La Rerum Novarum compie domani 126 anni

La tomba di Papa Leone XIII
Foto: Wikicommons pubblico dominio
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Il 15 maggio 1891 il Magistero della Chiesa si confrontava su una questione centrale nel dibattito politico dell'epoca:vla questione del lavoro. Tale scelta veniva confermata dalla pubblicazione della enciclica Rerum Novarum.

Il Capitale di Marx, nel 1848, poneva la base delle proprie intavolazioni positive sulla scorta del divieto di sfruttamento del lavoro per ragioni sociali.

Le politiche liberiste invece affermavano la difesa della proprietà privata e dell'uso eccessivo della forza lavoro soprattutto in relazione ai pochi diritti dei lavoratori.

Nessuno dei due schieramenti però guardava alle esigenze etiche di tale attività.

Non mancarono però interventi mirati di alcuni santi italiani come ad sempio San Giovanni Bosco che scrisse di suo pugno il primo contratto di apprendistato per i minori confermando le tutele del lavoro alle contrapposte affermazioni datoriali. In tale direzione si mossero anche San Leonardo Murialdo fondando apposite tipografie ma con contenuto divulgativo che applicavano lo spiegato atto contrattuale.

Per questo il Papa Leone XIII scegliendo di schierarsi attentamente sulla questione compose tale documento innovativo e fautore della dottrina sociale della Chiesa. Al punto 33 della enciclica si legge che tale attività dev'essere "un lavoro proporzionato all'uomo alto e robusto, non è ragionevole che s'imponga a una donna o a un fanciullo. [...] Certe specie di lavoro non si addicono alle donne, fatte da natura per í lavori domestici, í quali grandemente proteggono l'onestà del sesso debole, e hanno naturale corrispondenza con l'educazione dei figli e il benessere della casa".
Quindi al centro dell'opera umana vi è una necessità: garantire un'esistenza libera e dignitosa per l'uomo.

Inoltre è utile sottolinerare come le attività commerciali e lavorative sono poste al centro del dibattito come una ricchezza per le funzioni creative e di progresso sociale e non come chiave, strettamente economica e materialista, cui lo scambio finanziario può dar conferma.

“Scoprire” il lavoro per valorizzare l'uomo inserito al centro del mondo creato e pensato da Dio, Creatore per eccellenza e Padre per scelta.

Il documento è altamente innovativo se si pensa che noi italiani dovremo aspettare il 1948 per leggere all'art.36 della Costituzione repubblicana che "il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”.

L'ultimo capoverso è chiarissimo: si pone un divieto di natura legislativa ribadito nell'art.2113 dell'attuale codice civile, composto nel 1942, per le spiegate ragioni etico-giuridiche. In buona sostanza il lavoratore non può rinunciare, neanche pattiziamente, a tali diritti per evitare il proprio sfruttamento.

Tali contributi saranno ripresi nella L.300/1970 ovvero lo “Statuto dei lavoratori” rafforzando non solamente le tutele azionate in ambito giuridico e sindacale degli anni '50e '60 ma potenziando l'enciclica leonina.

Infatti quell'atto espresso del magistero che ha aperto la strada al discorso su questo diritto che non è riconoscimento di un'altrui superiorità bensì rispetto di quel valore dettato da tale attività che si chiama “Uomo”.