Edith Stein traduttrice di John Henry Newman nella Germania degli anni '20

Un ritratto di Edith Stein
Foto: Azione Cattolica
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Il 9 agosto l’ Europa dovrebbe celebrare con fierezza una delle sue sante patrone: Edith Stein, o meglio Teresa Benedetta della Croce, monaca carmelitana, ebrea e morta ad Auschwitz-Birkenau.

Una donna che ha segnato la storia dell’ Europa e l’ha vissuta anche attraverso il suo lavoro filosofico. Un lavoro che l’ha avvicinata al cristianesimo anche attraverso le traduzioni poco conosciute degli scritti di un altro grande teologo convertito e ora beato: John Henry Newman.

Come ha ricordato recentemente Hanna- Barbara Gerl-Falkovitz, c’è ancora poca coscienza del fatto che Edith Stein, figura non ancora scoperta in tutte le sue potenzialità, offerta alla Chiesa e all’Europa, si sia dedicata allo studio del pensiero di Newman per alcuni anni.

Come ricorda la Gerl-Falkovitz, Edith, appena divenuta cristiana “su consiglio del padre gesuita e teologo Erich Przywara, intraprende il lavoro di traduzione di alcune opere di Newman, non ancora rese in lingua tedesca: l’Idea di Università e le Lettere e diari fino all’ingresso nella Chiesa (1801-1845). Padre Przywara, che negli anni ’20 era il mentore di Edith Stein, tentava di introdurla nel mondo del pensiero e della filosofia cattolica. Probabilmente, egli aveva scelto i testi personali di Newman prima della conversione per supportare la neo-battezzata nella prova della propria conversione e della dura separazione dalla famiglia, con l’esempio paradigmatico del grande convertito al cattolicesimo”.

E’ evidente dalla grande quantità di traduzioni dopo il battesimo che Edith volesse familiarizzare con il mondo cattolico, innanzitutto attraverso la riflessione filosofica.

In quegli anni il suo contributo fu fondamentale per la conoscenza nel mondo germanico del teologo inglese. “Edith Stein- spiega Gerl-Falkovitc- ha lavorato

con precisione filologica al pensiero di molti altri filosofi, per coinvolgerli e contestualizzarli nella discussione contemporanea”.

Per questo la Stein si colloca all’inizio della ricezione tedesca di Newman e della ricerca sul suo pensiero, e “il lavoro di traduzione è un “monumento” che non viene sminuito dalle differenze presenti col pensiero di Newman, oggi elaborate. Al contrario, da queste essa può trovare un meritato riconoscimento”.

Edith tra il 1923 e il 1931 aveva insegnato a Speyer tenendo anche molte conferenze pubbliche, e pensava di potersi abilitare per l’insegnamento universitario si occupava  dei “concetti deficitari a un’autentica formazione cattolica, nell’epoca della repubblica di Weimar. In che misura fosse in ciò influenzata dal pensiero geniale di Newman, deve ancora essere indagato dalla ricerca, sulla base delle pubblicazioni più recenti”.

In una lettera all’amico Roman Ingarden dal 19 giugno 1924 scrive: “Tradurre mi procura un’autentica allegria. Inoltre è molto interessante per me entrare in contatto così da vicino con uno spirito come Newman, aspetto questo che ogni traduzione porta con sé. Tutta la sua vita è stata soltanto la ricerca della verità religiosa e ciò lo ha condotto inevitabilmente alla chiesa cattolica”.

Hanna- Barbara Gerl-Falkovitz spiega che “la fede di Edith Stein era simile alla fede di Newman: sebbene ricca di esperienza del mondo, trovava la sua fonte nella modestia e nell’ascesi, persino nell’accetazione profonda dell’insuccesso esteriore. L’impegno incondizionato di Newman per la verità, che fondava tutto il suo progetto di vita, appariva nei suoi testi prima della conversione in modo preminente”.

Il tema della verità era principale per i due teologi “Il mio desiderio di verità era la mia unica preghiera” scriveva la Stein. Conclude Hanna- Barbara Gerl-Falkovitz:

“Il dialogo profondo di Edith Stein con Newman, che può solo essere intuito, è da ricercare su questa linea; egli era il suo fanale, e in tal senso il suo influsso nel panorama degli anni ’20 in Germania è molto più ampio di quanto sia emerso sinora. La sua eco raggiunge anche questo pensiero di Stein: «Il cammino porta dalla fede alla contemplazione, non viceversa» – riportando anche qui, come immagine speculare, l’iscrizione sulla tomba di Newman: «Ex umbris et imaginibus in veritatem»”.