L'arcivescovo Bertolone e il metodo della tenerezza del Beato Pino Puglisi

Una immagine del Beato Pino Puglisi
Foto: www.padrepinopuglisi.net
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‘Il fascino del vangelo della tenerezza. Don Pino Puglisi. Lo stile straordinariamente ordinario per i nostri tempi in continuo cambiamento’: è questo il titolo della lettera pastorale dell’arcivescovo di Catanzaro-Squillace e Presidente della Conferenza Episcopale Calabrese, mons. Vincenzo Bertolone.

Già l’inizio è un programma di vita, in quanto essa è affascinante: “Quanta bellezza nell’essere testimoni limpidi di Cristo e del bene anche nella società moderna! Quant’è bello essere credenti veri, persone tutte di un pezzo, votate definitivamente a Gesù Cristo, qualsiasi cosa accada! Nonostante tutto, la vita è bella, soprattutto se illuminata dalla bellezza del Pastore buono, Gesù Cristo!”

Nella lettera c’è l’invito a ‘vedere, senza passare oltre’, perché occorre farsi ‘prossimo’. “Ma – scrive l’arcivescovo - soltanto chi sa guardare, o meglio chi è in grado di vedere senza passare oltre, sa davvero scandagliare la situazione dei nostri giovani, e non soltanto la loro; sa effettivamente farsi prossimo alle tragedie e alle paure della persona di oggi; sa davvero apprezzare la bellezza della vita. Non bisogna per forza essere sapienti o dotti per escogitare soluzioni plausibili e nuovi metodi di annuncio della gioia del Vangelo: basta saper vedere, ovvero possedere, come i piccoli, la nuova capacità dello sguardo”.

In questo senso l’arcivescovo Bertolone invita ognuno a scoprire la prossimità, come ha agito il ‘buon samaritano’, senza nessun calcolo di interesse: “Non calcolare, indagare, fare statistiche, ponderare i pro e i contra, ma andare verso l’altro, verso fuori, verso chi è nel bisogno. Gesù, a quell’esperto di teologia, non ha esposto una teoria, né ha commentato teologicamente la Torah, ma ha mostrato, ad occhi che sappiano vedere, un fatto, che dovrebbe essere facilmente interpretato, cioè un fatto che mette subito in moto, che rende operativo l’ascoltatore in quanto egli viene posto nelle condizioni giuste per decodificare i segni”.

Nella parabola è insito il nuovo ‘decalogo’ dell’amore. “Il Samaritano – si legge nella lettera - è da noi detto buono in quanto manifesta un amore divino ed umano, ma non filantropico né illuministico; invita ad un amore trascendente, da cui desume uno stile e un metodo di azione. La filantropia è una bella cosa: dice amore per l’uomo, soprattutto se egli versa in una condizione di disagio, di malattia, di schiavitù, di debolezza economica e sociale”.

La carità però è “qualcosa di più del fine di un’organizzazione filantropica o sociale. La carità è la Persona divina dello Spirito Santo, che è stato riversato nei nostri cuori nei sacramenti dell’iniziazione cristiana, e che trasborda dai nostri cuori, resi disponibili ad una dedizione assoluta all’altro/all’altra, a imitazione di Gesù Cristo, il quale donò la sua stessa vita umana per noi uomini e la nostra salvezza”.

In questo senso – spiega l’arcivescovo Bertolone - la carità cristiana può essere solo vissuta e non teorizzata, come sono testimoni i santi, perché “lo stile della carità cristiana è tipico dei testimoni, cioè di coloro che attestano, nei modi di fare, di pensare, di porsi, di essere stati radicalmente infiammati dall’Amore divino, a tal punto che donano se stessi al Signore. Testimoni, oggi, come lo furono un Francesco Spoto, un Giacomo Cusmano, un Francesco di Paola, sul cui petto è raffigurata la fiamma della carità, cioè dello Spirito Santo… Come lo furono tutti i santi del calendario cattolico, a cominciare dai nostri Santi Patroni, Agazio e Vitaliano. Testimoni come lo fu un Pino Puglisi, sempre col sorriso sulle labbra, anche nel momento terribile dell’assassinio violento, ordinato dalla cupola mafiosa in odio alla fede cristiana…”

Prosegue la lettera: “I testimoni: ecco altrettanti specchi nei quali ritrovare la genuina immagine del buon samaritano, ecco altrettante vite riuscite, che diventano per noi non tanto degli eroi, quanto degli esempi di come si possa riuscire nell’esistenza cristiana: la vita è bella, nonostante i briganti che possono assalirci, nonostante le tentazioni e le cadute, nonostante i problemi della nostra società complessa, nonostante chi vorrebbe sradicare dalla fede”.

Dopo un excursus sulla situazione della Chiesa italiana negli anni passati c’è l’invito ad essere ‘autentici’ testimoni in un tempo complesso, ma straordinario, dato che “se l’intera Chiesa si va autopercependo, sul piano pastorale, come ‘in uscita’, come una specie di servizio stradale della salvezza, come un ospedale da campo, ecco davvero il nuovo vigore che assume la testimonianza. Testimonianza delle singole vocazioni nella Chiesa e della Chiesa nel suo complesso. Il presupposto dei testimoni è che anche nell’attuale condizione, per quanto essa possa configurarsi ed essere difficile e problematica, la testimonianza cristiana resta sempre un richiamo convincente a Dio”.

Certo, non si può teorizzare “né una compatibilità né una incompatibilità di principio, purché non si voglia, per dirla ‘terra terra’, restare attaccati alla seggiola. Ci deve essere una nuova disponibilità a lasciarsi afferrare dal Signore, ad uscire da noi ed a lasciare lavorare lo Spirito di Dio”.

Nella lettera del vescovo della diocesi di Catanzaro la testimonianza del cristiano nel mondo è suggerita dall’azione, mossa dalla tenerezza, di don Pino Puglisi: “Don Pino Puglisi, ha vissuto questa tenerezza: alla ricerca dell’onorabilità e della stima dei forti e dei potenti, al procurarsi consensi presso coloro che contano, don Pino preferiva la scelta della libertà interiore, del piacere a Dio, del non attaccamento ai beni della terra, della povertà, anche nelle calzature e nei vestiti divenendo un faro per la società dell’opulenza e dei consumi, dove soltanto chi possiede conta, mentre tutti gli altri vengono emarginati e scartati”.

Infatti don Puglisi promuoveva “non solo denuncia del male, ma evangelizzazione e promozione umana. E così il buon grano non soltanto isola la zizzania ( e ne evita i tentacoli criminali e mafiosi), ma diviene un esempio di stile pastorale. E’ lo stile che mostra la bellezza della cura e della tenerezza, proprio delle donne, come ha detto papa Francesco: ‘Voi state sul cammino di quelle donne che seguivano Gesù, nella buona e nella cattiva sorte. La donna ha questo grande tesoro di poter dare la vita, di poter dare tenerezza, di poter dare pace e gioia. La donna ha una capacità di dare vita e di dare tenerezza che noi uomini non abbiamo’”.

Quindi, questi spiega in cosa consiste il metodo della tenerezza del beato palermitano: “E’ il metodo che non distrugge, ma purifica e moralizza le feste popolari, per non sprecare inutilmente il denaro per cantanti, spettacoli e fuochi d’artificio molto costosi. E’ il metodo che incoraggia la partecipazione e l’impegno pastorale dei laici, invogliandoli a rendersi corresponsabili dell’attività e delle decisioni della parrocchia e del quartiere. E’ il metodo del coinvolgimento dei credenti non soltanto nei momenti formativi e liturgici, ma anche nei momenti civici, per far sentire la voce dell’intera comunità (e non di uno solo) su particolari temi sociali. E’ il metodo che cura sia la formazione remota e prossima della gente, sia le celebrazioni sacramentali (soprattutto quella eucaristica) mediante annuncio, catechesi e azione. Ed ancora è il metodo dell’incessante ricerca di nuovi stili di annuncio: cenacoli del vangelo nelle famiglie, campi estivi, accompagnamento delle giovani coppie, educazione al perdono e alla riconciliazione, celebrazione eucaristica, liturgia delle ore. Insomma, non solo denuncia del male, ma evangelizzazione e promozione umana. E così il buon grano non soltanto isola la zizzania (e ne evita i tentacoli criminali e mafiosi), ma diviene un esempio di stile pastorale, che studia sempre nuove forme di evangelizzazione, consapevole di essere in una fase nuova della vita del mondo e della Chiesa”.

Ed ecco che la ‘Chiesa del silenzio’ diventa una ‘Chiesa che parla’: “L’ultimo giorno di padre Puglisi in terra è la sintesi di una giornata tipo di un prete ‘ordinariamente-straordinario’ nel praticare e predicare l’evangelium vitae humanae. In questo senso, comprendiamo meglio la carica sociale e antropologica della testimonianza cristiana: ogni aspetto della vita umana ne viene irrorato e trasformato nel sangue di Cristo”. Per questo in conclusione della lettera mons. Bertolone ha chiesto ai propri cittadini di lasciarsi istruire dalla tenerezza di don Puglisi: “Un martire ci insegna che non tutto è negoziabile, perché ci sono valori che non hanno prezzo e non possono, perciò, essere oggetto di scambio e di trattative. Infine il martire ci orienta a capire cosa significa essere veramente liberi: seguire la verità e solo la verità. Il martire viene ucciso perché rifiuta di assoggettarsi ad un potere diverso da quello della coscienza morale. I martiri nascono quando muoiono, cominciano a vivere con la fine, vivono quando sono uccisi, brillano nel cielo essi che sulla terra sono creduti estinti”.