Il dramma dei Rohingya nel cuore del Papa

Profughi Rohingya in un campo rifugiati
Foto: Wikicommons Pubblico Dominio
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“Preghiamo per tutti i migranti, i rifugiati, gli sfruttati che soffrono tanto, tanto, e parlando di migranti cacciati via, sfruttati, vorrei pregare con voi oggi in modo speciale per i nostri fratelli e sorelle Rohingya cacciati via dal Myanmar: vanno da una parte all'altra perché non li vogliono è gente buona, gente pacifica: non sono cristiani, sono buoni, sono fratelli e sorelle nostri, è da anni che soffrono. Sono stati torturati, uccisi semplicemente per portare avanti le loro tradizioni, la loro fede musulmana. Preghiamo per loro e vi invito, pregate per loro al nostro Padre, che è nei cieli, tutti insieme per i nostri fratelli e sorelle Rohingya”. Nella Giornata contro la tratta delle persone che si celebra oggi Papa Francesco lancia - nel corso dell’Udienza Generale odierna - un nuovo appello per la minoranza Rohingya. 

Francesco aveva già espresso vicinanza al popolo Rohingya nel corso dell’Angelus del 24 maggio 2015: “Esprimo apprezzamento - aveva detto il Pontefice - per gli sforzi compiuti da quei Paesi che hanno dato la loro disponibilità ad accogliere queste persone che stanno affrontando gravi sofferenze e pericoli. Incoraggio la Comunità internazionale a fornire loro l’assistenza umanitaria”.

Il popolo Rohingya vive tra Birmania, Bangladesh, Pakistan, Malesia, Thailandia e Arabia Saudita: circa complessivamente 2 milioni di persone. Una minoranza islamica - secondo le Nazioni Unite - tra le più perseguitate al mondo. Per lo più i Rohingya vivono in campi profughi di fortuna tra Malesia, Bangladesh e Birmania. Spesso sono stati vittime di violenze da parte del regime militare birmano e di naufragi avvenuti nel Golfo del Bengala, nel tentativo o di fuggire o durante i rimpatri forzati.

Nel maggio 1984 - nel corso del Viaggio Apostolico in Thailandia - Papa Giovanni Paolo II si era recato nel campo di rifugiati di Phanat Nikhom e lì incontrò anche i profughi Rohingya. “Rimanete fermamente radicati alle vostre rispettive culture - diceva il Pontefice polacco - da cui il mondo può molto imparare e giungere ad apprezzarvi nella vostra unicità. Abbiate speranza nel futuro. Il nostro mondo è in pieno sviluppo. Ha bisogno di voi e del vostro contributo. Cogliete qualsiasi opportunità vi si offra per studiare una lingua e perfezionare una specializzazione, in modo da essere in grado di adattarvi socialmente alla nazione che vi aprirà le porte e che sarà arricchita dalla vostra presenza”.