L’Europa cristiana, oltre la cortina di ferro. A 40 anni da Helsinki

Cardinal Pietro Parolin, North American College, Roma, 31 gennaio 2015
Foto: Bohumil Petrik / ACI Group
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Fu con una proposta sulla libertà religiosa basata sulle comuni radici cristiane che la Santa Sede divenne protagonista all’Atto Finale di Helsinki. Lo ricorda il Cardinal Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, in un articolo sull’Osservatore Romano in cui non solo ripercorre brevemente la storia della partecipazione della Santa Sede agli incontri di Helsinki, ma mette in luce l’importanza della diplomazia pontificia. Una diplomazia che, proprio perché terza e senza interessi di parte, può battersi in favore del bene comune.

La proposta di un paragrafo tutto dedicato alla libertà religiosa fu la questione dirimente che fece della Santa Sede una protagonista di quella assise. Convocata e promossa dai sovietici per rafforzare i confini – mai la Russia era stata con i piedi così ben piantati nel centro-Europa –, la Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa durò dal luglio 1973 al luglio 1975, a Helsinki e Ginevra. Al termine delle riunioni, si arrivò all’Atto Finale di Helsinki, firmato da tutti i Paesi europei, esclusa l’Albania (che lo ha sottoscritto nel 1990), comprese le due Germanie, la Santa Sede e il Principato di Monaco, nonché gli Stati Uniti d’America e il Canada. 

E pensare che all’inizio la partecipazione della Santa Sede fu messa persino in dubbio. Racconta il Cardinal Parolin che il Cardinal Villot, Segretario di Stato era contrario, mentre l’allora Mons. Casaroli, il fautore della Ostpolitik vaticana, ci vedeva una straordinaria opportunità. Paolo VI era d’accordo con lui.

“L’invito alla conferenza – scrive il Cardinal Parolin - era un riconoscimento del peso della Santa Sede nel concerto delle nazioni. Anni di politica orientale vaticana, altrimenti detta Ostpolitik, avevano imposto la Santa Sede come interlocutore rispettabile innanzi ai regimi comunisti e questo aveva generato il loro invito alla Conferenza. A Paolo VI, edotto delle intenzioni dei sovietici di convocarla, non sembrava opportuno tirarsi indietro allorché si poteva capitalizzare sulla scena internazionale il credito accumulato nel faticoso ed estenuante dialogo con l’Est.”

Aggiunge il Cardinal Parolin che “al di là del buon senso politico, importanti motivi ideali spingevano alla partecipazione. La Santa Sede vedeva l’Europa come un’unità, senza cortine di ferro a separare le genti dell’Ovest e dell’Est. La Conferenza si presentava come un’assise per la possibile ricomposizione dell’unità europea lacerata a Yalta, unità che, per di più, era principalmente fondata sulle sue radici cristiane, che avevano prodotto una comune cultura.”

 

Fu proprio spingendo sulle comuni radici cristiane che la Santa Sede formulò la sua proposta sulla libertà religiosa, perché “la presenza della Santa Sede avrebbe dato al concetto della pace un fondamento morale e non solo politico. E la libertà religiosa andava posta come caposaldo ideale della pace, in quanto, da una coscienza umana aperta alla dimensione della Trascendenza sarebbero scaturite le altre libertà e i diritti umani su cui l’autentica pace si fondava.”

Nessuno aveva pensato al tema della libertà religiosa. Il Cardinal Parolin ricorda le parole dell’allora monsignor Achille Silvestrini (poi divenuto cardinale). “Ricordo l’emozione – affermava Silvestrini - con cui il 7 marzo 1973 presentammo, nell’ambito dei principi che dovevano reggere i rapporti fra gli Stati, una proposta sulla libertà religiosa, ricordando che nella storia d’Europa esisteva una comune cultura, quella cristiana. L’ambasciatore della Svezia, che mi era accanto, esclamò sorpreso ‘questa è una bomba’, l’ambasciatore Böck della Germania orientale chiese se la libertà di coscienza era proposta per tutti, anche per gli atei.”

Una proposta dirimente, perché fino a quel momento si era dibattuto, da parte sovietica, nella stabilizzazione delle frontiere, e – nella parte occidentale – si erano fatte proposte sulla cooperazione intereuropea in campo economico, scientifico, ambientale, umanitario. Ma – racconta il Segretario di Stato vaticano – “nessuno aveva pensato alla libertà religiosa, alla sua cruciale rilevanza nella vita di popoli dell’Est europeo, la cui identità profonda era plasmata dalla dimensione religiosa, malgrado la temporanea vernice del comunismo ateo.” Mentre “in Vaticano si era ben consapevoli della millenaria influenza che il cristianesimo aveva avuto nel formare le rispettive identità nazionali di essi.”

Quando si arrivò all’Atto Finale il 1 agosto 1975, il VII principio sottolineava “la libertà dell’individuo di professare e praticare, solo o in comune con altri, una religione o un credo, agendo secondo i dettami della propria coscienza,” e in pochi compresero cosa significasse. Quasi tutti  pensavano a temi strategici, politici ed economici.

D’altro canto, “i Paesi dell’Est, accettando le richieste sui diritti umani, non immaginavano il potenziale eversivo per i loro assetti interni degli impegni sottoscritti, anche se ne percepivano l’alterità ai loro sistemi.”

Sono queste le intime radici che giustificano la partecipazione della Santa Sede all’OCSE, anche se questa organizzazione viene spesso criticata per una mancanza di operatività. Ma il Cardinal Parolin sottolinea che il dialogo “è la raison d’être della Santa Sede quale membro e non come semplice osservatore all’Osce.”

 

“Se il dialogo è lo strumento per raggiungere la pace, la tutela dei diritti umani è la garanzia per conservarla.” Sottolinea il Cardinal Parolin. E “la diplomazia della Santa Sede considera la promozione della libertà religiosa una priorità dei suoi impegni internazionali. Tale diritto fondamentale non è minacciato solo in Paesi totalitari ma anche in Stati che, pur definendosi ‘neutri’, escludono di fatto qualsiasi espressione religiosa dalla vita pubblica.”

 

“La Santa Sede partecipa ai lavori dell’Osce per promuovere il diritto alla libertà religiosa e i diritti umani alla base della pace e della stabilità in Europa. La visione dell’uomo come essere che trascende la pura materialità rafforza l’impegno contro le nuove minacce alla sua dignità. Penso, in modo particolare, ai diritti fondamentali dei migranti, il cui status di ‘stranieri’ non cancella la loro identità come “membri della stessa famiglia umana,” afferma il Segretario di Stato. E aggiunge che in questo campo almeno l’OCSE ha assunto decisioni, come “il diritto di riunificare le famiglie dei migranti, che gli Stati partecipanti all’Osce si sono impegnati a facilitare nell’Atto finale di Helsinki, nel Documento di Madrid del 1983 e nel Documento finale di Vienna del 1989.”