"I giovani dello Schuelerkreis, un laboratorio ecumenico"

Michaela Hastetter, membro del Nuovo Ratzinger Schuelerkreis
Foto: Andrea Gagliarducci / ACI Group
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Nella “famiglia teologica” dello Schuelerkreis si è formato nel anno 2008 un “nuovo” Schuelerkreis con teologi giovani, studenti del pensiero di Benedetto XVI, che del Papa emerito non sono stati discepoli, ma che ne studiano il pensiero e lo sviluppano. Un gruppo di 31 giovani teologi, che gode dell’amicizia degli allievi di Benedetto XVI, e che alla scuola dei loro dibattiti vivi apprende molto, racconta ad ACI Stampa, Michaela Hastetter, teologa pastorale, uno dei membri del gruppo. Un laboratorio ecumenico, perché tra loro ci sono anche giovani teologi ortodossi.

Qual è lo scopo principale del cosiddetto ‘Nuovo Schuelerkreis’?

Non abbiamo preso noi personalmente l’iniziativa di formare un nuovo circolo di allievi di Ratzinger. Questa iniziativa è venuta da parte degli ex allievi di Benedetto XVI, con lo scopo di portare la teologia del Papa emerito nell’avvenire attraverso teologi giovani che la hanno studiata e sviluppata, in continuità con lo Schuelerkreis. Per noi è essenziale trasmettere questo patrimonio che Joseph Ratzinger / Benedetto XVI ci ha lasciato, ed aprire un nuovo modo di accedere a questa ricchezza. Il che significa non solo conservare i pensieri di Joseph Ratzinger, ma anche di approfondirli, svilupparli, mantenerli vivi, affinché portino frutto anche nel futuro. Questo è importante in un orizzonte ecumenico, come contributo all’unità dei cristiani, perché sin dall’inizio siamo un gruppo ecumenico: non appartengono al Nuovo Schuelerkreis solo membri cattolici, ma anche giovani teologi ortodossi.

La teologia di Benedetto XVI è molto ricca e profonda. In che modo i membri del Nuovo Schuelerkreis intendono svilupparla? Ci sono idee per ricerche, argomenti di discussione che sono venuti fuori negli ultimi anni?

Il nuovo Schuelerkreis ha un approccio prevalentemente scientifico alla teologia di Benedetto XVI, e lo sviluppa nell’ambito universitario, nell’insegnamento, ma anche nei diversi simposi. Per esempio, abbiamo tenuto due simposi in Africa sulla trilogia su Gesù di Nazareth, e ne abbiamo tenuto un altro in Germania sulla visita di Papa Benedetto in Germania nel 2011. I simposi sono aperti a tutto il popolo di Dio, chiunque può partecipare, non solo i teologi. Alcuni di noi promuovono anche Circoli di Lettura nelle parrocchie ed altri ambienti sul pensiero d Ratzinger. Negli anni passati, abbiamo trattato diverse tematiche, tanto diverse che non ci si possono delineare solo alcuni temi specifici. Ogni membro naturalmente ha una sua scelta specifica di ricerca: teologia e politica, mondo moderno, fede e ragione, Chiesa, libertà, escatologia… direi che i temi sono variegati così come la teologia stessa di Benedetto XVI è variegata.

C’è stato qualche tema che avete considerato di più?

Possiamo dire che il campo della esegesi nel nostro gruppo non è ancora stato molto elaborato, e anche la storia non ha avuto grande attenzione… abbiamo parlato più di questioni sistematiche. Ma ultimamente abbiamo lavorato insieme e pubblicato un libro collettivo sulla teologia del ministero petrino e sul contributo all’unità. Il libro “Dienst und Einheit” è stato pubblicato per gli 80 anni di padre Stephan Horn, che è un esperto di ecumenismo.

In un mondo dominato dalla sociologia, come crede che la ricerca teologica si svilupperà in futuro? E in che modo la teologia di Ratzinger può aiutare i giovani ricercatori a meglio comprendere il mondo?

Questa è una domanda ampia. È vero che oggi domina, in molte parti del mondo universitario, il metodo sociologico nella scienza. In Ratzinger troviamo una correzione di questo approccio solo empirico, solo sociologico. Lui vede il pericolo di un nuovo dominio dell’homo faber, ovvero dell’uomo che vuole fare tutto e pensa di poter fare tutto. Quella della preponderanza sull’azione di Dio che troviamo in Ratzinger, ad esempio già nella sua “Introduzione al Cristianesimo,” potrebbe essere chiamato un leit motiv della sua teologia. Secondo Benedetto XVI c’è sempre un primato delle azioni di Dio, e solo dopo vengono le azioni dell’uomo. E questo leitmotiv del primato di Dio libera da un immenso riduzionismo al mondo visibile al tangibile, a ciò che si può sperimentare.

Si dice spesso che la missione ha bisogno di impegno sociale e di preti di strada più che di teologia. Lei è d’accordo? Come la teologia può aiutare i cristiani a essere missionari migliori ed avere più forza nella società?

Io direi che i preti di strada e i teologi non sono una contraddizione. L’uno non esclude l’altro. Parlando con Paolo VI, i teologi devono essere testimoni. E continuando queste parole nel senso di Benedetto XVI, anche i testimoni devono dare testimonianza di quello che testimoniano. Lo troviamo nella diceva San Pietro nella sua prima lettera di Pietro (1Petr 3,5) – uno dei riferimenti biblici preferiti nelle opere di Joseph Ratzinger/Papa Benedetto XVI: “Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi.” Carità e ragione non si escludono. L’una aiuta l’altra ad abitare il mondo moderno.