Cina, la speranza del neo vescovo di Hong Kong: “Sano realismo, per guarire le relazioni"

Il Vescovo Michael Yeung, dal 1 agosto vescovo di Hong Kong
Foto: Mondo e Missione
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È lo storico direttore della Caritas diocesana, ha trascorso un periodo negli Stati Uniti, ed è stato coadiutore dell’arcidiocesi di Hong Kong per un anno. Dall’1 agosto, Michael Yeung ming-Cheung è stato nominato vescovo di Hong Kong, sostituendo così il Cardinale John Tong Hon, che va in pensione. Si trova ad ereditare una sede cruciale per la Chiesa in Cina. Ad Hong Kong c’è, infatti, la “missione di studio” sulla Cina della Santa Sede. Ed Hong Kong, con il suo essere stata colonia britannica e l’essere allo stesso tempo una regione ad amministrazione speciale cinese, è un punto di osservazione straordinario per comprendere quello che avviene a Pechino e dintorni.

Con ACI Stampa, il vescovo Cheung parla delle sfide della Chiesa di Hong Kong, ma anche della situazione generale della Chiesa in Cina. Tocca il tema del possibile accordo sulla nomina dei vescovi tra la Santa Sede e Pechino, da portare avanti con un “salutare realismo”, ma senza tornare indietro sui principi della Chiesa. Non tace le difficoltà, ma individua nell’essere “povera per i poveri” una delle grandi missioni della Chiesa di Cina.

Una delle sue prime dichiarazioni, una volta nominato arcivescovo, è stata sui poveri e la cura dei poveri. Quanto è importante questo tema ad Hong Kong e più in generale in Cina, una nazione che sta apparentemente vivendo una crescita economica senza fine?

Come ho sottolineato nella mia omelia inaugurale del 5 agosto 2017, sarebbe un giorno triste per Hong Kong (e per la Cina in generale) se fosse vero dire che la gente si è preoccupata solo per la crescita economica. Il benessere della società richiede lo sviluppo di una ecologia genuina e sforzi incessanti di portare avanti lo sviluppo umano integrale. Soprattutto, credo che la prova di ogni civilizzazione sia l’amore e la preoccupazione che la società ha per i suoi membri più deboli – l’ultimo, il più piccolo, quello perduto.

Una Chiesa povera per i poveri, dunque…

Ce lo ricorda sempre Papa Francesco: la Chiesa è una Chiesa di poveri e per i poveri (che non esclude nessuno dal suo amore e preoccupazione né dalla buona novella della Salvezza). L’opzione preferenziale per i poveri non è solo uno slogan. Parliamo di persone vere, che vivono in mezzo a noi, soffrendo a causa della povertà nelle sue varie forme, inclusa quella forma viziosa di una povertà chiamata “povertà relazionale” che si è diffusa a tutti i livelli di società e che dovrebbe essere urgentemente e globalmente affrontata.

Hong Kong è scossa da un modello secolarista di vita?

Cercherà di non essere tirato in una discussione sulle differenze tra “secolare” e “secolarista” o tra “secolarismo” e “secolarizzazione”. Se per modello secolarista di vita intende il tipo di mentalità o modo di vivere per cui c’è poco o alcun posto per forme di religione di culto, sono sicuro che molte persone ad Hong Kong sono state, in un modo o nell’altro, colpite da questa mentalità. Ad ogni modo, qualche anno fa Benedetto XVI aveva anche messo in guardia da una “mentalità edonistica di tipo secolarista”, vale a dire l’idea che non c’è più alcun bisogno di pensare di Dio o di tornare a lui con il risultato che Dio resti effettivamente assente, interamente o in parte, dalla vita umana e dalla coscienza. Non posso, tuttavia, descrivere le persone di Hong Kong come persone che, in totale o in maggioranza, hanno “una mentalità secolarista ed edonistica”.

Quindi la situazione è generalmente più positiva?

Nonostante tutto, c’è una forma di mentalità secolarista da cui credo dobbiamo particolarmente guardarci. È una mentalità che escluderebbe a priori dalla pubblica piazza temi consistenti di verità o moralità solamente a causa del fatto che tali nozioni sono considerate come basate su credenze religiose (o provenienti da esse), e questo anche quando ci sono ragioni naturali in supporto di tali temi. Una mentalità secolarista che è ostile o insensibile al credo religioso può portare alla formulazione di politiche pubbliche che minano la libertà di religione e di coscienza che è uno dei valori principali protetti dalla Costituzione della Regione Speciale di Hong Kong.

Hong Kong fu colpita dal movimento “Occupy Central” nel 2014, una campagna di disobbedienza civile che criticava pesantemente la riforma elettorale nel Paese. Crede ci saranno altri movimenti come quello in vista?

Non ho la sfera di cristallo. Tuttavia, per eliminare o almeno ridurre in maniera significativa il rischio di disobbedienza civile in tutte le sue forme, ci sarebbe bisogno di conoscere a fondo e propriamente e quindi affrontare in maniera giusta le cause alla base della protesta e le sofferenza. Onestamente, spero e prego che non ci sia bisogno di nulla come Occupy Central, e che tutte le dimostrazioni e proteste, se ce ne dovranno essere, siano pacifiche e rispettose della legge. Allo stesso tempo, spero e prego che ci siano dialoghi cuore a cuore e incontri faccia a faccia con giovani a tutti i livelli, e che tutto questo sia fatto per affrontare le cause profonde dello scontento, le frustrazioni e il senso di mancanza di aiuto.

Hong Kong è parte della Chiesa di Cina, e la Santa Sede ha da tempo un dialogo in atto con il governo cinese, che si è concentrato ormai su un possibile accordo sulla nomina dei vescovi. Entrambi i suoi predecessori hanno preso posizioni forti sul tema: il Cardinale Zen era molto contrario, il Cardinale Tong era a favore di una mediazione. Quale è la sua posizione?

Non sono un diplomatico né sono parte delle negoziazioni, ma non posso che concordare con il Cardinale Pietro Parolin, il Segretario di Stato vaticano, quando questi ha detto al Sole 24 Ore lo scorso 27 luglio, anche dopo che i colloqui hanno raggiunto “uno scoglio”: “Il dialogo in sé è già un fatto positivo, che si apre verso l’incontro e aiuta a far crescere la confidenza. L’affrontiamo in uno spirito di sano realismo, sapendo bene che il destino dell’umanità è, prima di tutto, nelle mani di Dio”. Ecco, un “realismo salutare” è quello che ci vuole per guardarci da false speranze e aspettative irrealistica da una parte e la prematura chiusura delle porte verso un ulteriore dialogo nell’altro caso. Dobbiamo forse ricordarci ora ancora di quella famosa frase: “Le cose non sono sempre come sembrano”.

Come sono le cose, allora?

Quello che sta succedendo a un livello pratico di realtà è spesso più significativo di quello che è stato o non è stato raggiunto a un livello formale. Ci possono, tuttavia, essere progressi a livello informale, senza che questi si riflettano immediatamente in accordi formali. Abbiamo bisogno di discernimento e pazienza. Dobbiamo essere vigili, certo, ma dobbiamo anche fidarci del Dio della storia.

Recentemente, l’Associazione Patriottica Cinese, l’organizzazione voluta dal governo cinese per “gestire” la Chiesa cattolica, ha celebrato il suo 60esimo anniversario, senza troppe fanfare. È questa associazione ancora un ostacolo importante? Questa ferita nella Chiesa cattolica può essere guarita?

Ha notato giustamente la mancanza di “fanfare”, ma non credo questo sia particolarmente significativo. L’Associazione Patriottica non mi sembra essere pronta a farsi da parte. Le autorità cinesi definiscono il ruolo dell’Associazione Patriottica come quello di creare un ponte tra la Chiesa e gli uffici interni di governo. È il modo in cui questo ruolo è giocato in pratica che può fare una differenza enorme. Dal momento in cui è stata stabilita nel 1957, è esistito un Congresso Nazionale dei rappresentanti cattolici cinesi, una organizzazione che è stata posta al di sopra della Conferenza Episcopale della Chiesa Cattolica in Cina. L’esistenza stessa di queste tre entità (l’Associazione Patriottica, il Congresso nazionale, la Conferenza Episcopale), la loro composizione e le relazioni che intercorrono tra loro e con la Chiesa sono presumibilmente tutte parte delle “sfide” che i negoziati incontreranno. Non sono sfide nuove. Benedetto XVI stesso ha identificato e riconosciuto queste sfide, insieme a vari altri temi nella sua lettera ai Cattolici Cinesi del 2007, che non può essere messa da parte se ci sarà ogni sostenibile “guarigione delle relazioni”.

Quale è la situazione della libertà religiosa nella Cina continentale?

È piuttosto complicata. I segnali sono spesso confusi, e la situazione varia da religione a religione, da località a località e da momento a momento. La Costituzione cinese parla della “libertà di credo di religioso” e della protezione delle “normali attività religiose”, ma quello che importa davvero è il modo in cui il governo esercita il controllo, o il modo in cui il governo si astiene dall’esercitarlo in pratica.

Quali le parole chiave per comprenderlo?

Le parole chiave sono “controllo” e “mezzi di controllo”. Sono temi cruciali, in particolare in questo momento sensibile, mentre si prepara il 19esimo congresso del Partito Comunista Cinese previsto a novembre. Non sono troppo sorpreso, perciò, che Yu Zhengsheng, uno dei 7 membri del Comitato Centrale del Politburo e presidente della Conferenza Politico consultiva del Popolo Cinese, abbia detto lo scorso luglio, secondo quanto è stato riportato, che Pechino vuole tenere “briglie strette” per assicurarsi che la Chiesa Cattolica Cinese sia tenuta fermamente nelle mani di quanti “amano la nazione e la religione”.

In Cina c’è anche la SARA, l’Amministrazione dello Stato per gli Affari religiosi. Quale è stata la sua strategia?

Parte della strategia generale dell’Amministrazione dello Stato per gli Affari Religiosi è stata quella di rafforzare i regolamenti degli affari religiosi e il controllo su religioni, minoranze e ogni potenziale fonte di distruzione sociale. Sotto i regolamenti per gli Affari Religiosi, che sono stati recentemente emendati, le restrizioni imposte includono, tra le altre cose, la richiesta di registrare tutti i lavoratori religiosi (inclusi i sacerdoti cattolici, sia ufficiali che non ufficiali), nonché la certificazione di tutti i siti di tipo religioso.

In pratica, le religioni devono essere sotto il controllo dello Stato…

Lo stesso presidente Xi Jinping ha insistito lo scorso aprile, quando ha parlato alla Conferenza Nazionale sulle Opere di Religione, che i gruppi religiosi devono aderire alla leadership del partito, supportare il sistema socialista e il socialismo con caratteristiche cinesi, evitare il principio di “indipendenza religiosa” e “auto amministraizone” e che ci debba essere una “sinizzazione della religione”. Il governo cinese ha, almeno nell’ultimo anno, sempre più premuto per quelle che chiama “le cinque trasformazioni”, cioè “localizzare le religioni, avere un manager standardizzato, indigenizzare la teologia contestualizzando la dottrina, mostrare trasparenza finanziare e adattare l’insegnamento cristiano in modo da includerle in istituzioni che riflettano gli obiettivi del Partito Comunista”. C’è poco dubbio che nuove sfide sono venute fuori per quanti hanno un ruolo nel futuro della Chiesa in Cina.

E quale è stata la reazione della Santa Sede?

È istruttivo vedere come il Cardinale Pietro Parolin ha tentato di spiegare, in termini molto ampi, quello che la Chiesa cattolica sta cercando di fare. “In maniera specifica, la Chiesa Cattolica chiede che alle persone vengano garantiti i diritti di professare liberamente la loro fede a beneficio di tutti e per l’armonia della società. I cattolici desiderano vivere la loro fede serenamente, nelle loro rispettive nazioni, come buoni cittadini, lavorando verso lo sviluppo positivo della comunità nazionale”. Io credo che questi siano punti che valga la pena di sottolineare e far risuonare con responsabilità civica, armonia sociale e obiettivi di sviluppo nel contesto della Cina continentale.

Perché è così difficile per il governo cinese comprendere che i vescovi non sono contro il patriottismo e che i cattolici possano essere allo stesso tempo buoni cattolici e buoni cittadini e patrioti?

Le autorità cinesi sembrano avere differenti definizioni di “patriottismo” per diversi scopi in tempi diversi. Per esempio il Partito Comunista cerca di evitare che i membri comunisti diventino cristiani, ma è perfettamente contento, sotto la Costituzione di Hong Kong, che il capo esecutivo della Regione amministrativa speciale di Hong Kong sia Carrie Lam, una cattolica che non è membro del Partito. Nonostante questo, nessuno insinua che lei non possa amare la nazione e amare Hong Kong a causa della sua religione. Ciononostante, la nostra religione ci insegna, tra le altre cose, di amare Dio e il vicino, di avere responsabilità civica, rispettare le autorità (allo stesso tempo, insistendo che l’autorità è una forma di servizio che deve essere esercitata responsabilmente), di avere compassione, di servire i poveri e i malati e tutti quelli che sono in difficoltà, e di amare la nazione, la gente e il pianeta. Non si può comunque essere un buon cattolico senza realmente cercare di essere una brava persona e un buon cittadino. Questo è vero per i vescovi e per le persone comuni.

Lei parla di servire il povero, il malato, chi ha bisogno. Può spiegare perché questo è particolarmente importante nella Chiesa in Cina e alcune delle sfide che la Chiesa affronta nel suo ministero di essere Chiesa povera e per i poveri?

Il governo cinese ha generalmente incoraggiato il settore religioso a partecipare sempre più nei servizi caritativi e sociali. La SARA e cinque altri uffici nel 2012 hanno rilasciato un documento di linee guida chiamato “Opinioni riguardo l’incoraggiamento e la regolamentazione dei Servizi Sociali condotti nel settore religioso” per dare una cornice legale a questi servizi. A quel tempo, grazie alla politica delle porte aperte di Deng, la Chiesa aveva già stabilito diverse centinaia di cliniche e ospedali, soprattutto in città di periferia, villaggi e centri urbani, ma sfortunatamente con poche eccezioni ha potuto fornire solo servizi medici privati, perché le riforme del sistema medico di assicurazioni generalmente non copre le istituzioni mediche cattoliche – sebbene dal momento in cui il ministero degli Affari Civili e il Ministero delle Finanze hanno pubblicato nel 2014 “I pensieri guida riguardo l’acquisto di Servizi Sociali da parte del governo”, alcune autorità locali hanno cominciato a “comprare” servizi sociali dai servizi pubblici.

Le strutture cattoliche attirano le persone?

Le persone sono generalmente attratte dagli ospedali cattolici dalla qualità delle cure che offrono. Molti personali religiosi, così come laici che si dedicano a questo, sono lavoratori di frontiera. Li può trovare anche prestare delle cure a casa per anziani, handicappati, bambini abbandonati e orfani, non solo nelle aree urbane, ma anche in quelle remote. I problemi incontrati includono le difficoltà di ottenere la registrazione formale, ma le sfide più a lungo termine e serie che abbiamo da affrontare riguardano la sostenibilità di questi servizi, particolarmente quando c’è stata una generale caduta delle vocazioni nella vita religiosa. L’importanza di una “Chiesa povera per i poveri” sta precisamente nel fatto che scopriamo la faccia di Gesù nei volti del povero. Non c’è altra motivazione che servire Cristo serve l’ultimo dei suoi figli senza escludere gli altri dal suo amore e abbraccio. E questo è vero per la Chiesa di Cina come per tutte le altre Chiese.