Unione Sovietica: quando solo la famiglia trasmetteva la fede, storie e studi e immagini

L'Icona della Madonna di Aglona, presente in tutte le famiglie in Lettonia anche in periodo sovietico
Foto: http://www.katedrale.lv/
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Le vicende della Chiesa Cattolica in Unione Sovietica, tra persecuzioni e speranze, passano attraverso politica e diplomazia, ma soprattutto attraverso la vita delle famiglie.

Nel volume “La Chiesa cattolica in Unione Sovietica” curato da Jan Mikrut, parte di una collana di studi che si chiuderà nel 2019 con il rapporto tra Chiesa e nazionalsocialismo, ci sono alcuni saggi dedicati proprio alla famiglia.

In Lettonia ad esempio, come spiega Ines Runce, la storia della Chiesa durante l’occupazione sovietica è poco studiata, ma negli anni ’80-’90 del XX secolo, una storica svedese di origine lettone Maija Runcis, ha analizzato l’influenza della politica sulle famiglie nella Lettonia occupata dai sovietici. All’epoca per decenni la vita dei cattolici era legata alle notizia che venivano dall’estero.

“La sezione lettone della Radio Vaticana - scrive Runce- e la stampa cattolica diffondevano attivamente le informazioni sulla vita e sulle difficoltà delle famiglie cattoliche lettoni nella Lettonia occupata. I cattolici lettoni erano in contatto con le loro comunità e le loro organizzazioni negli Stati Uniti, in Canada e in altri paesi. Le parrocchie e le organizzazioni cattoliche lettoni parteciparono attivamente al processo di cambiamenti avviato dal Concilio Vaticano II, diventando testimoni e una parte integrante della Chiesa cattolica nel processo della modernizzazione”.

Le deportazioni in Siberia spezzarono anche i pochi legami con il mondo occidentale, ma “la maggior parte dei prigionieri cattolici tornati dalla deportazione in Siberia, ripresero fin da subito una vita spirituale e sacramentale” e questo anche grazia alla forza delle famiglie.

“Quando ero piccola i miei genitori mi avvertivano che quello che riguarda Dio, non deve uscire fuori dalla famiglia, non deve uscire fuori dalla casa” racconta una testimone, Renate Vancane.

E scrive nel suo diario il cardinale Julijans Vaivods: “Mi sono meravigliato che alla sera durante un giorno lavorativo la chiesa era piena di fedeli. Ho cresimato 356 bambini. La domenica mattina da tutte le parti alla chiesa arrivava la gente… erano arrivati almeno 5-6 mila di fedeli. La domenica ho cresimato 668 bambini e giovani. In tutto 1024 persone”. Lo scritto risale al 19 giugno 1967.

Le famiglie cattoliche nel periodo sovietico impararono “a stare al di sopra del sistema”. Spiega Ines Runce: 

“Controllare la vita della famiglia credente e quello che succede in essa, era più difficile, sopratutto, se i stessi membri della famiglia si erano adattati alla situazione in cui vivevano e agivano con la massima segretezza”.  Fu così che  “Durante l’occupazione sovietica i cattolici gradualmente costruirono attorno a sé un sistema parallelo che permise non soltanto a sopravvivere ma anche a trasmettere le tradizioni cattoliche alle generazioni future, principalmente grazie alla famiglia”. 

Molte delle testimonianze riportate sono i racconti dell’infanzia. L’esperienza vissuta dai credenti cattolici durante l’infanzia nel periodo sovietico è ancora del tutto esclusa dai temi di ricerca in storia della Chiesa durante l’occupazione sovietica. Una storia sociale quella delle famiglie cattoliche in Lettonia ancora da approfondire proprio come quella delle famiglie del Kazakhstan.

Dmitriy Panto racconta come “La famiglia svolse un ruolo particolare nel preservare e nel trasmettere la fede e la religiosità in Kazakhstan durante le persecuzioni. Durante il periodo in cui non c’era alcuna possibilità di avere i contatti con i sacerdoti la famiglia era responsabile della trasmissione dei valori spirituali alle generazioni successive. Le persone più anziane ricordano che allora come mai prima compresero che la preghiera e la fede che trasmettevano ai loro figli erano estremamente importanti”.

Le uniche fonti sono i testimoni oculari e i racconti sono commoventi: “Ho nella mente un ricordo di mia nonna, scrive Ljudmila Burgart, Jelizawieta Burgart che in 40 anni battezzò quasi trenta suoi nipoti, senza contare i battesimi nelle altre famiglie. Quando qualcuno moriva le donne anziane si riunivano per dare la sepoltura, pregavano, leggevano la Sacra Scrittura, cantavano i canti religiosi. Queste donne devote erano in grado di trasmettere molto ai loro figli. Mia madre – Roza Burgart – ricordava in seguito: “Nel nostro villaggio, la maggior parte dei tedeschi erano cattolici, solo alcune famiglie erano luterane. Le donne luterane erano così poche che si riunivano per la preghiera insieme ai cattolici. Quando qualcuno dei cattolici o dei luterani moriva, eseguivano insieme i riti funebri. Quando morirono le nostre vecchiette cattoliche, l’ultima vecchietta luterana Jelizawieta Biek celebrava i riti funebri e noi giovani cattolici la aiutavamo”. Un ecumenismo di necessità.

Un elemento centrale della trasmissione delle fede era la presenza nelle case delle icone. “Durante le catechesi serali - scrive Panto- le icone servivano da supporto alle spiegazioni. I bambini guardando le icone facevano le domande e i genitori cercavano di rispondere spiegando e raccontando tutto quello che sapevano su Dio e sulla fede. Le preghiere serali, solitamente, si concludevano con la benedizione dei genitori. La preghiera e i riti religiosi giocavano un ruolo particolare nei momenti più importanti della vita. Durante il matrimonio, dopo il parto e dopo la morte”.

Fondamentale il momento delle feste come Natale e Pasqua. Galina Korzeniewska ricorda: “La preghiera durante la vigilia di Natale veniva presieduta dalla persona più anziana, di solito si recitava il Padre nostro e l’Ave Maria. Dopo la preghiera ci scambiavamo l’ostia, se ce l’avevamo, e gli auguri. Tutti ci auguravamo la stessa cosa ossia: “Dacci o Signore di poter celebrare un altro Natale”, dopo ci mettevamo a tavola”.

Ecco come ricorda la Pasau suor Klara della Congregazione delle Suore Serve di Gesù nell’Eucaristia di Karaganda: “La mia famiglia è venuta a Karaganda nel 1957. I fedeli locali si riunivano allora per la preghiera in case private durante la notte, affinché nessuno li scoprisse, o pregavano nei cimiteri in modo da non destare sospetti: si poteva sempre dire che erano venuti per trovare un loro parente defunto. Venivano sia gli anziani sia gli adulti, e anche non pochi bambini. Tra gli adulti c’erano soprattutto le donne. I sacerdoti non c’erano perciò per lungo tempo abbiamo dovuto imparare a farne meno. Ad esempio, il Venerdì Santo i fedeli recitavano da soli la Via Crucis, leggevano i brani sulla Passione di Cristo, allestivano un piccolo altare e accendevano le candele”.

E i ricordi si intrecciano con un altra realtà particolare, quella Ucraina. Don Roman Dzwonkowski spiega che “Se nel periodo della più intensa persecuzione religiosa che durò alcuni decenni, in mancanza di sacerdoti, sotto la pressione dell’ateismo, quando la catechizzazione in chiesa era proibita, la catena delle generazioni inserite nella religione e che conoscevano i fondamenti della fede non fu interrotta – questo si deve alle famiglie cattoliche e soprattutto alla più vecchia generazione. Fu principalmente questa generazione che insegnava ai nipoti le preghiere e il catechismo e poi, in segreto, li conduceva alla prima confessione e comunione. Queste persone trasmisero le tradizioni e i costumi religiosi legati al calendario liturgico. Grazie alle famiglie la fede cattolica continuò e continua ancora, anche se in modo limitato visto che da decenni manca sempre un regolare servizio pastorale”.

Significativo in Ucraina il movimento del Rosario Vivente che svolgeva il ruolo di collegamento tra le famiglie cattoliche. “La sua tradizione - scrive Włodzimierz Osadczy - risaliva ai tempi lontani ed era assai sviluppata ancora prima della guerra. La preghiera del rosario era praticata in segreto dai fedeli in Ucraina sovietica nei tempi della persecuzione staliniana. Le autorità comuniste ritenevano il Rosario Vivente un’organizzazione cospiratoria antirivoluzionaria e per l’adesione ad essa, negli anni Trenta, condannavano a morte per fucilazione. Dopo la guerra, l’approccio del governo nei confronti del Rosario Vivente non mutò, era sempre considerato un gruppo sovversivo che ostacolava il progetto di disintegrazione e atomizzazione dell’ambiente cattolico. I comunisti pedinavano con ossessione e timore l’attività delle associazioni del rosario. Un funzionario del KGB, parlando con un sacerdote ribadì che il Rosario Vivente era peggio della bomba atomica”.

Una bomba che in effetti esplose dopo il 1989 con quel cambio geopolitico della storia europea che ancora stiamo vivendo. Della forza e del coraggio di quelle famiglie oggi i cattolici devono raccogliere l’eredità di fronte ad un diverso nemico, una diversa persecuzione: quella della secolarizzazione e dell’indifferentismo, più pericoloso perché spezza e annulla il significato stesso della famiglia cristiana.