Iraq, le parole non dette

"Informal Camp" di Sharia, dintorni di Duhok - 28 marzo 2015
Foto: Daniel Ibañez / ACI Stampa
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Nessuno se lo aspettava. L’attentato del 17 aprile di fronte al Consolato americano di Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno, è arrivato quasi inaspettato. Quattro morti in una Erbil che sembrava sicura, tanto che in moltissimi erano andati proprio lì, fuggendo dalla piana di Ninive e da Mosul quando queste erano state prese dall’auto-proclamato Stato Islamico. Ma l’esodo dei cristiani iracheni è cominciato molto tempo prima. E lo testimoniano i 40 rifugiati che sono arrivati in pellegrinaggio a Roma (con tappa ad Assisi) per sensibilizzare l’Italia sulla situazione  dei cristiani iracheni.

Le storie dei vecchi rifugiati si mescolano con storie nuove. I 40 iracheni arrivati a Roma hanno avuto lunedì 20 aprile incontri con il Cardinal Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio dei Migranti e Itineranti, e poi con il Cardinal Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione delle Chiese Orientali. Quando sono partiti, nel 2007, la situazione cominciava ad essere difficile, e hanno avuto lo status di rifugiati politici dall’allora presidente francese Nicolas Sarkozy.

Il viaggio è stato organizzato dall’Ong francese Aemo e dalla Onlus italiana “Giona è in cammino.” La loro presenza a Roma permette di incrociare le storie di quanti hanno lasciato il Paese nel 2007 con quelle dei rifugiati costretti a lasciare le loro case e spostarsi proprio nel territorio a Nord del Paese, dove la sicurezza sembrava essere garantita dai checkpoint dei peshmerga.

Come si muovono i rifugiati?

Come sono arrivati i rifugiati nel Nord dell’Iraq? Perché l’esercito iracheno, così ben equipaggiato, ha lasciato campo libero all’autoproclamato Stato Islamico?

Raccontano delle fonti sul territorio che quando l'autoproclamato Stato Islamico ha cominciato a muoversi verso Nord, in maniera quasi improvvisa, la popolazione è stata avvisata. Non dagli organi di informazione, ma dall'esercito stesso. Che in realtà ha fatto una dichiarazione di resa. Perché il problema in Iraq è che la democrazia stabilita ha in realtà tutte le fragilità delle democrazie giovani unita anche ad una certa corruzione.  

Il governo di al Maliki è un governo sciita. E l'errore è stato – raccontano - non equilibrare gli organismi di governo con esponenti di altre forze politiche e altre forze religiose. È praticamente accertato che tra le file dello Stato Islamico si siano arruolati moltissimi funzionari del partito baathista di Saddam Hussein. Persone messe fuori dal potere in maniera improvvisa e abrupta, e che però avevano fatto dell'esercizio del potere la loro ragione di vita. 

C'è molto della strategia baathista nelle milizie sunnite nell'esercito dello Stato Islamico. Dalle raffinate forme di tortura al regime di terrore perpetuato come conservazione del potere; dalle concessioni all'ala più estremista dell'Islam a quella forma molto secolare di utilizzo della religione come forma di potere. 

Dall'altra parte, al Maliki esercita il potere che ha ottenuto, creando anche sacche di resistenze. Le stesse fonti locali raccontano che, non fidandosi dell'esercito regolare, al Maliki ha creato una sua milizia, fatta soprattutto di burocrati. Erano incaricati di raccogliere le tasse negli Stati federali, e in molti casi accantonavano le tasse, invece di redistribuirli, e una imponente massa finanziaria era stata raccolta nelle banche di Mosul. Succede così che l'esercito non riceve gli stipendi dal dicembre del 2012. Troppo perché questi decida di organizzare la difesa di Mosul, della piana di Ninive, del Campo profughi di Mahmur, gestito dalle Nazioni Unite, dove dal 1992 i curdi hanno organizzato una piccola cittadella, con tanto di istruzione e organizzazione. 

Così, quando lo Stato Islamico decide l'avanzata, l'esercito va dalla popolazione e sottolinea che i terroristi stanno arrivando, ma che loro non hanno intenzione di organizzare la difesa. In alcuni casi, per non creare un conflitto che non si sarebbe mai vinto. In altri casi, perché non hanno intenzione di difendere uno Stato da cui non si sentono sostenuti.

Fatto sta che i membri dell’esercito lasciano città e villaggi, e insieme a loro tutti lasciano la città, alla meglio e peggio, cercando di scappare il prima possibile. Chi non ha la macchina, resta indietro, e viene catturato. Chi ha la macchina, riesce a raggiungere i checkpoint dei peshmerga ed ha una protezione. La maggioranza degli sfollati dalla Piana di Ninive é uscita dalle  città e dai villaggi senza alcuna risorsa e in moltissimi casi chi usciva con qualche risorsa addosso veniva spogliato di ogni cosa sotto la minaccia della vita dai primi miliziani che controllavano le strade.  

Si spiegherebbero così le ondate improvvise di profughi, quelle che alle Nazioni Unite chiamano "internally displaced persons". Hanno prevenuto uno scenario di guerra. 

Intanto, i miliziani dell'autoproclamato Stato Islamico entrano a Mosul, e dove – si dice - trovano nella Banca Centrale 500 milioni di dollari, oltre a una imponente massa di strumenti, mezzi corazzati, carri armati e una imponente quantità di munizioni lasciate dagli Americani quando sono usciti dal Paese.  Le fonti sono concordi, ma è ovvio che la particolare situazione di Mosul non permette di verificare le informazioni.

Questi soldi trovati a Mosul sarebbero quelli raccolti dalle milizie di al Maliki, che vanno a finanziare l’avanzata dello Stato Islamico, l'acquisto di armi, il pagamento degli stipendi ai miliziani provenienti da paesi terzi anche con i proventi della vendita del petrolio di 8 pozzi, venduto a prezzi stracciati per fare cassa, diventando la ragione più forte del crollo del prezzo del petrolio, la strategia. Ogni città viene minata.

Ma la guerra ha avuto anche un altro contraccolpo: il Nord dell'Iraq era considerato il frutteto dell'Iraq, grandi distese di mele, arance, nelle montagne brulle, ma non poco fertili, con in più la presenza di animali da latte che permettevano la produzione dello yougurt, uno degli alimenti di base della popolazione curda, che ora viene importato. Ora, non c'è più nulla. La FAO ha fatto un programma per la semina, ma questo sembra essere inefficiente, e viene bruciato dagli scenari di guerra. La frutta (e ogni prodotto caseario, specialmente lo yogurt) viene completamente importata da Turchia e Iran, secondo canali ancora poco comprensibili. Ma è ovvio che Turchia e Iran stanno prendendo i loro vantaggi dallo Stato di guerra.

L’impegno degli iracheni all’estero

Una situazione stigmatizzata anche dal gruppo di iracheni che si sono rifugiati in Francia, e che sono venuti in Italia per “parlare e far conoscere la situazione che stanno vivendo i cristiani in Iraq, soprattutto ora con la brutale violenza dello Stato Islamico,” sottolinea padre Basa Rebwar Audish, procuratore dell’Ordine Antoniano di S.Ormisda dei Caldei.

La situazione dei cristiani è passo dopo passo peggiorata. Ha spiegato il suddiacono Aziz Yako che “prima del 2003 eravamo 1,5 milioni di cristiani in Iraq, oggi molti meno. E le persecuzioni continuano con discriminazioni anche a livello economico e sociale”.

Una piaga di rapimenti che colpisce tutte le minoranze, non soltanto le minoranze cristiane. Uno dei rifugiati, Rami, sottolinea che “per i musulmani, il cristiano è un nemico che rappresenta l’Occidente.” E così chi si converte al’Islam viene tollerato, ma nessuno si vuole convertire, e allora non resta che la fuga.

La crisi del 2013

Una fuga resa quanto mai necessaria dall’improvvisa avanzata dell’esercito dell’ISIS. Con varie ondate. Caritas Kurdistan spiega che tra il 6 settembre e l’8 ottobre ci sono state due nuove ondate di sfollati, la prima quando l’ISIS ha occupato Mosul e la seconda quando le minoranze hanno lasciato le aree occupate dall’ISIS. Erano più 200 mila famiglia.

Così – spiega Nabil Nissan, responsabile di Caritas Iraq – la Caritas ha cominciato un paziente lavoro. Il primo obiettivo è stato fornire cibo e supporti di vario genere a 8100 famiglie. Ma è un lavoro che viene da lontano, perché la Caritas ha cominciato questo tipo di supporto già nel 2007. Ci sono tre centri di coordinamento della Caritas a Erbil, Duhok e Zahko.

Afferma Nabil che “Caritas Iraq non fa distinzione di religione, fornisce aiuti a tutti. Gli Yazidi sono più del 35 per cento, e poi ci sono anche Musulmani e di altre religioni.”

Quanto Caritas Iraq riuscirà ancora a sostenere i profughi? E quanto a lungo le loro vite resteranno nascoste, e la storia vera della guerra che si sta consumando resterà sconosciuta? I rifugiati iracheni in pellegrinaggio in Italia hanno caldeggiato uno Stato che accolga i cristiani perseguitati: ma quanto questa potrebbe essere una soluzione, e quanto piuttosto la creazione di un ghetto cristiano? 

Nel frattempo, la Santa Sede sta sostenendo sempre di più le popolazioni. Tra dieci giorni il Cardinal Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione delle Chiese Orientali, sarà in Iraq, con membri del suo dicastero, e anche membri della ROACO (Riunione Opere Aiuto delle Chiese Orientali). Succede alla missione del Pontificio Consiglio Cor Unum, in Iraq dal 26 al 29 marzo, e alla seconda missione del Cardinal Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli.