I Fioretti di San Francesco, un tesoro attuale di spiritualità

Il volume "Uomini celesti e angeli terrestri - Una lettura francescana dei Fioretti"
Foto: Edizioni Biblioteca Francescana Milano
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"Uomini celesti e angeli terrestri - Una lettura francescana dei Fioretti". E' il saggio a cura di Daniele Solvi - Docente presso la Seconda Università degli Studi di Napoli - stampato da Edizioni Biblioteca Francescana Milano. Nel suo volume il Professor Solvi offre una accurata analisi del rapporto tra i Fioretti, la vita stessa e le opere di San Francesco. Di tutto questo Acistampa ha discusso con l'Autore.

Che cosa l'ha spinta a scrivere un libro dedicato ai Fioretti di san Francesco?

L'immagine di Francesco che circola oggi è soprattutto quella del santo che predica agli uccelli o che ammansisce il lupo di Gubbio, che dialoga pacificamente col sultano o che vive ogni avversità in perfetta letizia: è insomma il Francesco dei Fioretti. Tutto diverso è il Francesco della ricerca accademica, che da oltre un secolo discute e analizza le tante altre leggende del santo, ben più antiche e variegate dei Fioretti, e che considera assolutamente prioritaria per capirlo davvero la conoscenza dei suoi scritti: dal Cantico di frate sole alle preghiere, dalle regole alle lettere al Testamento. Il mio intento è stato quello di mettere in dialogo questi due approcci apparentemente inconciliabili, leggendo i Fioretti proprio alla luce degli scritti. E allora, spiegare al grande pubblico, a partire dagli episodi che gli sono più familiari, quel tesoro che sono le opere di Francesco; ma anche stemperare lo scetticismo di molti specialisti verso l'attendibilità storica dei Fioretti. Io stesso, inizialmente un po' sospettoso, mi sono stupito di come essi mostrino non di rado una consonanza profonda con l'autentica spiritualità del santo.

Quanto sono attuali oggi i Fioretti di san Francesco? Che lettura se ne può dare nel Terzo Millennio?

Il fascino potente che i Fioretti esercitano nell'immaginario di oggi è davanti agli occhi di tutti. Basta fare una semplice ricerca su google o pensare a quanti sono i libri in commercio che raccolgono pensieri o episodi della vita anche di altri santi, presentandoli col titolo "I fioretti di....". Mi sono chiesto il perché di tutto questo. Credo che la chiave sia nel fatto che i Fioretti descrivono un mondo indenne dal male, un mondo in cui l'umano appare finalmente riconciliato col divino, un paradiso in terra: è a questo che allude il titolo del libro. In questo senso i Fioretti rispondono anche a un'esigenza di conforto e di speranza propria dell'uomo attuale, che talvolta si trova sgomento di fronte a un mondo che cambia e assai meno fiducioso di un tempo in una prospettiva futura. Il rischio è forse quello dell'evasione e della consolazione a buon mercato. Ma coltivare la tensione verso un altrove, contrastare la cinica rassegnazione al presente, quasi fosse un assoluto, è anche un gesto profetico, umanamente salutare e autenticamente cristiano.

Nel libro lei parla di cristiformità di Francesco. Cosa intende con questo concetto?

È il concetto che da sempre qualifica Francesco, quello dell'«alter Christus», cioè di un santo che ha riproposto integralmente il messaggio e la persona di Cristo, come mostrano le stimmate. Un concetto che, però, si presta anche a fraintendimenti e semplificazioni, come il ritenere la cristiformità un evento eccezionale, mentre si tratta di una vocazione per ogni cristiano. Lo stesso Francesco, che non parlò mai a nessuno delle stimmate, nei suoi scritti invece propone a tutti indistintamente, uomini e donne di ogni condizione sociale, questo percorso di santità. Un percorso che è cristiforme, perché Cristo è la via, ma anche pienamente trinitario: lo Spirito Santo, accolto nel cuore dopo averne scacciato le lusinghe del diavolo e del mondo, compie in ognuno quella trasformazione in Cristo (il «rivestirsi di Cristo» di cui parlava Paolo) che consente di entrare in intimità col Padre. È uno di quei punti in cui i Fioretti e le altre leggende non riescono a cogliere appieno la straordinaria profondità dell'insegnamento spirituale affidato dal santo ai suoi scritti.

Nella sua analisi emerge il tema della conversione. Un argomento che si intreccia con il Giubileo della Misericordia indetto da Papa Francesco, il primo Pontefice a portare il nome del Santo di Assisi...

Il tema della conversione è centrale tanto nelle leggende quanto negli scritti, perché è uno dei punti-chiave della vita e del messaggio di Francesco. La conversione a cui chiamava continuamente è un percorso gioioso, che parte dall'amarezza dei propri peccati, ma che grazie alla potenza dello Spirito trasforma l'amaro in dolce. La penitenza non è una sorta di autoflagellazione fine a se stessa, ma il mezzo per conquistare un tesoro inestimabile, che è Dio stesso, l'unico a poter saziare il cuore dell'uomo. Anche qui, l'ammonizione a convertirsi è rivolta a tutti, senza esclusione. Addirittura, in un momento storico in cui gli eretici o i musulmani erano considerati «membra del diavolo», e quindi senza alcuna speranza di conversione, Francesco diceva: «Molti ci sembrano membra del diavolo, e invece saranno discepoli di Cristo». La fiducia nella misericordia di Dio, nella sua capacità di convertire anche i cuori più induriti, è totale. In questo senso il Giubileo indetto da papa Francesco è in piena consonanza con lo spirito francescano.

Perché, secondo lei, minorità, servizio, povertà e missione sono alcune delle parole chiave del francescanesimo?

Sono i termini con cui Francesco esprime la regola evangelica dell'amore per Dio e per il prossimo, incarnata anzitutto da Cristo. La povertà francescana acquista il suo senso più pieno se è il risultato di un capovolgimento totale di prospettiva, quando ci si scopre a tal punto innamorati di Dio da poter fare a meno di tutto il resto. Questa scoperta avviene quando ci si sente da Lui amati, quando ci si rende conto dell'infinita provvidenza e misercordia di Dio per l'uomo. E allora non si può fare a meno di renderne testimonianza a tutto il mondo, predicando l'amore di Dio con le parole e le opere. Se rileggiamo la predica agli uccelli, proprio nella versione che ne offrono i Fioretti, tutto questo traspare molto bene: gli uccelli rappresentano per Francesco il buon cristiano, che riceve da Dio tutto ciò di cui ha bisogno - cibo, vesti, abitazioni - e percorre il mondo intero lodandolo davanti agli altri uomini e ispirandoli a lodare a loro volta il Creatore.