Papa a Milano, parla il Cardinale Scola. "Ci aspettiamo ci confermi nella fede"

Il Cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano
Foto: Bohumil Petrik / CNA
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Una città che sta imparando ad abolire ogni esclusione e una città che ha voglia di rinnovarsi, e che allo stesso tempo è in cerca di senso. Ma anche una città più realista, che vive l’avventura di essere davvero “città di mezzo”: è questa la Milano che si prepara ad accogliere Papa Francesco, dal quale ha bisogno di essere confermata nella fede. Lo racconta in questa intervista ad ACI Stampa il Cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano.

Papa Francesco, il quarto Papa a visitare Milano: cosa significa questo per la città?

La visita del Papa è un grande privilegio per Milano. Basti pensare che la nostra sarà una delle poche metropoli europee visitate in questi anni. C’è grande attesa e grande desiderio di incontrarlo. Per me personalmente è un dono ed una pro-vocazione a vivere con autenticità il compito affidatomi. La visita del Papa, inoltre, riprende e conclude idealmente il percorso che abbiamo proposto in questi anni sul tema “Evangelizzare la metropoli”. Sono stati tra di noi i cardinali Schoenborn, Onaiyekan, O’Malley e Tagle e ognuno di loro ci ha aiutato a meglio comprendere che cosa significhi oggi annunciare Gesù nelle grandi città. L’insegnamento del Papa, che conta anche sulla ricchezza della sua esperienza come arcivescovo di Buenos Aires, ci sarà senza dubbio di grande aiuto.

A cosa punta la Chiesa ambrosiana?

Vogliamo far tesoro dello stile di papa Francesco. Il cristianesimo non è in primis né una dottrina né una morale; è l’incontro personale con Cristo, che diventa facilmente “contagioso”. Se infatti la gente incontra qualcuno segnato da Cristo in maniera significativa capisce, perché lo vede, che Gesù spiega l’uomo all’uomo, si fa carico dei suoi limiti e li riscatta. Molti, anche fra i giovani e fra le generazioni di mezzo, non sono in sé e per sé contrari alla fede. Hanno smesso di frequentare gli ambiti della vita ecclesiale. Dobbiamo cambiare molto, mettendo in conto di andare noi da loro. Qui il Papa ci viene incontro con il suo stile diretto, con la sua predicazione accessibile, ricca di gesti, di esempi presi dalla sua esperienza personale, dalla sua vita familiare, dagli incontri fatti. La modalità stessa con cui ha impostato il programma della sua visita milanese ci indica la strada. Siamo chiamati ad abitare gli ambienti della vita di donne e uomini, a testimoniare il Vangelo. Vivendolo. Mi sembra che la nostra, come del resto tutte le Chiese, stia imparando la decisione evangelica radicale di abolire ogni esclusione. Con i suoi gesti, prima ancora che con le sue parole, Francesco mostra che Cristo vuole incontrare tutti, nessuno escluso. In questo senso, il modo di vivere il ministero petrino proprio del Papa sta aiutandoci a riscoprire le dimensioni veramente cattoliche, universali, della nostra fede e la capacità che il Vangelo possiede di parlare all’uomo di ogni condizione, di ogni cultura, di ogni luogo e di ogni tempo.

Il Papa arriva in una Milano sempre più internazionale. Ma quale è il ruolo di Milano in Europa?

Mi sembra indubbio che in questi ultimi anni Milano abbia alzato la testa. Si ripropone di fatto in modo deciso come un punto di riferimento per il paese, per l’Europa tutta e non solo. Io ho vissuto a Milano fino a 40 anni e mi sono ricoinvolto con la città, eletto arcivescovo nel giugno del 2011. In questi pochi anni ho visto una Milano sempre più realista, che tenta vie nuove ma non si nasconde i problemi talora dolorosi, che vive l’inevitabile dialettica sociale, culturale e politica ma, salvo alcuni casi relativamente rari, cerca “amicizia civica” come condizione di vita buona personale e sociale. L’angolo di visuale del vescovo è privilegiato. Incontra molte persone in parrocchie e aggregazioni di fedeli, a livello dei mondi del lavoro, della cultura, dell’economia, della finanza. I miei preti particolarmente impegnati con pesanti situazioni di emarginazione mi hanno aiutato a incontrare i più poveri, gli emarginati e i carcerati. È però necessario assecondare “criticamente” la realtà con le circostanze e i rapporti che ne costituiscono la trama. E qui vedo il punto ancora debole. In una società ormai plurale, ricca di mondovisioni diverse, bisogna avere il coraggio di porre con forza nella vita di tutti i giorni da parte di tutte le persone, le comunità e i gruppi la ricerca del senso inteso sia come significato del vivere quotidiano che come direzione di un cammino. I radicali mutamenti in atto in questo cambiamento d’epoca stanno trasformando i linguaggi con cui vivere questi aspetti decisivi dell’umana esistenza. Qui si gioca l’avventura per Milano “Città-di-mezzo” .

Quali sono le sfide della Chiesa di Milano nel "meticciato", un concetto che le è molto caro?

In ogni società fenomeni che si impongono in termini tanto rapidi e indominabili generano paura. Scandalizzarsi della paura è sbagliato, così come è profondamente sbagliato, oltre che non risolutivo, strumentalizzarla. Bisogna chiedersi piuttosto da dove nasce la paura e perché si diffonde. E capire che cosa si può fare per vincerla. Un’immigrazione massiccia e disordinata come quella che sta avvenendo, ha alla base anche un sistema di violenza e di ingiustizia: pensiamo alla piaga degli scafisti, della tratta delle donne e dei bambini, dei minori non accompagnati… È chiaro che una cosa di questo genere spaventi. Però, per come io conosco la realtà milanese e lombarda – e nella visita pastorale sto incontrando migliaia di persone… – parlare di razzismo mi pare fuorviante. C’è un grande lavoro educativo da fare. Penso ad esempio agli oratori milanesi e lombardi che accolgono tanti bambini musulmani, con quelle attenzioni particolari suggerite dal voler bene. Penso inoltre alle molte iniziative per aiutare profughi e migranti ad imparare l’italiano, a fare qualche lavoro, coniugando ascolto, formazione e aiuti concreti. Io sono sempre impressionato dall’impegno della nostra Chiesa, soprattutto dalle comunità ecclesiali del Sud che ammiro».

La visita del Papa è una esperienza di fede di un popolo. Condivide questa affermazione? E perché?

Il compito del Papa è confermare i fratelli nella fede. Ne abbiamo bisogno. Vuol dire aiutarci ad affrontare la realtà, verificare la nostra capacità di essere Chiesa in uscita, nella vita quotidiana di ogni uomo. Sto facendo la visita pastorale: è commovente nel popolo il continuo riferimento al Papa. Sono sicuro che da Francesco riceverà impulso l`azione nella società civile.

Quanto sarà importante per il popolo di Milano la possibilità di "dare del tu" al Papa?

È indubbio che Papa Francesco genera nel popolo una grande simpatia, proprio per la sua modalità di porsi personalmente – nel linguaggio del Vangelo si direbbe che è “uno che parla con autorità” – e senza risparmiarsi. Vorrei dire che tutti, senza alcuna distinzione tra popolo e classe dirigente, tra cristiani e laici, guardassero al Papa con grande interesse. Cosa si aspettano? Questo è più difficile da sapere. Tutti però ci aspettiamo una cosa perché siamo certi di riceverla: l’annuncio della misericordia di Dio.

Quali sono state le più grandi sfide che ha dovuto affrontare in questi anni da arcivescovo di Milano? Come è cambiata la città e la Chiesa?

In una mega-diocesi come questa si fa fatica a vivere i rapporti faccia a faccia. Ammiro molto il modo di muoversi del Papa. In diocesi vedo una decisa volontà di rinnovamento. Qualcosa di simile avveniva negli Anni Sessanta: mi ricordo che alle sette di sera piazza Duomo si riempiva di gente che discuteva di qualsiasi cosa. C’è voglia di una nuova Milano. Resta però sempre il rischio di lasciar da parte la questione del "senso del vivere" che, per noi cristiani, è la questione della fede.

Quali sono le prospettive della diocesi di Milano? E quali le sfide più importanti?

Che il soggetto personale e comunitario si esponga con più libertà nel testimoniare la gioia del Vangelo. Questo ci aiuterà a cogliere i segni dei tempi. Una più intensa comunione tra noi ci consentirà di assecondare meglio la realtà, di semplificare e rendere più attraenti le nostre comunità. Il cristianesimo è attrattiva e non proselitismo.