Gerusalemme, la Santa Sede appoggia lo “status quo”

Una veduta di Gerusalemme
Foto: Maria Lozano / Aid to the Church in Need
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Dopo l’appello per la riconciliazione a Gerusalemme di Papa Francesco all’angelus dello scorso 23 luglio, che faceva seguito agli scontri nella Città Santa per le misure di sicurezza decise dallo Stato di Israele sulla spianata delle moschee, la Santa Sede ha sottolineato in due diverse occasioni l’appoggio allo “status quo”, la situazione storico e giuridica di accesso ai luoghi Santi che si è creato a Gerusalemme nel corso di secoli.

L’incontro tra il ministro degli Esteri vaticano e l’ambasciatore di Palestina presso la Santa Sede

La prima occasione è stato l’incontro tra l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, “ministro degli Esteri” della Santa Sede, e l’ambasciatore dello Stato di Palestina Issa Kassissieh. L’incontro ha avuto luogo lo scorso 25 luglio.

Durante l’incontro, si è anche evidenziata l’importanza della dichiarazione rilasciata dai capi delle Chiese dopo gli scontri che si sono verificati a Gerusalemme.

Lo scorso 20 giugno, i rappresentanti di 13 Chiese di Gerusalemme hanno sottoscritto un documento, ripreso dall’agenzia della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli Fides, in cui veniva espresso “timore” per ogni variazione dello status quo, l’insieme di regole codificate che regolano la gestione dei Luoghi Santi nell’area della Spianata Moschea e in tutta la città vecchia di Gerusalemme”.

Le 13 Chiese di Gerusalemme avevano anche sottolineato che “ogni minaccia alla continuità dello Status quo può portare a conseguenze gravi e imprevedibili”, e avevano mostrato apprezzamento per il modo in cui la custodia dei Luoghi Santi era esercitata dal Regno Hashemita di Giordania.

 L’interevento della Santa Sede all’ONU

Il 26 luglio, il giorno dopo l’incontro tra l’arcivescovo Gallagher e l’ambasciatore Kassissieh, la Santa Sede ha preso la parola ad un dibattito promosso dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla situazione in Medio Oriente e sulla questione palestinese.

Oltre a presentare una ampia analisi su tutte le situazioni in Medio Oriente, l’intervento della Santa Sede, letto da monsignor Simon Kassas, incaricato d’affari della Missione vaticana all’ONU, ha ribadito il sostegno alla “soluzione dei due Stati”, vale a dire di un nuovo assetto geopolitico con Stato di Israele e Stato palestinese uno di fianco all’altro all’interno di confini riconosciuti a livello internazionale.

La Santa Sede ha sottolineato che per raggiungere lo scopo ci vuole una “soluzione negoziata reciprocamente” con “trattative dirette tra israeliani e palestinesi, con il sostegno della comunità internazionale”, mentre sia Israele che Palestina devono compiere “passi rilevanti per ridurre tensioni e violenze”, astenendosi da azioni “inclusi gli insediamenti, che possano contraddire l’impegno ad una soluzione negoziata”.

Al di là del riferimento preciso alla questione degli insediamenti, c’è anche sullo sfondo la questione della Spianata delle Moschee. Il governo israeliano aveva deciso di limitare l’accesso alla Spianata delle moschee esclusivamente alle persone con più di cinquanta anni di età. A seguito di quella decisione, due poliziotti israeliani sono rimasti uccisi nelle proteste, ed è da lì cominciata una situazione tesa con un bilancio di cinque vittime palestinesi nelle proteste e tre vittime israeliane accoltellate a Neve Tsuf, nei pressi di Ramallah.

Da notare che il giorno dopo l’intervento della Santa Sede alle Nazioni Unite – in cui veniva anche ricordato l’impegno di Papa Francesco per il dialogo in Medio Oriente, con le visite di Shimon Peres e la preghiera per la pace nei Giardini Vaticani – il governo di Israele aveva rimosso i metal detector sulla Spianata delle Moschee e abolito tutte le limitazioni.

 L’appoggio allo “status quo” a Gerusalemme

L’intervento della Santa Sede si concentrava anche sulla questione di Gerusalemme, e sosteneva ancora una volta lo “status quo”. La Santa Sede – aveva detto monsignor Kassas – “conferma la sua posizione in linea con la comunità internazionale e rinnova il proprio sostegno per una soluzione completa, giusta e duratura relativamente alla questione della città di Gerusalemme”. 

La richiesta è quella di “uno status speciale per Gerusalemme, che sia garantito a livello internazionale al fine di assicurare libertà di religione e di coscienza”, e di garantire l’accesso sicuro e libero ai luoghi sacri ai fedeli di tutte le religioni e nazionalità”.

Che cosa è lo Status quo?

Ma che cosa è lo status quo? Si riferisce alla gestione dei Luoghi Sacri in Terrasanta, con particolare riferimento alla gestione dei santuari della Basilica del Santo Sepolcro, della Basilica della Natività a Betlemme e della tomba della Vergine Maria e Gerusalemme.

La vita di questi santuari è inseparabile dalla situazione politica della Terrasanta, situazione che ha portato lentamente allo status quo odierno. Durante il 17esimo e 18esimo secolo, infatti, la Chiesa Greco Ortodossa e le Chiese cattolica sono sempre stati in lotta per la gestione di una serie di santuari, e in particolare per quelli del Santo Sepolcro, della Tomba di Maria e della grotta della natività”.

Al termine di questo periodo, si è arrivati alla situazione esistente, con una dichiarazione ufficiale del 1852, che determina i soggetti proprietari dei luoghi santi e dei luoghi all’interno dei santuari, estende tempi e durate delle funzioni, dei movimenti e dei percorsi all’interno dei santuari, in un regolamento che coinvolge le comunità Cattoliche o di rito latino, Greche, Armene, Copte e Siriache.

Quale la posizione della Santa Sede?

A livello diplomatico, la Santa Sede riconosce “l’eccezionale importanza che l’eredità culturale della Città Vecchia di Gerusalemme, o più particolarmente i Luoghi Sacri, ha in virtù del suo valore artistico, storico religioso”, secondo le parole dell’UNESCO.

La Santa Sede si riferisce da una parte alla “sovranità territoriale”, per cui si dichiara non competente: solo Israeliani e Palestinesi potranno decidere se la città sarà capitale di uno o di due Stati. Allo stesso tempo, la Santa Sede appoggia la posizione della comunità internazionale sulla situazione de facto che si è creata dopo il 1967, e che dichiara la “basic law” israeliana su Gerusalemme “nulla e invalida”.

Dall’altra parte, c’è la questione religiosa. Gerusalemme è considerata unica e sacra per Ebrei Cristiani e Musulmani, e la Santa Sede è sempre intervenuta allo scopo di preservare i Luoghi Santi, in modo che nessuna delle parti possa reclamarli per se stessa. Per questo la Santa Sede chiede uno “status” speciale per la città, con garanzia di assicurare libertà di religione e di coscienza per tutti, uguaglianza davanti alla legge delle tre religioni monoteistiche e delle loro istituzioni e fedeli, libertà di accesso e di esercizio del culto nei Santuari e, appunto, la difesa dello Status Quo.

L’accordo Fondamentale

La Santa Sede ha poi relazioni diplomatiche con Israele, e le trattative per definire l’Accordo Fondamentale siglato nel 1994 sembrano ora in dirittura di arrivo. Lo ha detto lo scorso 27 giugno al SIR il vescovo Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico di Gerusalemme dei Latini, sottolineando che si dovrà poi interpretare l’Accordo. E lo ha sottolineato anche lo scorso 15 giugno Tzachi Hanegbi, ministro israeliano alla cooperazione regionale, dopo l'incontro della commissione Bilaterale del 14 giugno al termine della quale Santa Sede e Israele avevano diramato un comunicato congiunto in cui si diceva che gli esiti dell’ultimo incontro della commissione bilaterale tra Israele e Palestina “offrono speranze per una rapida conclusione delle negoziazioni in corso”.

Il “Fundamental Agreement” era stato firmato il 30 dicembre 1993 dall’allora monsignore sottosegretario per i Rapporti con gli Stati Claudio Maria Celli e dall’allora vice-ministro degli Esteri israeliano Yossi Beilin e divenuto effettivo il 10 maggio 1994.

L’accordo lasciava in sospeso la questione del riconoscimento della personalità giuridica cattolica in Israele, sciolta con la firma di un accordo giuridico nel 1997 (a firmare, l’allora nunzio apostolico, Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, e il ministro degli Esteri israeliano David Levy), e la questione delle proprietà e di questioni economiche e fiscali.

Quest’ultima parte – definita nell’articolo 10 dell’Accordo – è quella per cui è stato più difficile raggiungere un accordo, che sembra però essere in via di definizione.