I gesuiti e la Cina: un modello per Papa Francesco?

Il tavolo della presentazione "Nell'Anima della Cina", nella sede di Civiltà Cattolica a Roma, 19 novembre 2017
Foto: L'Ancora - account twitter
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È un libro culturale, più che un libro politico e diplomatico. Eppure, “Nell’anima della Cina” (L'Ancora), curato dal direttore di Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, può anche raccontare in parte gli sforzi che la Santa Sede sotto Papa Francesco sta facendo per avvicinarsi sempre più al gigante Cina. Con il sogno di un viaggio del Papa a Pechino, prima ancora che dell'apertura delle relazioni diplomatiche con la Repubblica Popolare Cinese. 

Il libro raccoglie una serie di articoli scritti da gesuiti, pubblicati su Civiltà Cattolica, che raccontano la storia della Chiesa e della evangelizzazione della Cina e toccano anche l'attualità. Sono tutti testi diversi, eppure tutti mantengono un approccio comune: quello della necessaria inculturazione della fede, che viene sviluppato poi nella storia di padre Matteo Ricci, ma anche in quella di molti altri missionari che sono stati in Cina nel corso dei secoli.

Quali sono i modelli della missione dei gesuiti?

Li delinea un saggio di padre Nicolas Staendart, in una serie di punti ben argomentati. I gesuiti attuano “una politica di adattamento alla cultura cinese”, la “diffusione ed evangelizzazione dell’alto verso il basso”, la “propagazione indiretta della fede usando la scienza e la tecnologia europea”, la “apertura e tolleranza nei confronti di valori cinesi”.

Si tratta di una evangelizzazione fatta a partire dalla cultura e dalle élite, cosa che porterà padre Matteo Ricci, il gesuita che nel XVI secolo dedicò la sua vita all'evangelizzazione della Cina, ad essere particolarmente rispettato alla corte dell’imperatore. Si tratta di una evangelizzazione che va a cercare al centro le possibilità di sbocco, perché dal centro e dalla cultura si è convinti che si possa arrivare alla periferia.

D’altro canto, padre Luis Gutheinz ci tiene a sottolineare che “l’inculturazione e la contestualizzazione della teologia si sono affermate sempre di più dopo il Concilio Vaticano II, nonostante alcune resistenze all’interno della Chiesa”, e mette in luce che sono parte dell’inculturazione “tutto l’ampio spettro della teologia della liberazione, non soltanto in America Latina, ma anche in Africa e in Asia”, nonché “gli esperimenti teologici” in India, Africa, Corea, Giappone, Indonesia e Cina.

Quello che il libro chiede, in sostanza, è di guardare alla Cina con occhi cinesi, di comprenderne la particolarità. In un certo senso, viene fatto proprio il principio della Maximum Illud poi messo in pratica in Cina dal Cardinale Celso Costantini, di cui da poco è cominciata la causa di beatificazione.

Ma la prospettiva guarda anche oltre. “I gesuiti hanno cominciato la sinizzazione dell’Occidente”, ha affermato provocatoriamente padre Antonio Spadaro, presentando il volume lo scorso 19 novembre insieme ad un parterre che includeva il presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni e all’ex presidente del Consiglio italiano Romano Prodi.

E le parole di padre Spadaro sembrano contrapporsi, anche dialetticamente, alle afferamazioni del presidente cinese Xi Jinping, che nell’ultimo congresso del partito ha parlato della necessità di “sinizzare” le religioni.

L’idea fondamentale resta quella di un dialogo pratico con le autorità, messo in luce anche da padre Joseph Shih, gesuita 93enne della diocesi di Shanghai.

Padre Shih scrive che “per comprendere la Chiesa che esiste oggi in Cina, dobbiamo tener conto anche di due fatti apparentemente contraddittori tra loro: da una parte, il Governo è deciso a control- lare e a dirigere la Chiesa cattolica nel Paese; dall’altra, la vita della Chiesa cattolica in Cina non corrisponde in realtà ai desideri del Governo”.

In una intervista con padre Antonio Spadaro, anche questa contenuta nel volume, padre Shih afferma che “il Governo cinese è comunista. Questa è una realtà che non cambierà di certo per molto tempo. Ma la Chiesa in Cina deve avere pur qualche relazione con il Governo cinese. Quale relazione? Quella di opposizione? Sarebbe un suicidio. Il compromesso? Nemmeno, per- ché la Chiesa perderebbe la propria identità. Allora l’unica relazione possibile è quella della reciproca tolleranza”.

L’obiettivo del libro non è di certo di dare un “passi” politico alla politica della Santa Sede in Cina, alla ricerca di un accordo perlomeno sulla nomina dei vescovi che difficilmente arriverà presto. Però fornisce delle chiavi di lettura, e un suggerimento di modus operandi. Un modus operandi che, di fatto, si riconosce più in un dialogo con il governo cinese che non nell'affermazione forte dei principi della libertà e sovranità della Chiesa.

Si trovano, così, nel libro, le basi di tante scelte di Papa Francesco. Oggi i Musei Vaticani annunciano una mostra che si tiene in contemporanea nella Città Proibita di Pechino, in una sorta di riproposizione moderna dell’evangelizzazione fatta attraverso la cultura, prima che dell’annuncio del Vangelo.

Il 28 settembre 2016, un evento sulla Laudato Si che si è tenuto alla Pontificia Accademia delle Scienze vide la partecipazione della Biodiversity Conservation and Green Developmen Foundation, fondazione ambientale cinese fondata da uno dei leaders della rivoluzione culturale, e questi portarono un dono a Papa Francesco, che comparve durante i lavori.

Sono, questi, contatti che puntano a migliorare l’incontro tra le culture, mentre da un punto di vista diplomatico si segue un approccio più morbido, sebbene non rinunciatorio. La nomina dell’arcivescovo Savio Hon, segretario di Propaganda Fide, a nunzio in Grecia, ha fatto seguito a quella di monsignor Tadeusz Wojda, numero 3 dello stesso dicastero, ad arcivescovo di Bialystok, in Polonia, e in questo modo si è data una linea diversa ai negoziati in corso, che pure vedono una certa rigidità da parte cinese.

Prima della fine dell’anno, ci dovrebbe essere un altro incontro, e questo dovrebbe essere guidato dall’arcivescovo Claudio Maria Celli, che ha seguito il dossier Cina dagli anni Ottanta e che punta ad una pacifica convivenza con il governo cinese. Nel frattempo, il vescovo Giuseppe Han Zhi-hai di Lanzhou, nominato nel 2003 senza l’approvazione del governo, ha aperto canali di dialogo chiedendo l’iscrizione all’associazione patriottica.

Una linea più dialogante, che di certo sarebbe quella perseguita dai missionari gesuiti, e che sta venendo portata avanti da un Papa gesuita, nonostante in molti, nella Chiesa, temano che queste aperture di credito possano portare la Chiesa a perdere una parte di identità.

Così, un saggio di padre Xin riprende la figura di Xu Guangqi, l’officiale governativo che si convertì al cristianesimo, ricordando, di Xu, l’amore per la patria, l’amore per il popolo, l’amore per la scienza e l’amore per la Chiesa, e indirettamente rispondendo a quanti pensano, nella Chiesa cinese, che chi è cristiano e legato al Papa non possa amare allo stesso modo la propria nazione.

Mentre il gesuita Benoit Vermander non nega la complessità della situazione.

“Dal 1949 a oggi – ricorda - soltanto cinque confessioni religiose sono legalmente riconosciute, e che ognuna di esse è «inquadrata» in un’associazione che funge da cinghia di trasmissione tra quella espressione della società civile e lo Stato-Partito, di cui trasmette gli orientamenti e le prescrizioni”.

Una sorta di “ministero per il culto” è costituito dall’Amministrazione statale degli affair religiosi”, ma “sin dall’inizio del nuovo regime” i culti considerati eterodossi o considerati superstizioni “sono stati messi al bando”, a volte persino subendo repressione.

“Il sistema così costituito – chiosa il gesuita - introduce una doppia divisione, pur conservando la possibilità di salvaguardare un continuum della sfera religiosa: la divisione tra forme religiose riconosciute e non riconosciute e, all’interno delle religioni riconosciute, la divisione tra gruppi e personalità che partecipano alle strutture costituite dallo Stato-Partito e quelli che non vi aderiscono”.

Resta la grande realtà della Chiesa, percepita come divisa in Occidente, e che invece i padri dell’Oriente ci tengono a descrivere come una sola Chiesa, con diverse espressioni.

La visione di padre Spadaro è in generale ottimista. Ricordando il mappamondo costruito da padre Matteo Ricci, ha detto che questo offre una visione unitaria del mondo, in un mondo diviso com’è il nostro, in un mondo di muri e di ostacoli l’ideale dell’armonia e di una terra in pace deve animare la nostra azione”.

Basterà questo a portare Papa Francesco in Cina?