Europa e secolarizzazione, la sfida della Chiesa: non perdere la profezia

Un momento dell'incontro dei segretari generali del CCEE a Bucarest
Foto: CCEE
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“É fondamentale che la paura di non essere accettati o il desiderio di piacere agli altri non ci derubano della nostra missione profetica”. Anton Ziolkovsky, segretario esecutivo della Conferenza Episcopale Slovacca, delinea così con ACI Stampa le sfide della Chiesa in Europa. Lo fa al termine di un incontro dei segretari generali delle Conferenze Episcopali Europee, organizzato dal CCEE (Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee), che si è tenuto a Bucarest dal 30 giugno al 3 luglio.

Un incontro tutto dedicato al tema dell’Europa pluralista. Dalla pluralità culturale al pluralismo economico, dalla pluralità politica a quella sociale e religiosa, fino alla pluralità ecclesiale: sono queste le sfide che attendono la Chiesa in Europa. Il comunicato finale dell’incontro sottolinea che “solo se la Chiesa sarà libera da preconcetti, forme di strumentalizzazione e, a volte anche da leggi al limite del rispetto del diritto alla libertà religiosa, potrà compiere tale servizio, e portare il suo proprio e specifico contributo”. Una prospettiva che “appare oggi particolarmente difficile per la tendenza di separare la fede dalla ragione e di relegare sempre di più la religione alla sola sfera privata dell’esistenza umana”.

Monsignor Ziolkovsky, il tema dell'incontro è "Le Chiese in una Europa pluralista". Quali sono le sfide che avete trovato più importanti nel vostro incontro? Quali quelle comuni a quasi tutte le conferenze episcopali? E quali quelle più specifiche?

Viviamo in una società pluralistica, in mezzo alle persone che appartengono a diverse nazioni e razze, che parlano diverse lingue. La Famiglia è il primo luogo in cui impariamo di rispettare la libertà dell’altro, nonostante le varie opinioni differenti. Dobbiamo capire che il mondo in cui viviamo non è il nostro nemico, ma può arricchire la nostra fede. Il problema del rapporto tra la Chiesa ed il mondo moderno sembra ricomparire continuamente. Il pluralismo è una realtà che non possiamo evitare: impariamo di essere testimoni della Verità che è Gesù stesso – in mezzo di una società pluralistica. Questa pluralità si dimostra nella famiglia, ma anche nella stessa chiesa. Se – come cattolici – veramente viviamo la propria identità religiosa, possiamo arricchire questo mondo. Però, non è facile, siccome viviamo in un mondo secolarizzato. Soprattutto i paesi dell’Europa centrale ed orientale sentono – per quanto riguarda le questioni di cultura ed etica – sentono una pressione esterna, mirata a causare danni a quest’identità. Non dovremmo sottovalutare le minacce per i cristiani - contenute anche nella cosiddetta Convenzione di Istanbul. La pluralità può diventare pure un giogo – soprattutto per le chiese locali che sono in minoranza - per esempio nell’oriente ortodosso o nell’occidente secolarizzato. La società pluralistica, purtroppo, seleziona tra gli atteggiamenti della chiesa solo quello che le conviene. Quando parliamo della cura dei poveri, tutti applaudono. Quando, però, iniziamo a parlare della protezione di vita prima del parto, ovvero del matrimonio come unione tra un uomo ed una donna, le stesse persone improvvisamente dicono che sovrapponiamo le nostre opinioni alla società. La sfida più grande, però, sta nell’aspirazione di capire l’altro, affinché la luce del vangelo possa entrare nella sua cultura - e trasformarla.

Nella Ecclesia In Europa, Giovanni Paolo II, citando il Vangelo di Luca, si chiedeva se il Figlio dell'Uomo quando tornerà troverà la fede sulla terra. La mia domanda è: troverà la fede in Europa? E quanto è difficile rimanere cattolici di fronte alle ondate di secolarizzazione?

Questo è un grande tema. Tutti i paesi dell’Europa orientale devono affrontarlo. É fondamentale che la paura di non essere accettati o il desiderio di piacere agli altri non ci derubano della nostra missione profetica. La voce della Chiesa cattolica deve essere meglio sentita, sia al livello degli stati nazionali, sia al livello della stessa Unione Europea. Dovremmo dire ad una voce più alta quello che pensiamo, anche se la speranza di successo può essere piccola. Perché, se facciamo silenzio, può sorgere la falsa sensazione che siamo d’accordo con alcuni atteggiamenti. É il nostro compito, spiegare – per così dire “ad infinitum” i nostri atteggiamenti ispirati dalla fede, siccome tanti Europei non capiscono più il Cristianesimo e la Chiesa Cattolica. Dobbiamo essere come il san Tommaso, il quale – dopo aver toccato le piaghe di Cristo e dopo esser diventato credente – era pieno di entusiasmo e della disponibilità di offrirsi per il suo Maestro. Ci sono tre cose che non dobbiamo dimenticare. La prima: dobbiamo costruire e rinsaldare l’identità cattolica nei nostri fedeli, basata sul rapporto personale con il Figlio di Dio e sulla prassi religiosa che ne sorge. La seconda: le comunità cattoliche in Europa, anche se piccole, non devono rinunciare all’impegno missionario, da sempre connesso con la chiesa cattolica. È il nostro compito evangelizzare ed attirare nuovi discepoli per il regno di Dio. E infine: dobbiamo essere voce profetica. In un certo senso, le opinioni dei cristiani stanno diventando un tipo di cultura alternativa, pressoché contra-cultura, in una società che sta dimenticando il valore di ogni vita umana e della sua dignità, in cui la cultura dello scarto si è così profondamente radicata.

Un tema molto importante oggi è quello dei migranti. Come le conferenze episcopali lo affrontano? E quali le differenze di approccio?

Possiamo dire che tutte le conferenze episcopali in Europa hanno ascoltato la voce del Santo Padre Francesco ed hanno espresso una grande disponibilità di offrire aiuto ai poveri e bisognosi, indifferentemente dalla loro razza e religione. I Paesi dell’Europa centrale ed orientale concentrano i propri sforzi nel Medio Oriente, mentre nell’Europa occidentale si dedica più impegno all’integrazione dei migranti, siccome questi paesi sono per loro la destinazione finale. É importante sottolineare che le due parti dell’Europa sono segnate da varie esperienze storiche; per questo motivo è necessario rispettare i vari atteggiamenti dei singoli paesi riguardo a questa domanda. La crisi migratoria ha dimostrato che le differenze regionali sono reali, ed è necessario continuare con mutuo dialogo. Nello stesso modo, bisogna capire che le differenti visioni del futuro di Europa sono altresì legittime.

Avete discusso anche del tema della tutela dei minori. Le Chiese europee come stanno affrontando questa piaga? Cosa è già stato fatto e cosa è ancora da fare?

Bisogna apprezzare il grande sforzo dedicato dalle Conferenze episcopali d’Europa per affrontare questa crisi. L’obiettivo principale è quello di aiutare alle vittime e di trovare i giusti mezzi di prevenzione, affinché le cose di questo genere non succedano mai più. Attualmente, ogni conferenza episcopale possiede un documento che si dedica a questo problema in maniera approfondita. Grazie alla grande sollecitudine di molti vescovi in Europa e grazie alla sincera premura di pulire la chiesa per mezzo della penitenza, possiamo avere la speranza che il frutto della riconciliazione sarà non solo il risanamento dei rapporti interpersonali, ma anche delle intere comunità.

Gli incontri del tavolo cattolico-ortodosso fanno pensare ad una Europa finalmente unita anche grazie al dialogo ecumenico. Quanto, ad esempio, il dialogo ecumenico è importante in Inghilterra, in chiave europea, dopo la Brexit? E quanto nei Paesi dell'Est, per fare davvero una Europa che respiri su due polmoni?

Sulla strada dell’ecumenismo sono stati fatti molti passi importanti. In alcuni paesi, il progresso è più visibile, altrove c’è bisogno di più tempo e di preghiera, affinché si possa creare più fiducia ed apertura. Sembra che oggi il motore dell’ecumenismo non si trova tanto in un tipo di alta teologia, ma piuttosto nello sforzo di sviluppare i buoni rapporti interpersonali. Questo vale anche perché il numero di cristiani decresce in molti paesi Europei - e le chiese cristiane si fanno la domanda come affrontare la secolarizzazione. Paradossalmente, l’inaudita perdita della fede cristiana e crisi di valori possono portare ad un nuovo ravvivamento, perché nei cuori delle persone si nasconde il desiderio di Dio, della Verità. Le chiese hanno un’occasione singolare di ripresentare agli scettici ed agnostici di oggi la bellezza ed il valore interiore della fede cristiana.

C'è un sinodo dei giovani alle porte: quali sono le aspettative delle Chiese Europee?

Le conferenze episcopali di Europa hanno preso la preparazione al sinodo in maniera molto seria. Questo grande avvenimento costituisce un’importante occasione per mostrare ai giovani che il sinodo non è solo una cosa che riguarda la gerarchia, ma coinvolge tutti noi. La Chiesa desidera di ascoltare attentamente – per poter stabilire la corretta diagnosi e proporre mezzi appropriati per l’evangelizzazione e la pastorale dei giovani e delle vocazioni. Sono convinto che le opinioni dei giovani saranno non solo una benedizione per il sinodo, ma saranno molto utili anche per le chiese locali – per poter migliorare la conoscenza della propria situazione e sviluppare una pastorale più adeguata.