Ritratto di Case Bianche. Ecco le storie delle famiglie che il Papa ha visitato

Le famiglie Milhoual e Oneta con Papa Francesco durante la visita nella loro casa
Foto: per gentile concessione delle famiglie delle case Bianche
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Tre famiglie, tre frammenti rappresentativi della realtà delle Case Bianche. Papa Francesco si è presentato alla porta di ciascuna di loro, vi ha trascorso in generale tra i 5 e i 6 minuti, ha detto pochissime parole e ascoltato sempre. Questo raccontano le famiglie Pasquale, Milhoual e Oneta, che hanno ricevuto la visita personale di Papa Francesco.

La famiglia Milhoual è di religione islamica. Karim e Hanane sono entrambi nati a Marrakech. Karim è venuto in Italia nel 1989, per studiare fisica chimica all’Università Leonardo da Vinci, e poi si è trasferito prima ad Agrate Brianza e poi a Milano, lavorando sempre con la stessa compagnia farmaceutica. La moglie – Hanane – lo ha seguito in Italia. È qui che sono nati i loro tre figli: Nada, di 17 anni, Jinan di 10 e Mahmoud di 6.

“Abbiamo saputo solo ieri sera della visita del Papa – racconta Karim – anche se sapevamo di essere tra le famiglie che potevano essere scelte per la visita del Papa. Rappresentano la realtà dell’immigrazione, ma anche della convivenza. “Nel quartiere non ci sono conflitti. E anche io, quando ero in Marocco, studiavo con ebrei, cristiani… mai avuto nessun problema”, dice Karim.

Gli fa eco la moglie Hanane, che in parrocchia tiene corsi di arabo, per bambini il sabato e per adulti la domenica. “Vengono spesso studenti universitari”, dice.

La visita è stata breve. Quando il Papa è entrato, Nada, come benvenuto, teneva un vassoio con latte e datteri, come si usa in Marocco. “Il Papa ha preso il bicchiere alla sua sinistra e me lo ha porto – racconta Karim – e poi ha bevuto con me il latte”.

A lui, Karim ha regalato un quadro con una iscrizione del nome di Dio in arabo, e il piccolo Mahmoud ha fatto – racconta – “un disegno che rappresenta una Chiesa e una moschea vicine, e bambini cristiani e musulmani che giocano a basket insieme”.

“L’ho sentito come un amico – dice Karim – quando abbiamo fatto la foto, gli ho stretto la spalla, e lui non si è ritratto”. E Nada, molto emozionata, racconta: “Il Papa ha capito volevo salutarlo, e mi ha aiutato a tenere in mano il vassoio.

Grande emozione anche per Dori, la moglie di Stefano Pasquale, un ex alcolista costretto a letto da un decremento fisico e cognitivo dopo un grave incidente. È a letto dal 2013. “Il Papa – racconta Dori – è entrato in casa, e poi si è recato subito nella stanza di mio marito, e lo ha benedetto. È stato per un po’ con lui”.

La famiglia Pasquale sapeva della visita del Papa, anche se “c’era il ragionevole dubbio che potesse non venire. C’erano molte possibilità”. Ma intanto, famigliari e vicini hanno chiesto di dare al Papa un abbraccio, un saluto, una benedizione. “Non potevo chiederlo per tutti – racconta Dori –e così ho impastato del pane, e ho fatto dei panini, una per ogni intenzione. Poi ho chiesto al Papa di benedirli, e lui ne è stato felice. Così, ad ognuno ho portato la benedizione del Papa”. Sulla casa di Dori è appeso anche uno dei lembi del poster di benvenuto che campeggiava sulle mura delle Case Bianche. “Prima che andasse via – dice – gli ho preso la mano, e, dandogli del tu (mi veniva da dargli del tu) l’ho portato alla finestra, gli ho fatto vedere la gente, e gli ho detto: ‘Vedi in quanti ti vogliono bene!’ Lui ha sorriso”.

E invece lo ha saputo all’ultimo momento la famiglia Oneta. Nuccio e Adele hanno 82 e 81 anni, e vivono al terzo piano. Ma Adele è in ospedale da qualche giorno, per qualche problema respiratorio. Appena hanno saputo della visita, le figlie sono arrivate in casa, e una di loro è andata subito in ospedale a portare un cellulare all’anziana madre. “Il Papa – racconta Nuccio – è entrato e poi ha voluto chiamare mia moglie, e le ha fatto gli auguri. Ci ha detto di farci coraggio!”

Sono tre famiglie che rappresentano benissimo la realtà delle Case Bianche. Lì c’è un centro di prossimità, che Giorgio Sarto, 72 anni portati instacabilmente, dirige con passione. “Il centro è dedicato agli anziani – afferma - ma non è un centro anziani. Noi non parcheggiamo gli anziani. Noi creiamo amicizie”. E forniscono anche tutti quei servizi concreti e necessari, perché l’amicizia arriva lì dove non possono arrivare i sussidi sociali. “C’è al quarto piano di questo palazzo – racconta – una signora di 92, completamente sorda, e anche con problemi di deambulazione. Vive sola. Il comune dà i servizi, c’è chi le pulisce casa due volte a settimana, portano la spesa. Ma non portano la spesa sulla porta. Allora ci siamo noi, che portiamo la spesa, che, se qualcuno vuole entrare in contatto con lei, entriamo in contatto”.

 

Una attività che si misura anche in numeri: sono 82 gli anziani del quartiere che si sono rivolti ai servizi di prossimità domiciliare, o semplicemente per utilizzare lo spazio anziani, e tutti erano anche in carico del comune. Nel corso del 2016, i volontari del Centro hanno compiuto anche 227 accompagnamenti in auto, richiesti da 31 anziani, e disbrigato 247 richieste di pratiche burocratiche.

“Il Centro – dice – c’è da 17 anni, e serve una zona che è stata progressivamente abbandonata”. Il lotto 64, infatti, è di proprietà dell’Aler, e dista solo 3 chilometri dal Duomo. E però la condizione dei palazzi (tutte le famiglie temevano che il Papa potesse rimanere bloccato in ascensore, e due dei motori degli ascensori sono stati aggiustati appena ieri) e la scarsa cura di manutenzione hanno creato una situazione dalla difficile soluzione, anche perché gli interventi di riqualificazione territoriale tardano ad arrivare.

“Eppure – spiega Giorgio Sarto – non c’è conflitto nel quartiere. Perché da sempre c’è la parrocchia, e da sempre c’è l’operato delle Piccole Sorelle di Charles Foucauld, che vivono con gli ultimi, dialogano con tutti, e hanno saputo creare un tessuto straordinario anche con le famiglie immigrate, avendo come carisma anche quello del dialogo interreligioso”.

Le Piccole Sorelle vivevano già alle Case Minime, l’antenato delle Case Bianche. Quando fu costruito il quartiere – racconta Suor Fiorella, che vi ha vissuto 11 anni e che ora è nel coordinamento centrale delle sorelle ad Assisi – “non ci sarebbe spettata una casa, perché non siamo soggetti destinatari. Ma le persone del quartiere hanno fatto una sottoscrizione, e hanno richiesto che fosse destinato anche a noi un appartamento”.

Dice Suor Fiorella che le Sorelle “vivono la vita degli abitanti del quartiere, fanno i loro lavori, e per questo le persone del quartiere vi si riconoscono, anche quelle di diversa religione”. È questo il lavoro che dà frutti. Ed è quel lavoro invisibile sul territorio di cui nessuno si rende conto, ma che rende un tessuto sociale più vivibile, nonostante tutto.