Don Ernest Simoni, martire d'Albania

Don Ernest Simoni
Foto: Paoline International FB
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Quello che ti colpisce di più quando parli con don Ernest è che ti dice sempre: bisogna pregare, pregare tanto, per tutti. E lui ha visto che davvero pregare per tutti ti cambia la vita. Lui, sacerdote albanese, ottantotto anni, quasi trenta passati in una prigione del regime di Enver Oxa. Lui che a Tirana nella cattedrale ha fatto piangere Papa Francesco che mercoledì all’udienza generale gli ha baciato le mani dicendo: questo è un martire.

La sua vita, la sua testimonianza, il suo martirio sono raccontate in un libro firmato da Mimmo Muolo, vaticanista di Avvenire:“ Don Ernest Simoni. Dai lavori forzati all’incontro con Francesco”, pubblicato dalle Edizioni Paoline.

Per presentare il libro Don Ernest è arrivato a Roma, con la forza e la semplicità di chi si affida in tutto a Dio. Nel suo italiano stentato racconta il momento del suo arresto nel 1963, la notte di Natale. Racconta di come era stato condannato a morte e di come la condanna venne cambiata in carcere e lavori forzati perché una spia aveva raccontato che lui, il prete cattolico in catene, diceva di pregare anche per Enver Oxa. Lo avevano arrestato perché la sua parrocchia era piena di gente, perché diceva che bisogna credere solo in Gesù, perché solo lui è la resurrezione e la vita.

E se gli chiedi che cosa consiglia ai giovani ti risponde con semplicità: “ i giovani si convincano di convertirsi, si devono convincere di santificare la castità, il matrimonio casto, purissimo. Il matrimonio è legge divina, quello che è legato in terra è legato in cielo”. E racconta degli albanesi che sono negli Stati Uniti e che lui visita, e degli esorcismi che fa anche tramite il cellulare, in latino. E parlando del dialogo tra le fedi dice: “ci ha detto Gesù pregate senza interruzione, pregate la Madonna. E’ lo Spirito Santo che fa tutto”. Martire, quindi testimone, come si legge nelle pagine di cronaca storica nelle quali Mimmo Muolo racconta la storia di un intero popolo, dei cattolici, dei cristiani e dei musulmani vittime della violenza di un regime che veniva considerato l’unico vero comunismo reale insieme a quello cinese.

Storia privata e storia di una nazione si intrecciano per arrivare a quel giorno nella cattedrale di Tirana, davanti a Papa Francesco, secondo Papa ad arrivare in Albania dopo Giovanni Paolo II che, figlio di una terra violentata dal regime comunista, con martiri come Jerzy Popiełuszko, sapeva bene cosa significasse mantenere la fede. La lezione dei martiri albanesi di cui è in corso il processo di beatificazione, vescovi, sacerdoti, religiosi e laici uccisi, torturati, imprigionati, è importantissima per il mondo della post modernità come ricorda Muolo nel suo libro. Le sfide del relativismo che relega la fede nel “ghetto” del privato, dei fondamentalismi sono forti in Albania, ma lo sono anche per l’occidente assonnato che non sa più cosa significhi avere “Qualcuno” per cui vale la pena vivere e morire.