Le chiavi di lettura latinoamericane per il pontificato di Papa Francesco

La copertina del libro "Latinoamerica", dell'editore La Planeta
Foto: La Planeta
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Come comprendere il pontificato di Papa Francesco? C’è un libro, del giornalista argentino Hernan Reyes Alcalde, che esce oggi e che dà una chiave di lettura suggestiva. Il libro si chiama semplicemente “Latinoamerica” (edizioni Planeta), ed è il frutto di quattro conversazioni con Papa Francesco, con in più una prefazione dello stesso Papa.

Il tema dei colloqui è l’America Latina. Ma è proprio attraverso questo punto di vista, di cui è permeato Papa Francesco, che si possono comprendere molte delle azioni del Pontificato. Perché la linea conduttrice è data da due eventi: i 10 anni dalla conferenza del CELAM che si tenne ad Aparecida nel 2007, e di cui il Cardinale Jorge Mario Bergoglio fu relatore; e una dichiarazione di Methol Ferré, uno dei più grandi filosofi americani del XX secolo ora scomparso, che nel 2005 disse che “non era ancora tempo per un Papa latinoamericano”.

Il peso dell’America Latina

Ora quel tempo è arrivato, e Papa Francesco mostra di essere d’accordo con le dichiarazioni del suo amico e filosofo. “Sì, condividevo questo punto di vista di Tucho (così veniva soprannominato Ferré, ndr). Quando lo lessi prima del conclave, mi dissi: ‘è una intuizione geniale’”.

Aggiunge Papa Francesco: “Oltre all’azione dello Spirito Santo che ha luogo nel conclave, in quel momento la congiuntura storica aggiungeva un altro fatto: l’unico uomo che aveva la statura, la saggezza e l’esperienza sufficiente per essere eletto era Ratzinger”. Perché – sottolinea – “al contrario, c’era il pericolo di eleggere un Papa di compromesso. Ed eleggere un Papa di compromesso sembra non sia così evangelico come andiamo dicendo”.

Di certo, Papa Francesco mostra, dalle risposte e dalla prefazione del libro, che per lui il momento è ora arrivato. C’è l’idea di una maturità della Chiesa latinoamericana, di un passaggio – sottolinea Reyes –dall’essere una “Chiesa riflesso” (dipendente e riflettente le proposte teologiche di altrove) ad una “Chiesa fonte”, ovvero fonte di teologia essa stessa. L’idea è del gesuita brasiliano Henrique de Lima Vaz. Ma si ritrova in tutto il libro.

Papa Francesco, nella prefazione, sottolinea che “la metà dei cattolici del mondo sono in America, inclusi gli Stati Uniti”, e questo dato numerico “impone almeno di prestar loro una speciale attenzione”. E lo sottolinea a più riprese nell’intervista.

“La Chiesa – afferma il Papa – non ha regioni di prima o seconda classe. Semmai, espressioni culturali differenti. In alcuni paesi e chiese locali sembra avere una certa coscienza di superiorità, però se uno guarda alla storia concreta, riconosce che tutte queste cose sono luci”.

E ancora: “Altri Paesi, con minore sviluppo economico, possono avere una ricchezza di cultura e di valori che hanno un diverso aspetto, e che abbelliscono il Vangelo con un volto differente. Il fatto che la loro logica sia diversa, che il suo modo di esprimere la verità sia un altro, non significa che siano cristiani di minore valore”.

Sono parole che non fanno solo capire l’idea di Papa Francesco di dare sempre maggiore peso e impatto alle realtà locali, citando i documenti delle Conferenze Episcopali nelle sue encicliche, pensando ad una maggiore devoluzione di alcuni temi alle Chiese locali, convocando spesso sinodi. Sono parole che lasciano comprendere anche la logica alla base della sua scelta di cardinali, spesso provenienti da posti sconosciuti nel mondo per abbellire la Chiesa con un punto di vista differente.

L’eredità di Aparecida

Dieci anni da Aparecida, quell’incontro di tutte le Chiese del continente latinoamericano il cui documento finale è così importante per Papa Francesco che lo ha consegnato a quasi tutti i capi di Stato incontrati all’inizio del suo pontificato. Un documento che equivale ad un Concilio, per lui, o almeno lo si deduce quando spiega che ancora non è il momento per una nuova conferenza nazionale.

Ma cosa rese Aparecida così differente? Due motivi sono particolarmente importanti, per Papa Francesco. “In primo luogo – dice – il fatto che fu la prima riunione fatta in un santuario, e per di più mariano, e per noi latinoamericani la presenza di una madre ha un forte impatto. Siamo una società con un forte accento matriarcale”.

Più avanti nel libro, il Papa spiegherà che “la donna è colei che insegna a difendere il creato”, perché è quella “che custodisce la vita, la porta dentro”. È una memoria “fisica” che ha la donna, perché ci sono “studi che confermano che, appena concepisce, alcune cellule madri del feto e della placenta passano alla circolazione della donna”, e per questo “quando la donna abortisce” resta “una memoria modulare, una specie di parte del bambino che resta dentro. Si tratta di un dato scientifico molto complesso, che ho semplificato qui.”

Il secondo motivo individuato dal Papa è il fatto che “Aparecida sia terminata con una missione continentale”, rovesciando così il principio del “tutto per il popolo, ma niente per il popolo”. “In Aparecida – dice il Papa – era tutto per il popolo, e tutto con il popolo”.

Il metodo prescelto di Aparecida è stato quello di “vedere, giudicare, attuare”, ma – racconta il Papa – “c’erano differenze intorno al vedere”, perché alcuni sottolineavano che “non c’erano sguardi asettici”, e allora si proponeva di “vedere con occhi di discepoli, come poi fu specificato nella parte introduttiva”.

La conversione pastorale e la religiosità popolare

Papa Francesco insiste molto sull’esigenza di una conversione pastorale, sin dall’inizio del Pontificato. Ebbene, questa conversione viene proprio dalla missione continentale lanciata ad Aparecida. “Siamo a metà del cammino di conversione pastorale”, dice il Papa.

Ma questa conversione pastorale parte dall’idea di pietà popolare, e anche questa ha forti radici nell’America latina, dove “la pietà popolare non fu clericalizzata”. Papa Francesco guarda a Paolo VI, alla sua Evangelii Nuntiandi, sottolinea che il protagonista “è il popolo fedele di Dio”, e quando noi “ci avviciniamo al popolo latinoamericano con lo sguardo del buon pastore, senza giocare, ma con amore, ci rendiamo conto che questo modo culturale di esprimere la fede cristiana continua vivo tra di noi, specialmente nei nostri poveri”.

Ed è anche per questo che Paolo VI chiama “pietà popolare” quella che prima si chiamava “religiosità popolare”, e Aparecida fa un passo avanti, chiamandola “mistica popolare senza negare gli altri nomi”.

Il tema della coscienza

La conversione pastorale nasce, per Papa Francesco, da una presa di coscienza. Ed è la presa di coscienza del popolo latinoamericano. La coscienza di essere un popolo, di essere cosa diversa e non meno degna, ma di esserlo con orgoglio. “Una cosa è stata impegnarsi nell’oggi latinoamericano dopo le conferenza di Medellin, Puebla o Santo Domingo. Altra cosa è farlo dopo Aparecida”.

Ancora, è l’eredità del documento di Aparecida a dare il punto di vista del Papa sudamericano. “Andare alle periferie significa anche andare alle periferie del pensiero – sottolinea il Papa – andare a dialogare con i limiti, dar luogo al confronto (…) e non avere paura di mettersi a parlare con una persona che ha uno schema diverse delle cose”.

Non è uno schema intellettuale, per il Papa. Che fa l’esempio dei sacerdoti che “vivono nei barrios più poveri, cercando di promuovere le persone nel tempo e la cultura che sono loro propri”, tanto che sento i poveri “come parte loro, condividono i loro limiti e le loro insicurezze, le loro memorie, e i loro sogni”.

Andare alle periferie significa anche parlare ai giovani, ai quali “si deve parlare con un linguaggio che comprendono”, dice Papa Francesco. E sottolinea che a volte lo criticano per essere “un po’ di strada nel modo di parlare”, e il pericolo è di certo quello di una chabacaneria, cafonaggine.

Tra le periferie, il Papa include le carceri, dove lui si recava per la Pasqua a Buenos Aires. “Sono un tormento – dice – Oltre ai problemi di sovrappopolazione, c’è la crudeltà, la mancanza di speranza, il concepire la pena come un castigo. Tutto questo uccide”.

Il pueblo

Tutto, comunque, porta ad un concetto principale della filosofia di Papa Francesco, realmente latinoamericano: quello di pueblo, di popolo. Tanto che il Papa ha seguito la teologia del popolo, che proprio si rifà al concetto di pietà popolare.

Il popolo, spiega il Papa, “ha bisogono del mito per essere compreso. Non si può spiegare in maniera logica. Si tratta di una identità comune di eredità sociali e culturali. E non è una cosa cosa automatica, è un processo lento e difficile”.

Papa Francesco ci tiene a spiegare le differenze tra il populismo come è concepito in Sudamerica, e in Europa, “dove ha un senso distinto”. E per questo, in primo luogo, si deve distinguere l’aggettivo populista dall’aggettivo popolare. “Si chiama popolare – spiega il Papa – quello che cerca di interpretare il sentire del popolo, le sue grandi tendenze, la sua cultura”, e questo “non ha niente di sbagliato”, ma al contrario “può essere la base di un “progetto trasformatore e durevole”.

Invece – dice il Papa – “l’espressione populismo si riferisce a volte a questa capacità di interpretare e offrire uno sbocco al sentimento popolare”, e acquisisce “una connotazione negativa quando esprime l’abilità di alcuni per strumentalizzare politicamente la cultura del popolo al servizio del proprio potere”.

Per questo, Papa Francesco ha parlato nell’Evangelii Gaudium di un “populismo responsabile”, che non guardi ai piani sociali come risposte definitive, perché “non è populismo irresponsabile la difesa dei più deboli, anche se questi sono meno efficienti e meno produttivi degli altri”. “Senza la difesa di quanti sono esclusi del sistema, si ha “un sistema ingiusto, che ignora la immensa dignità di ogni essere umano”. Ma nessuna dicotomia va “creata tra popolare e repubblicano, democrazia e aspirazioni, perché entrambe sono necessarie per il futuro”.

La parrocchia non è una municipalità

Papa Francesco insiste anche sulla necessità di omelie belle, perché “la parrocchia non è una municipalità”, e deve avere le porte sempre aperte, per stare vicino a tutti”. E in parrocchia devono essere protagoniste le famiglie, che hanno rappresentato “un passo avanti molto grande della pastorale della Chiesa”, con la loro tenerezza, e il popolo che “cerca vicinanza”.

Da qui, l’identikit del politico cattolico, che non è “quello che va a Messa” e che “tiene ai margini del Vangelo o della sua vita politica a volte corrotta”, ma quello la cui vita cristiana “permea la sua attività familiare, lavorativa e politica”.

E da qui, il problema del clericalismo, perché “quando c’è clericalismo c’è lontananza, perché il vescovo è visto come principe”, e allora si parla di “laici impegnati”, ovvero di quei laici che “hanno perduto la vicinanza e necessitano dell’aggettivo impegnati per tenere una identità”.

Le speranze e le sfide del continente

Quali sono le sfide del continente? Papa Francesco sottolinea che non si deve “dimenticare la lotta” fatta per arrivare fino al punto in cui si è oggi, cita l’esempio del missionario Pedro Claver che ha omaggiato in Colombia e quella di Bartolomé de Las Casas.

“La speranza per il futuro – dice il Papa – non te la dà nessun leader. Semplicemente, viene dallo sguardo verso l’orizzonte. L’America Latina non deve dimenticarsi delle sue origini e della grandezza delle sue gesta.” E poi: “La speranza dell’America Latina ha dei nomi: fraternità, giustizia sociale, riconoscimento della dignità di ciascuna persona, figlio della terra americana, figlio di Dio”.