Monsignor Viganò: “Assumiamoci il rischio di comunicare in maniera proattiva”

Mons. Dario Edoardo Viganò, prefetto della Segreteria della Comunicazione, durante l'intervista con il gruppo ACI / EWTN, Città del Vaticano, 5 aprile
Foto: Daniel Ibanez Aci Group
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Un nuovo dicastero, per assumersi il rischio della comunicazione. In una lunga intervista con ACI Stampa, monsignor Dario Edoardo Viganò, prefetto della Segreteria per la Comunicazione, racconta i passi in avanti della riforma. Chiede una comunicazione più proattiva, soprattutto a livello istituzionale, ben consapevole però che “ogni comunicazione è un rischio”. Per questo motivo – afferma - le preoccupazioni sulle possibili cattive interpretazioni della comunicazione spontanea (o ingenua) di Papa Francesco sono “pregiudiziali”. Anche perché l’attenzione intorno alle parole del Papa è enorme: basti pensare all’enorme successo che ha avuto lo sbarco in Instagram del Pontefice. E delinea tra i passi da fare anche l’istituzione di un dipartimento di comunicazione economico-finanziaria e di un dipartimento di ‘crisis communication’ nella Direzione Istituzionale, ovvero nella Sala Stampa Vaticana.

Monsignor Viganò, come procedono innanzitutto i lavori di questo nuovo dicastero? Come stanno andando avanti e quali sono i progetti futuri?

Intanto procedono, e questa è una buona notizia. Dal giugno dello scorso anno abbiamo avviato un processo di reciproca conoscenza e di analisi delle nove istituzioni che compongono il dipartimento dei media della Santa Sede. Devo dire che si è trovato un grande entusiasmo per fare qualcosa di molto importante: una grande riforma che ha voluto il Consiglio dei 9 cardinali e che il Santo Padre ha approvato.

Per quanto riguarda i processi di unificazione dei media, quali sono i passaggi da fare? Come li avete prestabiliti?

C’è una imagine che spiega molto bene la riforma, secondo me – sebbene non sia una immagine tipica dei manuli di management: è l’immagine della cipolla. La cipolla è fatta a strati, e diciamo che quando la si taglia fa versare qualche lacrima. Anche per questa riforma – come per tutte le riforme – si dovrà mettere in conto qualche fatica. La metodologia della riforma prevede un accorpamento progressivo in quattro anni. Attualmente abbiamo vissuto il primo semestre, per cui è già stato incorporato il Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali che si è trasformato in Direzione Teologico-Pastorale; e si è incorporata nella Direzione della comunicazione istituzionale, ovvero la Sala Stampa. Durante questo anno, il 2016, si incorporeranno da un lato Radio Vaticana e dall’altro il Centro Televisivo Vaticano. Nel 2017 saranno accorpati, invece, gli organi più, tradizionali, se così possiamo dire: il quotidiano, cioè l’Osservatore Romano, la Tipografia e la Libreria Editrice Vaticana.

I social media sono anche un elemento di grande importanza nella comunicazione del Santo Padre. In che modo i social network possono aiutare la comunicazione della Santa Sede?

I social sono un mondo che ha avviato Papa Benedetto. Lo stesso Papa Benedetto, anzi, ha paragonato l’abitare le reti ad una attività di tipo apostolico. C’è una responsabilità nel vivere questi spazi. Sono spazi non migliori o peggiori, ma semplicemente differenti dagli spazi in cui ha luogo la modalità tradizionale di incontro. Molto spesso si pensa che le comunità sociali in rete siano deboli, non così significative. Un pensiero che forse nasce dal giudizio di persone adulte, che sono vissute in un’epoca in cui i social non c’erano. Io credo che dobbiamo superare questa contrapposizione. Molto spesso si trovano gruppi di giovani che frequentano la catechesi giovanile e poi proseguono il loro dialogo proprio sui social. Così come è possibile l’inverso, cioè che l’essere parte di un gruppo sociale sui media digitali permetta poi di vivere un incontro personale nelle catechesi. Diciamo che siamo in un momento in cui amplifichiamo le comunità, amplifichiamo la possibilità di arrivare alle persone.

I social poi sono comunità di giovani. Soprattutto Instagram, il cui 90 per cento degli utenti è under 30. Questo fa sì che c’è un canale di comunicazione del messaggio del Papa, del Vangelo, della Chiesa, molto utile. È vero, siamo di fronte a un messaggio che è fatto di immagini, quindi parla all’emozione… o a un messaggio molto breve, se pensiamo a Twitter. Però tutto questo non ha meno valore: nella grande tradizione della Chiesa cattolica si dice che è bene che un adulto, un credente abbia anche dei momenti molto brevi di preghiera. Entrare in Chiesa per un “Gloria al Padre” dura esattamente il tempo di scrivere 140 caratteri. Questo continuo scoccare delle frecce spirituali al cuore di Dio predispone la natura ad accogliere poi la grazia di Dio, quando verrà. Credo che davvero i social siano un aiuto, una predisposizione ad accogliere poi la grazia che Dio vorrà donarci.

Come spiega il successo del profile di Papa Francesco su Instagram?

Instagram è stato una sorpresa per tutti, anche per lo stesso Instagram, che ne ha fatto un caso di studio. Certamente si immaginava una grande performance, ma non così grande: in 12 ore, il profilo del Papa ha superato 1 milione di followers. Perché questo interesse? Perché uno il Papa lo vuole vedere, lo vuole in qualche modo avere accanto. Credo che sia una delle dinamiche proprie dei pontificato. Soprattutto Papa Benedetto sui social ha avuto una grande vicinanza proprio nel momento in cui lui ha deciso di rinunciare. I social hanno quasi restituito a Papa Benedetto quanto i media tradizionali non gli hanno mai dato, perché i media tradizionali lo hanno accolto subito molto male.

Come nascono queste frecce spirituali di Papa Francesco su Twitter? Le approva, decide lui i messaggi?

Generalmente vengono preparati una serie di tweet, che possono essere delle chiose, delle parafrasi di documenti suoi o le omelie, oppure il Vangelo poi li approva lui siglando il foglio con una F. Quando c’è la sigla del Papa, sappiamo che quei messaggi possono essere utilizzati. Poi ce ne sono alcuni che vengono preparati di volta in volta, quando succede qualche grosso fenomeno, allora lì sono rapporti che immediatamente si sviluppano per poter intervenire in maniera specifica e precisa per quel determinato evento.

Come cambia la comunicazione della Santa Sede in un mondo social e sempre più fatto di notizie veloci?

Diciamo che la comunicazione oggi è sempre in versione Beta: non si dà mai una struttura a partire dalla quale si ha un modello. Il momento della verifica è il momento paradossalmente più importante per capire come muovere e come ridefinire la comunicazione. È una comunicazione, quella della Santa Sede, che non va verso una uniformità, ma va piuttosto verso un orizzonte più sistematico. Non ci saranno più segmenti di autonomia, ma ci saranno parti di condivisione responsabile. Questo vuol dire, per esempio, avere qui in Segreteria per la Comunicazione una cabina di regia composta da un rappresentante di ciascun meium della Santa Sede: della radio, dell’Osservatore Romano, di Instagram, di Twitter, di Vatican.va… e in questa cabina di regia ciascuno porterà il proprio contributo. Sarà un’unica grande famiglia, che confluirà in un unico grande portale, un unico grande sistema della comunicazione. Credo che forse un passo che dovremmo avere il coraggio di fare è quello di acquisire una modalità di comunicazione decisamente più proattiva. In questi anni la comunicazione ha sempre inseguito i media tradizionali (o non tradizionali) per smentire, precisare, eccetera… io credo che è più opportuno che la Chiesa comunichi per prima, dando tutte le informazioni necessarie che poi me dia riprenderanno.

Una cabina di regia per tutti quanti i contenuti editoriali. Significa che tutti i contenuti saranno coordinati? Che troveremo sull’Osservatore Romano ciò che si troverà anche in radio? O in che modo funzionerà?

Le cose saranno necessariamente raccontate a seconda del media di appartenenza. Un conto è raccontare una sintesi di un’udienza in radio per il mondo di lingua coreana, un conto è fare una sintesi ampia del discorso del Papa sull’Osservatore Romano. Tra l’altro, l’Osservatore Romano è un po’ una via di mezzo: in parte è una gazzetta ufficiale – nel senso che riporta tutti i discorsi del Papa, riporta tutte le interviste che vengono fatte al Papa, riporta le nomine – e in parte dà il punto della situazione, lo sguardo, il punto di vista soprattutto sulla politica internazionale e sulle Chiese locali che vivono in tutto il mondo… è un giornale anche difficile da fare. La radio invece può dare quelle stesse notizie. ma pensandole all’interno del proprio mondo. Ed è questo il valore non solo del multilinguismo, ma del multiculturalismo. Per esempio: una notizia viene scritta da una redazione che non ha solo la competenza linguistica, ma anche la conoscenza del mondo per il quale scrive, perché da quel mondo proviene. Allora scrivere del viaggio del Papa in Corea da parte della redazione coreana della radio è una cosa molto diversa dal fatto che lo scriva la redazione slovena della radio. Da questo punto di vista non ci sarà uniformità. Ci sarà piuttosto una convergenza su alcune notizie.

Che fine farà news.va? Resterà un aggregatore? E in che modo saranno diffuse le informazioni nelle lingue, dato che molti sono rimasti colpiti dalla chiusura del Vatican Information Service in lingua inglese…

Ho conosciuto poco il VIS, perché la decisione di chiuderlo precede il mio arrivo. Faceva un servizio di traduzione del bollettino. A fronte di quello che sarà poi un portale multiculturale e multilinguistico, questo non sarà solo superato, ma anche abbondantemente ripagato, perché ci sarà una abbondanza di contenuti che non è assolutamente paragonabile a quanto faceva il VIS. Per quanto riguarda News.va, è ovvio che un aggregatore, che era all’inizio timido, defluirà, cioè sparirà quando ci sarà un unico portale.

Come si comunica Papa Francesco?

Lui si comunica molto facilmente da solo. Non ha bisogno di grandi aiuti. Certo, diverso è quando c’è un momento molto protocollare, perché da quel punto di vista – penso soprattutto al racconto fatto per immagini – si può esercitare uno studio meticoloso e una modalità di racconto. Si può cercare di enfatizzare da un lato quello che è il Papa, quindi di enfatizzare l’aspetto più empatico di spontaneità. Il Papa ha uno stile – come dico io - conversazionale, lui con la gente sembra dialogare continuamente, quando pone le domande, quando fa ripetere alcune frasi. Allora, per esempio, raccontare in immagini, in campo e controcampo, il fatto che ci sia un Papa che parla e una folla che ascolta, una folla che ripete e un Papa che ascolta, questo è molto utile.

Recentemente Papa Francesco ha fatto molti incontri con i responsabili dell’hi-tech, penso al CEO di Google e vari altri incontri di questo genere. In cosa si inquadrano questi incontri? C’è una strategia per diventare sempre più tecnologici?

Penso proprio che Papa Francesco e la tecnologia siano cose molto distanti. C’è un aneddoto molto simpatico: quando al Papa hanno regalato una specie di lettore di DVD molto semplice, la domanda che ha fatto è: “Quanti bottoni ha?  Se ne ha più di due io non lo uso”. Perché era abituato appunto alla radio molto semplice di accensione e volume e sintonizzazione. Lui dice spesso di sé che è un uomo di un’altra epoca. Questi incontri testimoniano l’interesse della rete ad una figura come il Papa. Sono richieste che arrivano… e così come si dice di sì ad altre richieste, viene detto di sì anche a queste.

Lei parlava di una comunicazione più proattiva. Spesso qualche problema di comunicazione è venuto fuori proprio quando il Papa parla in maniera conversazionale, come dice lei. Penso per esempio alle polemiche che sono seguite alla conferenza stampa in aereo di ritorno dal viaggio in Messico. In quel modo, come proattivamente potete lavorare?

In questo caso non possiamo lavorare in maniera proattiva. È proattiva quando abbiamo la comunicazione istituzionale, che possiamo anticipare. In questo caso dobbiamo stare molto attenti: è vero che qualcuno che parla di questo linguaggio che può creare qualche ambiguità, qualche perplessità. D’altra parte, io so che nella comunicazione ci sono rischi e non ci sono mai regole. La prova è nei viaggi di Papa Benedetto. Papa Benedetto aveva le domande delle conferenze stampa, che venivano selezionate e che venivano consegnate a lui prima che lui andasse dai giornalisti. Papa Francesco non vuole la selezione delle domande, e quindi non le conosce. Eppure, anche con questa diversità di modalità della gestione della comunicazione, tutti ricordiamo i grossi problemi di comunicazione di Papa Benedetto. Quando è andato in Africa, che fu un viaggio straordinario dal punto di vista apostolico, tutto il viaggio si è ridotto ad un problema che era il problema del preservativo. Questo è stato un errore madornale. Ma d’altra parte nella comunicazione ci sono dei rischi, e si corrono tutti. Ci sono dei rischi anche quando parliamo tra noi due in una intervista fuori dalla telecamere. Quindi bisogna stare molti attenti. Io leggo in queste domande spesso più un atteggiamento pregiudiziale nelle forme di comunicative di Papa Francesco, e se è un pregiudizio allora non ha neanche valore di domanda.

Tornando ai contenuti: lei ha parlato una volta delle necessità di includere dei corsi di retorica nei seminari per le omelie…

Ah sarebbe utile… Io credo che qui ci sono due problemi. Un problema di natura costitutiva: non si può far parlare il Vangelo nella contemporaneità, quindi spezzare la Parola, se questo Vangelo non è entrato nella mia vita. Non basta lo studio dell’esegesi. È necessaria la familiarità nella preghiera costante, perché come l’amico si svela all’amico, così la Parola si disvela al cuore confidente con la Parola. È necessario che l’omelia venga pensata non come un servizio che il prete rende alla gente, ma come anzitutto un modo in cui il sacerdote orienta la sua vita a partire dal Vangelo. Quindi, l’omelia deve vivere un richiamo alla spiritualità, al radicamento sulla parola di Dio. Però questo non basta: è necessaria anche la conoscenza della retorica. In fondo, basta pensare che l’advertising commerciale ha una raffinata competenza sulle forme retoriche proprio perché deve fare business. Noi abbiamo un valore ancora più importante, che è il Vangelo di Gesù. Allora perché non affrontare questa fatica nell’acquisizione delle forme retoriche? Una volta, cinquanta anni fa, nei seminari si studiava retorica, la sacra eloquenza… oggi purtroppo tutto questo non si fa, e si vede e si sente soprattutto quando si va nelle chiese ad ascoltare le omelie.

Il Vangelo ha bisogno di spin doctors?

Se questo termine fa riferimento a quello che usualmente significa, assolutamente no. Il Vangelo però è fatto delle cose che “sono state scritte perché voi crediate” come dice il Vangelo di Giovanni. Ma questo significa che molte altre cose non sono state scritte. E che cosa non è stato scritto? Tutto quel Vangelo che noi, discepoli di Gesù, dobbiamo ri-raccontare. Quindi il Vangelo ha bisogno di uomini, di donne, di anime, di cuore che diano testimonianza a questa parola, perché diversamente rimarrebbe una parola muta.

Facciamo un salto indietro nel tempo. Lei ha curato la comunicazione visiva come direttore del Centro Televisivo Vaticano nel periodo della rinuncia di Benedetto XVI.  Come avete pensato a quella grande narrazione del viaggio in elicottero del Papa? In che modo è stato pensato e come l’avete poi sviluppato?

Papa Benedetto ha comunicato la sua rinuncia in un momento particolare e cioè due giorni prima dell’inizio Quaresima. È vero, era la festa della Madonna di Lourdes, ma credo che prevalga l’idea che fosse la soglia della Quaresima. Mi pare che Papa Benedetto volesse indicare a tutti che il suo gesto – un gesto potente, un gesto di grande umiltà, di grande coraggio – era un gesto con il quale supplicava la Chiesa di convertirsi e lasciarsi convertire da Dio. Il Mercoledì delle Ceneri Papa Benedetto fece un’omelia che assolutamente suona in termini di discontinuità rispetto al suo modulo omiletico. C’è un passaggio in cui dice: “Tutti oggi sono pronti a scandalizzarsi”. Poi fa una pausa, che significa per lui creare un’attesa di quel che sta dicendo, e aggiunge: “Ovviamente per i peccati commessi da altri”. In qualche modo Papa Benedetto ci dice: “Attenzione, che qui è una Chiesa che ha bisogno di togliersi la maschera e immergersi nuovamente nel dono dello Spirito Santo che fa nuove tutte le cose”. Mi sembrava che questa sua forza - questa sua richiesta, questa sua supplica che la Chiesa potesse essere non la Chiesa dei veleni, non la Chiesa delle contrapposizioni, ma la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica – in una parola questo suo messaggio dovesse essere raccontato mostrando l’aspetto più empaticamente umano di questo pontefice, che non era mai emerso fino a quel momento… perché era stato trattato male dai media, era letto pregiudizialmente come il grande censore della Chiesa. Invece Papa Benedetto è un uomo di grande attenzione, capace di curare le attenzioni personali, di grande spiritualità. Allora l’idea era proprio quella di dare anima, dare pathos, dare carne a questo pontificato.

E come si può raccontare tutto questo?

Abbiamo iniziato a raccontare gli affetti più semplici, più intimi… senza nascondere, per esempio, monsignor Georg Gaenswein che a un certo punto, appena si apre l’ascensore che accompagna Papa Benedetto al cortile di San Damaso, prende il fazzoletto per asciugarsi le lacrime. Perché questo dice la verità di un bene che una persona vuole all’altro… e poi questo viaggio… Ovviamente noi dovevamo trattare questo racconto come se fosse una traslazione. Cioè: è vero che Papa Benedetto non è morto, ma è anche vero che lì si chiudeva un pontificato. Ed è il motivo per cui abbiamo raccontato il viaggio in andata verso Castel Gandolfo, ma non abbiamo mai raccontato il viaggio di ritorno da Castel Gandolfo, perché sarebbe stato, dal punto di vista narrativo, raccontare la resurrezione di pontificato. Volevano raccontare la vicinanza del Papa alla sua gente, anche alle persone di Roma, quelli che lo vedevano tutti i mercoledì, e lo ascoltavano tutte le domeniche. Ed è il motivo per il quale abbiamo scelto di accompagnare l’elicottero del Papa con un altro elicottero. Un elicottero del Papa che quasi accarezzava i tetti delle case intorno a piazza San Pietro. Questi tetti che ancora hanno il sapore e il colore di una grande storia, di una grande tradizione, ma sotto il quale ci sono persone vive, persone che sanno amare, persone che sanno appassionarsi per le vicende dell’uomo. Fin quando Benedetto XVI arriva a Castel Gandolfo. Anche lì per esempio una cosa che abbiamo fatto è stata lasciare una telecamera dentro il Palazzo di Castel Gandolfo, per dire che non accompagniamo lì il Papa. Lo accompagniamo e lo accogliamo. L’idea è sempre dire qual è lo sguardo dello spettatore… e dunque lo spettatore vedeva non solo un Papa che veniva accompagnato, ma anche un Papa che entrava in casa, quasi a dire: “Anche io spettatore sono in casa che accolgo questo Papa”, Papa Benedetto. Queste sono alcune delle note di regia che abbiamo voluto esprimere per raccontare questa conclusione di un Papato che è appunto quello di Papa Benedetto.

Da Benedetto a Francesco: ultimamente Papa Francesco è stato protagonista di due eventi, diciamo quasi inusuali, questo incontro che ha fatto prima del viaggio degli Stati Uniti e poi prima del viaggio in Messico, via televisione, con coloro che non avrebbe potuto visitare durante il viaggio. Ci racconta qualche dietro le quinte: come è nata questa idea? E in che modo Papa Francesco l’ha affrontata?

Il viaggio negli Stati Uniti era molto importante. Gli Stati Uniti sono una nazione enorme, il Papa non può andare da tutte le parti, e soprattutto lì c’era il passaggio agli Stati Uniti da Cuba. E quindi con ABC si è costruita questa idea di far dialogare ragazzi di Cuba con ragazzi e ragazze degli Stati Uniti. Questo ha creato un po’ di vicinanza, in un processo che poi è andato sempre più alimentandosi. Questo non vuol dire che non ci sono più problem dopo la fine dell’embargo degli Stati Uniti a Cuba. Ma l’embargo è durato tanti anni, ci vorranno tanti anni per risolvere le questioni…

Anche il Messico è una nazione grande, e abbiamo immaginato che c’erano persone che non sarebbero potute venire ad alcuni appuntamenti perché abitano distanti. Allora abbiamo fatto in modo che queste persone si sentissero un po’ protagoniste di quel viaggio. Dietro le quinte ci sono sempre problemi un po’ tecnologici… ma il Papa li vive con grande vivacità, con grande generosità perché sa appunto tutto questo può aiutare ad accogliere non tanto il Papa, ma ad accogliere quanto il Papa racconta del Vangelo di Gesù: le parole di pace, di misericordia, di accoglienza reciproca… Sono momenti molto complessi e difficili da organizzare, ma poi alla fine anche molto utili.

Come vede la comunicazione vaticana da qui a 10 anni?

Non lo so perché non ho la sfera magica… io credo certamente dovremmo aprire degli spazi nuovi… penso ad esempio a quanto sia molto importante avere presso la comunicazione istituzionale, la Sala Stampa diciamo, un settore di Crisis Communication… penso anche a quanto sia necessario un dipartimento di comunicazione economico-finanziaria… siamo in un momento in cui la comunicazione interna alla Chiesa giudica e classifica quella esterna… e in un momento così, sempre più di trasparenza necessaria – perché questo permette a tutti noi di compiere bene il nostro lavoro – io penso che dovremo fare tanti passi. Quelli che ho descritto sono alcuni di quelli necessari e anche credo urgenti.

L’ultima grande sfida è questo lancio dell’estensione dot.catholic, che è stato annunciato. In cosa consiste esattamente? Cosa è?

Questo è un progetto che nasce nella Segreteria di Stato, o meglio in un coordinamento tra la Segreteria di Stato e il Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali. Dot.catholic è l’idea di aggregare attorno appunto a un dominio il mondo cattolico. Non geograficamente, non dot.it, dot.fr, ma appunto coinvolgendosi tutti in una grande rete riconoscibile. L’ufficio è stato costituito su mandato della Segreteria di Stato: ha 6 persone e una rappresentanza all’ICAN. Qui bisognerà vedere anche quale sarà la risposta delle conferenze episcopali locali anzitutto, e delle grandi istituzioni cattoliche.

In che modo far vedere che la Chiesa cattolica è davvero universale oggi? Perché c’è il rischio di fermare tutto sulle immagini, e sulle immagini del Papa… ed ovviamente la Chiesa si identifica con il Papa, però forse manca questa visione universale della Chiesa…

Questo è un tema molto interessante. In questo grande portale che ci sarà, ci sarà uno spazio dedicato al racconto delle Chiese locali. Questo nasce perché c’è un servizio molto buono di Radio Vaticana che si chiama SEDOC, che raccoglie anche notizie delle varie iniziative delle Chiese locali. Anziché fare semplicemente una raccolta di notizie, pensiamo di trasformare questa raccolta in racconti delle chiese locali: Questo permette appunto di mostrare come la Chiesa è un popolo innanzitutto… è un popolo di uomini, di donne, di vecchi, di bambini che segue appunto il Signore Gesù e lo segue in tutto il mondo. Da questo punto di vista, questo è un aspetto su cui sono molto attento. Credo anche io che la comunicazione della Chiesa sia troppo secondo il modello tradizionale dal centro alle periferie. Invece appunto come dice Papa Francesco è dalle periferie che si vede meglio il centro.