Messa per Mindszenty, il Cardinale della Chiesa del silenzio

Il Cardinale Gianfranco Ravasi celebra la Messa in memoria del Cardinale Mindszenty, Santo Stefano Rotondo, Roma, 4 maggio 2017
Foto: Ambasciata di Ungheria presso la Santa Sede
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Il Cardinale Mindszenty, “segno di contraddizione nelle parole di Paolo VI”, e allo stesso tempo “ricordo e benedizione” in quelle di San Giovanni Paolo II. Il Cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, tratteggia così la figura del Cardinale della Chiesa del silenzio, celebrando la Messa che ogni anno gli ungheresi di Roma organizzano ogni anno nell’anniversario della morte.

Si prega per la beatificazione del Cardinale Mindszenty, si ricorda il suo incessante lavoro per gli ungheresi nel mondo, ma anche le sofferenze che ha patito a causa della sua stessa chiesa, e lo si fa nella Basilica di Santo Stefano Rotondo, che da sempre è considerata la Chiesa nazionale ungherese a Roma.

Nella suggestiva atmosfera della Basilica, che era poi la Chiesa titolare del Cardinale Mindzenty, il Cardinale Ravasi celebra Messa con il servizio liturgico organizzato dagli alunni del Pontificio Collegio Germanico-Ungarico, e con i canti del coro “Benedictus” della Concattedrale di Kecskemét e l’Orchestra da camera “Sándor Lakó” di Kecskemét.

L’omelia del Cardinale Ravasi si concentra sulle scritture, ma con lo sguardo fisso sul Cardinale Mindszenty. Lo ricorda con le parole di Paolo VI, che dovette chiedergli di dimettersi dall’incarico di arcivescovo di Budapest. Ma lo ricorda anche attraverso “due fili verso l’alto”, dati dalla Parola di Dio.

Parte dal brano degli Atti degli Apostoli che racconta dell’eunuco della regina di Saba, cui Filippo annuncia la buona novella a partire da un passo del profeta Isaia che lui stava leggendo e che cercava di comprendere, e che era una profezia dell’arrivo del figlio di Dio.

“Il brano dice ‘nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato – ricorda il Cardinale Ravasi – ed è un passo che si adatta alla figura del Cardinale Mindszenty. Ricordo le immagini del processo”. Aggiunge: “Nella società di oggi, rigettiamo la sofferenza, ma nella Bibbia la sofferenza è segno di purificazione e di salvezza per gli altri, è una sorta di espiazione che viene fatta per i mali del mondo. Non sappiamo quanto male venga espiati da questi giusti, gli emarginati e gli ultimi che non hanno un giudizio giusto”.

Il Cardinale Ravasi poi rilegge il discorso di Gesù a Cafarnao, in cui Cristo dice di essere il pane vivo, e che chi mangia di questo pane vivrà in eterno, introducendo così “il tema della vita, della gloria, del futuro”. E anche questo brano si attacca a Mindzenty, perché anche lui è “nella via della sua beatificazione come servo di Dio, è essere dopo la sofferenza nella gloria, nella pace. È il principio che ci deve reggere quando siamo nell’oscurità.

Ma perché, a 42 anni della morte, è importante ricordare il Cardinale Josef Mindzenty? Perché fu l’uomo che diede voce alla Chiesa del silenzio, la Chiesa nei Paesi dell’Est, e lo fece anche nei tempi in cui l’Ostpolitk vaticana delineata dall’allora monsignor Agostino Casaroli chiedeva a tutti un atteggiamento più prudente.

Così antinazista da rinunciare al cognome germanico quando i nazisti invasero l’Ungheria nel 1941, prendendo Mindszenty da Mindszent, il paese in cui era nato, il Cardinale Mindszenty ha sempre avuto fama di santità. L’aveva da bambino, per la sua incrollabile fede. La ebbe da viceparroco e parroco, quando si impegno in particolare nella cultura e nell’istituzione di scuole cattoliche. L’ebbe quando fu imprigionato la prima volta, dai comunisti di Bela Kun, che presero il potere nel 1918, dopo che furono fatti cadere gli Asburgo attraverso manovre cui si dice non fosse estranea la massoneria.

E continuò ed essere considerato santo quando i nazisti lo imprigionarono, lui – che nel 1944 era stato nominato vescovo di Veszprem e si era impegnato, tra le altre cose, a salvare gli ebrei.

La fama di santità non cessò quando l’Ungheria dovette fronteggiare l’invasione sovietica, e nel frattempo Pio XII elevava Mindszenty al rango di arcivescovo di Esztergom e Primate di Ungheria, e lo creò cardinale. Lui prese sul serio l’impegno: promulgò nel 1947 un anno mariano, con la partecipazione di cinque milioni di fedeli, mentre i pellegrinaggi che organizzava radunavano migliaia di persone.

Finchè, il 26 dicembre 1948, il colonnello di polizia Decsi lo trasse in arresto, e lo trascinò al n. 60 di via Andrassy, a Budapest, dove già la Gestapo compiva le sue torture, e dove anche lui fu torturato, per portarlo a confessare di essere nemico del popolo.

Per 39 giorni, ogni sera, lo portavano in un seminterrato freddo e umido, lo spogliavano, lo coprivano di botte su tutto il corpo, quindi lo riportavano in cella a dormire, per risvegliarlo e cominciare da capo. Stremato, il Cardinale Mindzenty crolla e firma una confessione, ma aggiunge sotto il so nome l’acronimo “C.F.” (coactus feci, ovvero: ho firmato perché costretto).

Il 3 febbraio 1949, rasato, vestito a nuovo, con l’anello episcopale al dito, il Cardinale Mindzenty fu sottoposto a un processo farsa che lo condannò all’ergastolo. E rimase in carcere fino all’ottobre 1956, quando fu liberato a seguito dell’insurrezione degli ungheresi. Ma i carri armati sovietici tornarono dopo pochi giorni in terra magiara, e il Cardinale Mindzenty si rifugiò in ambasciata americana, da cui non poté uscire nemmeno per andare ai funerali di sua madre.

Le proteste di Pio XII furono imponenti, e trovarono sfogo in due encicliche: la Luctuosissimi eventu, con cui chiedeva preghiere pubbliche per il popolo magiaro, e la Datis nuperrime, che condannava gli eventi ungheresi.

Durante i 15 anni di “reclusione forzata” nell’ambasciata americana, cominciò l’Ostpolitik vaticana, il clima di distensione verso i Paesi comunisti che doveva servire a proteggere i cristiani di laggiù. In questo clima, la stessa presenza di Mindzenty era un problema. Paolo VI riuscì a fare arrivare il Cardinale a Roma per il Sinodo del 1971.

E così, nel clima di distensione, il Cardinale dovette ingoiare il boccone amaro dell’articolo dell’Osservatore Romano che sottolineava come il trasferimento del Cardinale aveva reso più facili i rapporti tra Ungheria e Santa Sede. Sempre a causa dello stesso clima, gli fu chiesto di non parlare in pubblico senza aver prima sottoposto i suoi discorsi al vaglio delle autorità vaticane. Una limitazione che veniva dal fatto che il Cardinale, andato a risiedere a Vienna, viaggiava moltissimo per incontrare le comunità ungheresi sparse per il mondo. Ma una limitazione fatta all’insaputa del Papa. E poi, nel 1973 Paolo VI chiese persino al Cardinale di rinunciare al titolo arcivescovile. Il Cardinale rifiutò, perché sarebbe stata una legittimazione del regime magiaro. Paolo VI andò avanti. Il Cardinale Mindzenty volle sottolineare pubblicamente che la decisione era stata presa unicamente dalla Santa Sede.

Morì nel 1975, in Austria, e fu sepolto a Marizell fino al 1990, quando la salma fu traslata a Budapesto. Gli concessero l’amnistia. Non la volle. Voleva soltanto una riabilitazione, che gli fu concessa nel 2012. A 42 anni dalla morte, con una Messa solenne in quella che è la chiesa degli ungheresi a Roma, il circuito è completato. E sono in molti a pregare perché il cardinale sia finalmente beatificato.