così che già la Lumen Gentium, al numero 8, metteva in luce che “la Chiesa, quantuque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare l gloria terrena, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione”.

E i termini delle proprietà e delle amministrazioni delle proprietà della Chiesa si evincono da articoli del codice di diritto canonico. Questo prevede che la Chiesa abbia “il diritto nativo, indipendentemente dal potere civili, di acquistare, possedere, amministrare e alienare i beni temporali, per conseguire i fini che le sono propri”, ovvero che l’obiettivo è, sì, la Gerusalemme Celeste, ma intanto c’è bisogno di una organizzazione economica e sociale che permetta di portare avanti i propri scopi pastorali. Scopi pastorali che per il codice sono principalmente “ordinare il culto divino, provvedere a un onesto sostentamento del clero e degli altri ministri, esercitare opere di apostolato sacro e di carità, specialmente a servizio dei poveri”. 

Nota Paletta che “in due millenni di storia della Redenzione, i patrimoni mobiliari ed immobiliari nonché i diritti acquisiti ed ereditati rappresentano la dotazione con cui la Chiesa, tramite i propri amministratori, prosegue la missione pastorale secondo i dettami previsti sia dal Codice di diritto canonico e dagli statuti, sia dagli ordinamenti giuridici nazionali degli Stati in cui si trovano tali attività e beni”.

Ma la gestione dei beni deve essere quella del buon padre di famiglia, come mette in luce Paletta. Che propone di considerare i sacerdoti che si trovano ad occuparsi di gestioni economiche come “pastori delle risorse”.

Secondo il Codice di Diritto Canonico, gli istituti religiosi, le province e le case debbano evitare ogni forma di lusso, di eccessivo guadagno e di accumulazione di beni, attraverso una prudente gestione dei beni, ma anche una moderazione nel cercare il profitto. Viene, insomma, direttamente da qui la politica finanziaria tipicamente conservative dell’Istituto delle Opere di Religione, messa in atto già da tempi non sospetti.

Si deve, insomma, guardare alla filosofia che sta dietro ogni scelta, ed è questo l’ammonimento che viene dal libro di Paletta, sin dall’inizio. Viene subito da pensare alla circolare sulla gestione di beni degli Istituti di Vita Consacrata che la Congregazione dei Religiosi inviò il 2 agosto 2014.

Ma viene anche da pensare al grande lavoro che la Santa Sede ha fatto in termini di trasparenza finanziaria, pur vedendo spesso non riconosciute le proprie ragioni. Viene da pensare alla sovranità della Santa Sede, che le permette di fare accordi a livello diplomatico, più che finanziario. E viene da pensare che, in fondo, questa sovranità è funzinale alla costruzione della Gerusalemme Celeste quanto le finanze. Niente è un fine, tutto è un mezzo per la Gloria di Dio.

Una filosofia che, di certo, professionisti che vengono dall’esterno, per quanto credenti, non potranno mai capire in appieno quando entrano nella stanza dei bottoni per prendere decisioni.