Finanze Vaticane: la leggenda dell’oro di Mussolini

La bandiera dello Santa Sede e la cupola di San Pietro in lontananza
Foto: Bohumil Petrik / CNA
Facebook Twitter Google+ Pinterest Addthis

Riguardo le finanze vaticane, c’è una leggenda, che fu riportata tra l’altro dal Guardian poco prima della rinuncia di Benedetto XVI: quello dell’oro di Mussolini. Il giornale inglese sosteneva come il Vaticano, con i soldi datigli da Mussolini, abbia potuto costruire un vero e proprio impero finanziario, tanto che ora possiede negozi di lusso nel cuore di Gucci. Ma davvero le cose stanno così?

Uno sguardo alla storia – con l’aiuto del prezioso volume di Benny Lai “Finanza e Finanzieri Vaticani”, ormai introvabile - aiuta a comprendere il senso di quello che sono le finanze vaticane. Che cominciano a fiorire, nel modo moderno in cui le conosciamo, quando nasce “quel tanto di terra che ci permette di compiere la nostra missione”, come diceva Pio XI, e cioè quando nasce lo Stato di Città del Vaticano. Uno Stato che nasce dalla riparazione di un torto.

Santa Sede: le ragioni di uno Stato

Nel 1870, le truppe di Re Vittorio Emanuele sono entrate a Roma attraverso la breccia di Porta Pia, il Papa è dovuto andare in esilio a Castel Sant'Angelo, e i beni della Santa Sede sono stati in larga parte espropriati. Nasce in quei tempi l’Obolo di San Pietro, una raccolta di offerte spontanea da parte dei fedeli, che permette in qualche modo alla Santa Sede di far fronte alle spese.

Il Regno d’Italia propone una riparazione, la legge delle guarentigie. Ma è una riparazione unilaterale, che non compensa beni e terre che sono state espropriate. In più, quello è il periodo in cui molte terre di monasteri e parrocchie vengono espropriate, con l’intento di dare fiato all’economia del Regno d’Italia. La situazione è tesissima. E poi, con il tempo, i dissidi cominciano ad appianarsi. I cattolici si organizzano, superano il divieto di impegnarsi nella politica del Regno, danno vita a un loro pensiero politico e ad una dottrina sociale ispirata da quello che in molti considerano uno dei più grandi filosofi cristiani degli ultimi due secoli, e cioè Papa Leone XIII.

Arriva la Prima Guerra Mondiale. Papa Benedetto XV si impegna per la pace, ed è frustrato dalla difficoltà ad avere relazioni diplomatiche. Perché gli ambasciatori intrattenevano rapporti con la Santa Sede attraverso le ambasciate ubicate anche in Italia. Ma i Paesi in guerra ritirano i loro ambasciatori. Per Benedetto XV diventerà difficile avere rapporti con la Germania, con un ambasciatore che è in guerra con l'Italia e non si trova più, appunto, fianco a fianco in Vaticano. È necessario un territorio, e uno Stato sovrano, per portare avanti una missione di pace.

Finisce la guerra, e presidente del Consiglio è Giovanni Giolitti. Si parla, da tempo, di una conciliazione tra Stato Italiano e Chiesa. Ma Giolitti è contrario. Il problema – allora come oggi – è la sovranità. “Se il Vaticano mi domandasse in piena sovranità un territorio grande come un francobollo (e certamente me ne domanderebbe uno più grande) io non glielo darei”, dice – e le sue parole sono riportate nelle memorie della Conciliazione del cardinale Pietro Gasparri, ancora inedite e portate alla luce da Benny Lai, decano dei vaticanisti, nel suo libro “Finanze Vaticane”.  Furono queste parole che fecero crescere l’attenzione nei confronti di Benito Mussolini. Il quale, da semplice deputato, aveva dichiarato come il fascismo non predicasse e non praticasse l’anticlericalismo. Era il 1921. Mussolini prenderà il potere un anno dopo.

La Conciliazione

Le trattative per la Conciliazione sono lunghe e complesse. E uno dei problemi fu proprio il tema finanziario. Se ne occupò personalmente Pio XI. Il quale puntava ad ottenere una indennità da due miliardi di lire, da versarsi in alcune rate. La stessa somma, con relativi interessi – sosteneva il Papa – che lo Stato italiano si era unilateralmente impegnato a pagare dopo l’occupazione di Roma, con la leggi sulle guarentigie. Si accontenterà, alla fine, di un miliardo e 750 milioni di lire, parte in contanti e parte in titoli al portatore.

Cosa fare di quel patrimonio? Due mesi dopo la firma dei Patti Lateranensi, e quasi trenta giorni prima della loro ratifica, il Papa chiede di prendere contatto con l’ingegner Bernardino Nogara, per dargli l’incarico di gestire i fondi provenienti dalla Convenzione Finanziaria. Sono questi i “soldi di Mussolini” di cui parlava il Guardian. Soldi, in realtà, dello Stato italiano, che andavano a compensare e riparare una occupazione. E che servirono alla Chiesa per riprendere nel modo migliore la propria missione mondiale.

Ma il Guardian sostiene che Mussolini avrebbe ricompensato il Vaticano per il sostegno e il riconoscimento ufficiale del regime con un enorme patrimonio, che sarebbe stato investito a Londra in due immobili di pregio. Questi immobili sarebbero di proprietà della Grolux Investments, controllati dalla società svizzera Profima, che sarebbe riconducibile al Vaticano. Di questa società sarebbe stato infatti parte del Consiglio di Amministrazione proprio Bernardino Nogara (1870-1958).

Finanza vaticana, i primi passi

Dove è il mistero? Bernardino Nogara portò in Vaticano il concetto di partecipazione azionaria. Gli venne affidata la sezione Speciale dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, e da quel posto – analogo ad una banca centrale – comprò azioni, con investimenti cospicui e indovinati. Era il periodo della Grande Depressione del ’29, e permise a Nogara di comprare partecipazioni in varie società. Nogara poté così sedere nei Consigli di Amministrazione di innumerevoli società italiane, e questo ne aumentò il prestigio internazionale. E – proprio durante la Grande Depressione – Nogara creò la Grolux e la svizzera Profima. Una società che rientrava nella strategia di diversificare gli investimenti della Santa Sede, puntando sull’oro e sul mattone.

La storia della Grolux è stata raccontata da John Pollard, nel libro Money and the Rise of the Modern Papacy: Financing Vatican 1850-1950.

Nel libro, Pollard segue il tragitto del denaro lungo tre continenti. La sua vuole essere una storia sul Papato e sull’amministrazione del denaro. Ma in realtà, molti Papi – a parte Pio XI – non si sono occupati per niente dell’amministrazione. Ci sono una ristretta cerchia di laici e religiosi che invece hanno lavorato per la Santa Sede sulle materie finanziarie. E i loro profili sono affascinanti.

Per esempio, Giacomo Antonelli, cardinale segretario di Stato di Pio IX, che gestì la Tesoreria dal 1850 al 1876. Antonelli fu no degli architetti della prima riorganizzazione del budget degli Stati papali. Il suo sforzo di portare in pareggio un bilancio disastrato dall’occupazione e dalla perdita dei territori pontifici dipese soprattutto da un prestito chiesto e ottenuto dalla Banca dei Rothschild.

E qui il lettore si può stupire: hanno chiesto un prestito ad una banca ebrea? Ma non c’è niente da stupirsi. Anzi, i rapporti della Chiesa con il mondo ebraico sono più stretti di quello che si può pensare. Tanto che fu Cameo, un giurista ebreo, a delineare la Legge Fondamentale dello Stato di Città del Vaticano dopo la Conciliazione. E Bernardino Nogara veniva dalla Banca Commerciale Italiana, gestita da una lobby ebraica che faceva capo a Toepliz. Un legame che fece sì che il Vaticano comprasse per anni solo azioni della Banca Commerciale Italiana, a discapito di altre banche.

Nogara poteva contare su una rinata attività diplomatica della Chiesa, che Benedetto XV aveva lasciato con le casse vuote a causa della guerra, che impediva ai vescovi di portare il contributo dei fedeli per l’Obolo di San Pietro nelle visite ad limina. Dal 1930, Nogara investì in una rete di progetti che si estendeva per tutta l’Europa, i centri finanziari degli Stati Uniti e persino il Sud America.

Chi era Bernardino Nogara?

Primo non romano a prendere il controllo delle finanze vaticane, Nogara veniva da una famiglia così cattolica da piangere per l’ingresso dei bersaglieri del Regno d’Italia a Roma. Laureatosi a pieni voti in ingegneria industriale ed elettrotecnica all’Università di Milano, era partito per l’Inghilterra subito dopo il matrimonio, e andò a lavorare in una miniera del Galles. Da lì fu inviato in un’altra miniera in Grecia. Nel 1908 risiedeva a Costantinopoli e dirigeva miniere nell’Asia Minore. Lì fondò la Società Commerciale d’Oriente, un “braccio” della banca Commerciale. Conosceva così bene l’ambiente politico ed economico dell’Impero Ottomano che divenne l’uomo di fiducia del governo italiano per tutti i problemi d’Oriente.

In questa veste, si occupò del Trattato di Ouchy, che pose fine alla guerra libica tra Italia e Turchia. Nel 1914 entrò nel Consiglio di Amministrazione del Debito Pubblico Ottomano come delegato italiano, e alla fine della Prima Guerra Mondale era nelle commissioni economiche e finanziarie delle Conferenze che dovevano stipulare i trattati di pace con Austria, Ungheria, Bulgaria e Turchia.

Un uomo, insomma, dalle molteplici relazioni, che si estendevano dal mondo politico diplomatico al settore bancario. L’uomo giusto per gestire un patrimonio che nasceva con una vocazione internazionale, tanto che agli impiegati della Speciale era richiesta la conoscenza fluente del francese e dell’inglese.

E nel frattempo, crescevano le Opere di Religione. Dopo l’ingresso dell’Italia in guerra accanto alla Germania di Hitler, nel 1940, le possibilità operative delle Opere di Religione hanno bisogno di crescere.

Questo “settore” delle finanze vaticane, sin dall’inizio della guerra, aveva potuto cambiare le lire in valuta pregiata, e questo aveva facilitato i soccorsi del Papa alle vittime del conflitto. Da qui nasce un nuovo tessuto connettivo delle finanze vaticane.

La nascita delle Opere di Religione

Come nascono le Opere di Religione? Lo racconta ancora Benny Lai.

Appena un giorno dopo la morte di Papa Pio XI, il 10 febbraio del 1939, monsignor Angelo Pomata si presentò ad uno sportello delle Opere di Religione. Il cassiere era Massimo Spada. Pomata era lì su ordine di Eugenio Pacelli, che con la scomparsa del Papa aveva assunto l’incarico di Camerlengo.

Pacelli – che nel Conclave che sarebbe seguito sarebbe stato eletto Papa con il nome di Pio XII– aveva ordinato a monsignor Pomata di depositare il denaro trovato nel cassetto della scrivania del Papa, in lire e in dollari.

Spada aprì un conto, sotto la dizione “Segretaria di Stato – Obolo nuovi conti correnti”. Da qui, forse, comincia la storia della finanza vaticana. Perché attraverso quel conto corrente, e poi attraverso la totale autonomia dell’Istituto di Opere di Religione – la cosiddetta “banca vaticana”, che in realtà è più un fondo fiduciario – che si potranno mettere a disposizione del Papa dei fondi a sua discrezione. Fondi con i quali ripianare il bilancio della Santa Sede, come è accaduto di recente. Oppure fondi da destinare alle opere di carità. Oppure fondi – e fu il caso di Pio XII – di far passare in canali sicuri, per aiutare le operazioni di pace.

Dal 1940, le opere di religione furono dirette da una commissione cardinalizia, e attraverso questo canale passarono gli aiuti del Papa alla Polonia occupata dalla Germania, ai Balcani e ovunque decidessero Pio XII e la Segreteria di Stato, tanto che l’Osservatore Romano ha sottolineato in un articolo del 2012 che “Pio XII ha combattuto il nazismo anche con gli investimenti”.

E lì ci si pose il problema giuridico: questi interventi erano leciti? Carlo Pacelli, nipote di Papa Pio XII e consigliere generale dello Stato di Città del Vaticano, pose il problema ad alcuni giuristi italiani, tra cui Vittorio Emanuele Orlando – una figura politica di spicco, che fu anche presidente del Consiglio e parte della delegazione italiana alla negoziazione del trattato di pace di Versailles.

Il tema della sovranità

La domanda era: le azioni delle Opere di Religione, pur essendo in Vaticano, si riferivano allo Stato Città del Vaticano o potevano considerarsi giuridicamente indipendenti? Sì, potevano considerarsi indipendenti, conclusero i giuristi. E questo parere portò alla nascita, con il chirografo di Pio XII del 27 giugno del 1942, dell’Istituto per le Opere di Religione, dotato di personalità giuridica propria. E questo permise alla Santa Sede di inviare aiuti del Papa in ogni parte del mondo, persino a Hiroshima e Nagasaki – anche grazie alla piena disponibilità dei conti presso le banche statunitensi richiesta dagli officiali vaticani all’incaricato d’affari degli Stati Uniti Harold Tittman e accordata dal presidente americano Roosevelt.

Nasce così il patrimonio finanziario della Santa Sede. Si tratta del patrimonio di uno Stato sovrano, e che infatti come uno Stato ha strutturato adesso il suo ramo finanziario per aderire agli standard internazionali e proseguire il suo percorso verso la piena trasparenza. Un percorso aderente con la missione della Santa Sede e rispettoso della sua sovranità.