Un libro su Don Giovanni Momigli, il prete sindacalista che parlava ai cinesi

Copertina del libro
Foto: Luigi Ceccherini, autore
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Una "invasione" di oltre tremila cinesi avvenuta in poco tempo a San Donnino, un paesino di 4.500 abitanti alla periferia di Firenze che si ribellò (in proporzione, sarebbe stato come se una città come Roma fosse stata invasa da 3 milioni di immigrati). Le tensioni di 25 anni fa, con speculatori sulla allora inedita ondata migratoria che pose le basi per una delle più popolose 'Chinatown' d'Italia. Una politica che fu spesso assente. Centinaia di operai italiani che perdevano il lavoro. Episodi di raccomandazione per i permessi di soggiorno. Una situazione complicatissima, che trovò un punto di svolta con la comparsa sulla scena di un sacerdote: don Giovanni Momigli. Lui era stato uno dei sindacalisti Cisl più noti della Toscana, prima di lasciare tutto per indossare la tonaca. La sua storia è raccontata ne “La rivoluzione di Don Momigli - La via fiorentina all'integrazione”, il libro del giornalista fiorentino Luigi Ceccherini. Ma chi era e che cosa fece questo straordinario sacerdote? Lo racconta lo stesso Ceccherini, parlando con ACI Stampa. 

Perché la scelta di scrivere un libro sulla figura di Don Momigli? Cosa lo ha colpito?

Uno, perché conosco don Momigli da quattro decenni e, dopo aver compiuto 65 anni, mi sono accorto che se le cose non si fermano sulla carta va a finire che si perdono. Poi perché la sua vita a me è sembrata un film. Ci sono tanti ingredienti. A cominciare da quando è stato costretto a 11 anni ad andare a fare il falegname, per poi riprendere gli studi e occuparsi di amministrazione. E poi ancora fare le magistrali da privatista per avere una preparazione adeguata. A 15 anni non lo avevano accettato in seminario. E lui ci ha riprovato a 35 anni, quando era diventato segretario della Filca Cisl, era entrato nel Consiglio nazionale del sindacato, e aveva riunito in un’unica sede a Firenze tutti gli edili dei tre sindacati. Un caso quasi unico anche questo. Ma anche in seminario non era stato fermo: con il diploma, appena preso, se ne è andato alle scuola serali del Comune di Firenze ad insegnare agli immigrati. E ancora, un anno dopo essere stato ordinato sacerdote, nel 1991, il cardinale Piovanelli, lo ha spedito al… fronte, proprio per la sua capacità di trattare, di mediare: ovvero a San Donnino, la periferia di un Comune (Campi Bisenzio) periferia di Firenze. Qui erano arrivati tremila cinesi e la popolazione era solo di 4.500 abitanti. Come se a Roma arrivassero oggi tutti insieme tre milioni di migranti. Che succederebbe? Probabilmente quello che successe a San Donnino. Cortei, aggressioni. E lui in quella situazione ha preso i vari gruppi, uno alla volta, ha cercato di arrivare a delle intese, poi ha riunito tutti a un tavolo compreso tutti i politici. La Chiesa praticamente è subentrata al ruolo delle varie amministrazioni dello Stato. Questo prete ha messo a disposizione dei cinesi interpreti, esperti di diritto e di sicurezza. Era il suo compito? No. Ma siccome nessuno lo faceva l’ha fatto lui. Ha portato delle suore cinesi che entravano nei capannoni, come una volta entravano nelle corsie degli ospedali.  La Cina si è convinta di creare un consolato generale a Firenze. Ha ospitato i primi passi del consolato in parrocchia. Anche la Regione, alla fine, si è svegliata. Ha creato consultori specializzati nella medicina orientale e messo a disposizione fondi per facilitare il trasferimento dei cinesi in altre zone. In tre anni la situazione si è normalizzata.  

Ma ha fatto tutto da solo?

No, certamente, ma è stato speciale nel sollecitare la generosità e l’impegno di tanti. Per esempio, alcuni gli offrirono terreni e case abbandonate in Mugello e in Valdarno. Ma i cinesi non conoscevano la nostra agricoltura e questo è un settore in cui certamente non ci si può improvvisare.

E il rapporto con i sandonninesi come è andato?

"Quando è arrivato ogni sera verso le 19 andava nelle case delle persone e nei condomini per incontrare le famiglie. Era autunno. Non c’entrava nulla la Pasqua. Ma quella è l’ora magica che le famiglie si ritrovano e tracciano i bilanci della giornata e parlano della successiva".

Un quadro idilliaco…allora?

C’è chi lo ha combattuto. Per questo ho parlato di un film. Un giorno, era la mattina del sabato santo del 1992. Hanno preso un’auto di peso, l’hanno trascinata sotto il porticato della chiesa di San Donnino e l’hanno messa a contrasto del portone della Chiesa. Ho usato la foto per la copertina del libro. Lì per lì pensavano che fosse piena di esplosivo. Ma poi scoprimmo che il tabernacolo era stato incollato. Lo hanno accusato di aiutare gli strozzini cinesi, di usare i soldi dello Stato in maniera arbitraria. Ma i blitz in canonica sono finiti sempre con l’imbarazzo e le scuse. La gente del posto aveva poi inviato 2.000 cartoline di protesta al Presidente della Repubblica Scalfaro mentre altri 800 avevano chiesto la cittadinanza alla Cina perché… i cinesi erano più tutelati. Molti avevano cambiato i cartelli del paese sostituendoli con quelli di San Pechino al posto di San Donnino e il 25 aprile e il 1° Maggio erano state festeggiati con grandi manifestazione di… liberazione dai cinesi.

E lui, invece, per San Donnino cosa ha fatto?

Ha creato un oratorio, prima estivo, per i ragazzi di qualunque razza o religione fossero. Facendo così incontrare e collaborare i loro genitori. Poi questo è diventato Spazio Reale un centro grande quanto un centro commerciale, un campus con decine di camerette, un grande auditorium e sale multimediali, per parlare in tutte le lingue. I cinesi o i musulmani, ad esempio, lo hanno utilizzato per le loro feste. Ha anche recuperato gli affreschi e i quadri danneggiati dall’alluvione del 1966 e rimasti lì semiabbandonati e ne ha fatto un Museo di arte sacra. E tutto questo per trasformare San Donnino e dargli una sua dignità, sostituendo la cultura del negativo (San Donnino fino ad allora era famosa solo per un inceneritore poi chiuso perché produceva diossina e trasformato in discarica) nella cultura del positivo.

Cosa resta oggi di tutto questo dopo 25 anni?

I cinesi fiorentini oggi considerano don Momigli il loro avvocato, il loro sindacalista e lo hanno portato con loro ai tavoli regionali dopo la rivolta avvenuta a Sesto Fiorentino a fine giugno dell’anno scorso. A San Donnino i cinesi oggi sono un migliaio ma le loro imprese danno lavoro anche a tanti italiani. In altri Comuni, come a Prato, la situazione è diversa.

A chi consiglia la lettura di questo libro?

A chi vuol leggere una bella storia. Ai religiosi, perché siano confortati dall'importanza dell’impegno della Chiesa nel caso che il potere politico o quello amministrativo fossero assenti. Agli amministratori pubblici perché così sanno come comportarsi con gli immigrati: piccoli numeri, tavoli di confronto, scelte condivise. Classi scolastiche, condomini, quartieri, con il minimo di immigrati possibili. Per favorire l’assorbimento delle varie culture e il rispetto reciproco con una crescita comune costante. Una ricetta di 25 anni fa ma buona anche domattina.