A colloquio con il premio Nobel Arvid Carlsson: siamo nati con dei geni che prevedono Dio

Il neuroscienziato premio Nobel, Arvid Carlsson
Foto: OB
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Ricevere il premio Nobel è un evento che segna la vita di uno scienziato. E non solo per il riconoscimento del lavoro svolto. Ma soprattutto perché segna un nuovo inizio. Così è capitato anche a Arvid Carlsson, uno dei maggiori neuroscienziati del nostro tempo che nel 2000 ha ricevuto il Nobel per gli studi sui neuro trasmettitori.

Carlsson, svedese, classe 1923 non ha smesso di lavorare per cercare farmaci che sconfiggano le malattie degenerative del cervello e le loro conseguenze.

“Quello che questa molecola che studiamo può fare - mi spiega durante un colloquio a Göteborg, la città dove ora vive e lavora- è controllare alcuni aspetti importanti del nostro comportamento. Dobbiamo entrare nella funzione del neurotrasmettitore, la dopamina. Questa molecola è la prima che possa essere usata per regolare la funzione della dopamina e la può stabilizzare. La dopamina controlla quasi tutto nel cervello, anche il sistema cardiovascolare....

Ora lavoriamo su ciò che questa molecola fa in certe condizioni, soprattutto riguardo agli effetti degli ictus, che creano disabilità. La molecola può diminuire o far sparire molte delle conseguenze dell’ictus. Stiamo lavorando sui dosaggi. Quello che rimane e dare al mondo l’accesso a questa molecola. Questo è il motivo per cui devo continuare a vivere!

 Professore, cosa significa per lei il rapporto tra scienza e fede? Come lavorano insieme?

 Io sono una persona che non ha religione, ma ho la mente aperta, non saprei come definirmi. Mi sento un po’ come Darwin. Sua moglie era una fervente cattolica. Loro hanno imparato uno dall’altro per tutta la loro vita. Quando Darwin tornò dalle Galapagos dove aveva studiato l’origine delle specie, aspettò molto prima di pubblicare i risultati. Ovviamente per molte differenti ragioni.

Una ovviamente perché era consapevole dei problemi della questione che avrebbe aperto e che non sarebbe piaciuta a molti.  Ma forse anche perché sua moglie era cattolica. Come lui tengo la mente aperta, si può dire: in ricerca.

 Bisogna essere di mente molto aperta perché ci sono tante cose da conoscere e capire e ne abbiamo conosciute e scoperte così poche. E’ tutto così affascinante ed enigmatico. Quando è iniziato tutto? Avrà una fine? C’è stata una situazione senza tempo? E’ tutto un mistero. E quindi posso capire perché tante persone hanno una religione. In realtà fa parte dei nostri geni, per cui forse è gente come me che è un po’ strana da quel punto di vista. Siamo nati con dei geni che prevedono Dio. Questo è il modo naturale di vivere, in una relazione con Dio, pregare a Dio e credere in Dio. Capisco come questo avviene. Io non sono una persona normale, perché non ho questo sentimento  che però considero normale. E’ un mio problema. Si può dire che è una forma di disabilità.

 Ha citato Darwin, mi viene da chiedere, possono lavorare insieme scienziati che credono nell’intelligente design e darwinisti?

 Oh si certo, assolutamente. Parlando di religione devo dire che alcune presentano dei problemi. In particolare l’Islam. Ad esempio la questione delle donne che non possono studiare. Anche quando arrivano in Svezia hanno sempre questo problema, e si legge ogni giorno sui giornali. É terribile che tante donne anche molto ricche di talento crescano senza istruzione.  E devo dire che tra le tre religioni monoteiste circa il rapporto con la scienza il cristianesimo è certo la migliore.

 Nella sua ricerca è stato più stimolato dalla curiosità, la voglia di capire, o dalla voglia di aiutare gli altri?

 Da entrambe le cose!  Affrontare un problema difficile, a prescindere da quello che è, è un po’ come quando hai un problema in un cruciverba. Ma io sono non solo uno scienziato, ma un dottore, un medico. Fin da quando ho cominciato a studiare medicina, nella mia giovinezza, avevo deciso: non voglio diventare un medico voglio diventare uno scienziato, uno studioso.

 Così in parallelo con i miei studi di medicina ho cominciato a fare ricerca sulle medicine, già dopo pochi anni. Il mio professore di farmacologia mi ha chiesto di diventare suo assistente e mi diede un compito da svolgere, un compito semplice e realistico, senza dirmi come lo dovevo risolvere. Ho dovuto risolvere molti problemi da solo. E questa è naturalmente la cosa giusta da fare. Quando cominci a fare ricerca è molto importante non solo andare a scuola. Hai bisogno di un compito, anche se semplice, che devi risolvere da solo. Il compito che mi ha dato il mio professore ha avuto poi un risultato che non era esattamente quello che lui aveva pensato. Ma mi ha fatto molto bene.

 Dopo aver ottenuto addirittura due dottorati non aveva ancora deciso?

 Ho iniziato delle ricerche promettenti. Ma ancora non ero certo se volevo davvero essere uno scienziato o un medico. Ho iniziato a fare pratica come giovane medico in un ospedale di medicina interna a Lund. La prima settimana avevo il turno di notte ed è arrivato un paziente in coma diabetico e me ne sono dovuto occupare.  Dovevo somministrare insulina e lui ad un certo punto si è svegliato, sorprendentemente, un trionfo... Questa è stata la prima esperienza e poi ho avuto molte esperienze simili, in cui c’era un paziente con un problema che dovevo risolvere. Quello che ho imparato quel primo anno è stata la soddisfazione quando tratti un paziente e il trattamento da un buon risultato. Questo da altrettanta soddisfazione quanto risolvere un problema del tipo “cruciverba”!

Oggi la gente mi incontra e mi dice che ha avuto dei miglioramenti, per esempio che un parente affetto dal morbo di Parkinson è stato trattato con la medicina che ho proposto già nel 1957 e che è ancora la medicina più importante per il Parkinson. Questa è una vera ricompensa.....

 Cosa ha significato per Lei il Premio Nobel? 

 Non ho capito quanto fosse importante il Nobel fino a quando non l’ho ricevuto. Poiché ho dovuto aspettare molto perché la gente capisse cosa stavo studiando, ci ho messo tempo. Ma del resto ho avuto molti altri premi. Il premio in Giappone era molto più ricco del Nobel. E quando è stato annunciato i media antivivisezionisti dissero che ero un “uccisore di topi”. Certo non succede dopo il Nobel. È straordinario...

 É una chance per nuove ricerche ?

 Esattamente il pensiero di Nobel! Il premio doveva servire per continuare a studiare con altre credenziali.

 Si è mai chiesto perché la mente umana può capire l’universo? Si tratta solo di una coincidenza?

 E’ una questione molto interessante. Quando la vita è cominciata, quanta saggezza c’era già all’inizio? Non lo sappiamo. E’ possibile che quando la prima cellula ha iniziato a esistere, ci sia stata già una profonda “saggezza” presente in quella cellula. E’ possibile che nella vita stessa ci sia una profonda “saggezza”, forse già in quelle piccole “creature comiche”. Quando si creano individui composti da più cellule, quella “saggezza” c’è ancora nei geni, ma le diverse parti di “saggezza” sono state divise in cellule specializzate. Ma al centro c’è una “saggezza” che era presente già all’inizio.

 Continuiamo a parlare della sua vita e delle ricerche che sta facendo davanti ad una tazza di the, nell’accogliente salotto della dottoressa Elisabeth Nordquist-Brandt, la sua più stretta collaboratrice nella ricerca sulla OSU6162. E capisci che per Carlsson la vita è ancora una avventura.